Gran Bretagna e Canada con gli USA
Dopo gli USA anche l’Australia martedì, la Gran Bretagna e il Canada ieri, si sono aggiunti all’elenco dei paesi del boicottaggio diplomatico. Durante il Question Time alla Camera dei Comuni, Boris Johnson ha dichiarato da Londra che non è prevista la partecipazione di ministri e funzionari britannici. Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha riconosciuto che la decisione è stata presa perché «estremamente preoccupato dalle ripetute violazioni dei diritti umani da parte del governo cinese». Sean Ingle sul Guardian riferisce che i governi del boicottaggio si aspettano una reazione di Pechino e riporta anche una frase di Thomas Bach: “E «Questa potrebbe essere la fine dei Giochi Olimpici, come è stata la fine dei Giochi Olimpici antichi. Quando la politica è entrata in gioco dopo 1.000 anni, quando l’imperatore romano è intervenuto per ragioni politiche, è stata la fine dei Giochi».
L’irritazione di Pechino era già cresciuta. La dirigenza cinese ha accusato l’Australia di “clamore politico”, di “giochini egoistici” è di seguire “ciecamente” gli Stati Uniti.
È questa la partita della Casa Bianca. Giulia Pompili sul Foglio di ieri diceva che “l’azzardo di Joe Biden ha bisogno di altri paesi che lo sostengano, che lo seguano su questa linea, altrimenti l’operazione non riesce. I Giochi olimpici invernali di Pechino si stanno trasformando sempre di più nel terreno di scontro tra America e Cina, con l’America che chiede ai suoi alleati di entrare nella squadra degli anticinesi. Ma non tutti vogliono essere così netti nei rapporti con Pechino. Il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, ha detto ieri che Tokyo vuole decidere in “modo indipendente” sull’eventuale boicottaggio diplomatico, e che qualunque scelta sarà fatta “in base all’interesse nazionale“. In Giappone la questione cinese è molto sentita dalla politica, perché il Dragone è uno dei principali partner commerciali di Tokyo. Anche in Corea del sud ieri la questione del boicottaggio dei Giochi di Pechino era in prima pagina su tutti i giornali. Il JoongAng Ilbo, quotidiano su posizioni conservatrici, scriveva in un editoriale ieri che Seul dovrà prendere prima o poi una decisione, e sarà una decisione difficile, ma non potrà ignorare “lo spirito dei tempi”, quindi senza ignorare le violazioni dei diritti umani. Il Korea Herald mostrava come questo sia il primo vero dilemma diplomatico per la presidenza di Moon Jae-in, che scade a marzo, e che voleva usare le Olimpiadi di Pechino per riaprire un dialogo con la Corea del nord”.
In un editoriale per il New York Times, Kurt Streeter scrive che “non basta la decisione del presidente Biden di tenere lontana la sua amministrazione dalle Olimpiadi invernali di Pechino. È stata una mossa saggia, un rimprovero pubblico alla crescente lista di atrocità della Cina nel campo dei diritti umani, una garanzia che gli emissari degli Stati Uniti non avrebbero offerto una tacita approvazione con la loro presenza a questi Giochi, che alcuni chiamano Genocide Games”. Il New York Times insiste sul fatto che ora tocca agli sponsor defilarsi, le aziende che “usano le Olimpiadi come strumento di marketing e stanno facendo profitti sulla moralità”. Cita la Visa, Procter & Gamble, Coca-Cola, Airbnb. “I grandi affari – continua – per lo più sembrano essere ridotti. Di solito, con le Olimpiadi così vicine, dovremmo essere inondati di pubblicità. Non questa volta. Le aziende sanno quello che sappiamo tutti: i Giochi di Pechino difficilmente possono essere all’altezza degli ideali dichiarati dalle Olimpiadi, essere un esempio del meglio dell’umanità. Ricordate che i Giochi invernali di Pechino sono stati assegnati alla Cina nel 2015, l’anno dopo le Olimpiadi invernali del 2014. Quell’evento ha avuto luogo in Russia, un’altra nazione autoritaria che non rispetta i diritti umani. In quei Giochi ha messo a segno uno degli schemi di doping più subdoli e di ampio respiro nella storia dello sport. Ricordate anche i Giochi estivi di Pechino del 2008, che hanno offerto alla Cina una legittimità internazionale mentre reprimeva con violenza il dissenso in Tibet. C’è bisogno di tornare ai Giochi del 1936, ospitati dalla Berlino di Hitler, per dimostrare che le Olimpiadi non hanno scrupoli nel concedere una delle più grandi piattaforme sportive a feroci dittatori?”.
