Due interventi sul boicottaggio diplomatico di Pechino 2022

Due interventi sul boicottaggio diplomatico di Pechino 2022

 

    Gli Stati Uniti hanno annunciato un boicottaggio diplomatico delle Olimpiadi invernali del 2022 a Pechino, preoccupati per presunte violazioni dei diritti umani da parte della Cina. Com’era prevedibile, Australia e Regno Unito, membri della nuova alleanza militare AUKUS –  progettata per contrastare la Cina – hanno seguito l’esempio, così come il Canada. Boicottaggi di questa natura non solo sono difficili da realizzare, ma possono minare il valore dello sport nelle relazioni internazionali. Il presidente del CIO, Thomas Bach, ha dichiarato che l’invadenza della politica rischia di segnare la fine dei Giochi. L’ annuncio della Casa Bianca ha chiarito che il governo non penalizzerà gli atleti statunitensi impedendo loro di partecipare ai Giochi. Ciò dimostra che gli USA comprendono l’importanza di lasciare la politica fuori dallo sport, allora perché boicottare? Questa decisione è un esempio di “ambiguità costruttiva“, una tattica nei negoziati attribuita a Henry Kissinger. Il termine si riferisce all’uso deliberato di un linguaggio ambiguo per promuovere uno scopo politico. Non denota integrità ma autoconservazione.

Giorni prima dell’annuncio del boicottaggio, l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione per costruire un mondo pacifico e migliore attraverso lo sport e l’ideale olimpico. La risoluzione è stata sostenuta da 173 Stati membri, ma gli Stati Uniti non sono tra questi. Allo stesso tempo, dichiarando un boicottaggio diplomatico, gli Stati Uniti minano chiaramente la neutralità dello sport e mettono le proprie autorità olimpiche e i propri atleti in una posizione molto scomoda. Il boicottaggio li esorta a prendere le distanze dai loro governi oppure ad accettare che non si preoccupino dei diritti umani in Cina. Le violazioni dei diritti umani dovrebbero essere condannate con la massima fermezza ovunque si verifichino, ma la risposta di Biden è timida e fuori luogo. La ricerca della libertà ci impone di assumere posizioni univoche e lo sport è un mezzo eccezionalmente efficace per unire le persone e promuovere dialoghi continui. Nel 1971 l’amministrazione Nixon inviò in Cina nove giocatori di tennistavolo per ristabilire le relazioni tra i due paesi. Questa mossa divenne nota come “diplomazia del ping pong” ed è il primo esempio di come lo sport e il dialogo internazionale siano collegati. Sarebbe un errore smettere. di vassil girginov (Brunel University London), The Conversation

 

È troppo tardi per agire reclutando atleti statunitensi come combattenti politici, secondo quanto chiederebbero il finto duro senatore Tom Cotton e i suoi colleghi reazionari a Capitol Hill. Potrebbe anche essere ingiusto. Ricordo che Anita DeFrantz, oggi funzionaria olimpica e del CIO, mi ha raccontato quanto fosse arrabbiata come atleta della squadra statunitense 1980, quando tutto ciò per cui si era allenata a lungo le venne tolto dall’amministrazione di Jimmy Carter con il boicottaggio dei Giochi di Mosca, per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica. I sovietici reagirono intensificando l’occupazione dell’Afghanistan e boicottando i Giochi estivi del 1984 a Los Angeles. DeFrantz finì per fare causa al comitato degli Stati Uniti. Anche un boicottaggio dei Giochi di Pechino potrebbe essere meno produttivo per la protesta rispetto alla presenza degli atleti. Dopotutto, cosa ricordiamo? Che i velocisti statunitensi Tommie Smith e John Carlos salirono sul podio a Città del Messico nel 1968 con i pugni guantati di nero sollevati in aria, per manifestare in favore dei diritti fondamentali dei neri in questo paese e delle persone emarginate e oppresse in tutto il mondo – oppure che Lew Alcindor, diventato Kareem Abdul-Jabbar, aderì al piano originale di Harry Edwards e rimase a casa?

Le Olimpiadi non sono mai state apolitiche. Quello che è probabilmente il suo evento più iconico, la maratona, è nato da un evento politico, quando il messaggero Fidippide, secondo la leggenda, corse dalla città di Maratona ad Atene per annunciare che i greci avevano vinto la battaglia sui Persiani. Se le Olimpiadi rispettassero una neutralità politica, gli atleti rappresenterebbero se stessi anziché arrivare a essere celebrati dentro le bandiere dei paesi da cui provengono. Ralph Rose lo sapeva. Quando le Olimpiadi moderne del 1908 introdussero la Parade of Nations alla cerimonia di apertura di Londra, Rose si rifiutò di abbassare la bandiera USA come richiesto davanti al palco reale del paese ospitante a Londra. Era di origine irlandese e si diceva che stesse manifestando per la sovranità dell’Irlanda. Sarebbe difficile trovare un’Olimpiade non influenzata dalla politica. 

Ecco perché la comunità internazionale deve esigere che non accada di nuovo quello che stiamo vivendo. Non è sufficiente che i paesi ospitanti accettino qualche impegno a difendere i diritti umani. Dovrebbero dimostrarlo prima di essere considerati una città olimpica, così il mondo non si troverebbe più di fronte a ciò che offrirà Pechino: una presa in giro dell’ideale universale dello sport di kevin b. blackistone, Washington Post

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