Secondo Morning Consult la maggior parte degli americani vuole che gli sponsor si ritirino. “Nuovi dati in nostro possesso indicano che la maggior parte dei cittadini vorrebbe che le aziende americane facessero come il governo”.
È un evidente passaggio dentro la guerra fredda ormai acclarata tra gli USA e l’asse Cina-Russia. La differenza di non poco conto rispetto all’Afghanistan e a Mosca 1980, il punto che impedisce di bollare questa storia come solo politica, consiste nel caso Peng Shuai. Una ragazza che è stata per tre volte alle Olimpiadi è sparita dalla scena pubblica nel Paese che organizzerà le prossime Olimpiadi. È sparita perché ha accusato l’ex vicepremier di averla violentata. È una connessione molto più diretta, come ha intuito l’organizzazione più direttamente coinvolta (la WTA) ma pure quella che più ha messo in gioco i conti correnti.
Dall’Italia ci sono stati ieri molti pezzi in cui trapela qualcosa (è il verbo che si usa quando «te lo dico ma non me lo virgolettare») mentre si è espresso in chiaro Giovanni Malagò. Un discorso in pieno equilibrismo. Ha parlato da membro CIO tenendosi stretto stretto a Thomas Bach («La mia posizione è la stessa del presidente del Cio. Bach ha detto che non ci deve essere strumentalizzazione sui Giochi olimpici e noi siamo aderenti a questa impostazione») e ha parlato da presidente della fondazione Milano-Cortina 2026 per non inimicarsi gli organizzatori che dovranno passare la bandiera coi cerchi all’Italia («Con tutto quello che succede nel mondo con la pandemia, c’è un Paese che si prende oneri e onori di gestire un’organizzazione come le Olimpiadi e salvaguarda tutto il mondo sportivo»).
Era molto interessante il commento di Vittorio Macioce, ieri, sul Giornale: “Peng Shuai non vale un boicottaggio. Non è neppure una sorpresa. … Il dilemma è come la civiltà liberal-democratica deve confrontarsi con chi non riconosce la libertà come un valore. È una questione antica e ogni volta ci fa fare i conti con l’ipocrisia. Si parla sempre di diritti umani, ma quando non conviene facciamo finta di non vedere. È una condanna. Questo vale anche per la Russia o per gran parte del mondo islamico. Vale anche per noi, per le nostre contraddizioni. La storia di Peng Shuai potrebbe essere una come tante, ma ha un valore simbolico. Cosa sarebbe accaduto se Mike Pence, il vice presidente di Trump, avesse violentato Serena Williams? È una domanda surreale, ma è utile per capire di cosa si parla. Washington ha scelto il boicottaggio diplomatico delle Olimpiadi invernali di Pechino. … Il governo Draghi non farà nessuna mossa sgradita a Pechino. È ragion di Stato. È senso pratico. È il classico: cosa c’entra lo sport con la politica? Ma sarebbe più corretto chiedersi: cosa c’entra lo sport con i diritti umani? C’entra, ma dipende. Il Coni ha già detto che farà come il Cio. Non è il caso di fare gli americani. Francia, Germania, Gran Bretagna potrebbero seguire Roma. Ognuno con una buona scusa. Quella italiana ha a che fare anche con le olimpiadi di Milano-Cortina. Pechino ci passa la fiaccola e sarebbe non opportuno non avere un capo di governo o di Stato a raccoglierla. Non è solo un problema di cerimoniale. Sono affari. Allora la domanda più onesta da farsi è un’altra: cosa c’entrano i diritti umani con i soldi? Non serve una risposta. L’Italia e l’Europa andranno a Pechino con tutti i santi e si laveranno la coscienza scrivendo linee guida puntigliose sul rispetto delle minoranze, su chi è diverso da te, sulla sacralità dei diritti e pure dei desideri di ogni essere vivente. Le leggi morali saranno sempre più cavillose e ci batteremo il petto, giustamente, per i nostri peccati passati e futuri. Tutto questo servirà ad alleviare i nostri sensi di colpa. Poi, però, tutti in fila a Pechino. Allora andiamoci, ma togliamoci lo sfizio di una provocazione. Non suoniamo l’inno di Mameli, ma la marcia dei Tre principi del popolo (Zhōnghuá Míngúo gúogē). È l’inno di Taiwan”.