In un calcio così condizionato dalla distribuzione del montepremi della Champions che deriva dai diritti tv, saltare per un anno la qualificazione significa vedere interrotto un cammino di crescita. Un anno fuori significa spesso dover vendere uno dei propri giocatori migliori per compensare i mancati ricavi. Una volta fuori spesso non è una volta sola. Quando due anni dopo il Triplete l’Inter si piazzò sesta, iniziò un ciclo di assenze dalla Coppa durato sei stagioni. Dopo averla vinta nel 2007 e averla giocata fino al 2014, il Milan l’ha saltata per 6 campionati di fila dopo la prima qualificazione mancata.
Sarebbe una grossa ingiustizia se sulla classifica finale dovesse pesare il punto sottratto alla Roma dalla sentenza del giudice della federcalcio, la trasformazione dello 0-0 di Verona in una sconfitta a tavolino. L’istituto della sconfitta a tavolino (prima 0-2 e poi 0-3) è nato come un castigo. Un castigo prevede una colpa o in termini meno cattolici una responsabilità. Si puniscono una frode, un furto, una truffa. Come è stato chiaro sin dall’inizio, non esiste invece alcun dolo in quanto accaduto nel caso Diawara. La cosa ha una sua evidenza inconfutabile. Ogni anno i club consegnano in Lega Calcio l’elenco dei 25 calciatori che intendono utilizzare. Nella lista non entrano gli Under 22. Amadou Diawara ha il 1997 come data di nascita sul proprio documento. Ha compiuto 23 anni a luglio e la Roma lo ha considerato per errore un Under 22 nella prima giornata, tenendolo dunque fuori dalla lista dei 25. Ma la Roma non ha tratto alcun vantaggio: nella lista dei 25 c’erano ancora 4 slot liberi. Nulla impediva a Diawara di occupare uno di quei 4 posti, se non una distrazione all’atto della compilazione. Si può dare partita persa a una squadra perché ha fatto giocare un calciatore che quella partita poteva giocarla? Ebbene, la federazione di Gabriele Gravina ha affidato la giustizia sportiva a dei signori che pensano di sì, che si può, si può incidere sulla classifica di una squadra, con il rischio di condizionarne pure i bilanci, perché un segretario ha scritto il nome di un calciatore in una colonna anziché in un’altra. A fine mese il ricorso sarà esaminato dal Collegio di garanzia del CONI.
il campo | Nel suo podcast Un cappuccino con Sconcerti sul sito Calciomercato, Mario Sconcerti dice che siamo reduci da una giornata di campionato “che la Roma aspettava da tempo, quella che ne riqualifica la strada e la porta in legittima corsa per il campionato. Gioca il miglior calcio d’Italia e lo fa in modo evidente. Villar è diventato il vero regista della squadra, fisico e qualità. Pellegrini non è più costretto a partire da centrocampo ma è tornato nel suo ruolo naturale di trequartista. Karsdorp dopo stagioni perse in corsia, è diventato non solo un momento di forza, ma di vero equilibrio per tutta una squadra piena di fantasisti. Lo stesso Borja Mayoral si è inserito al meglio nel ruolo più difficile, quello di Dzeko. La Roma ha però anche un limite, non ha ancora battuto una squadra di classifica e ha preso 4 gol a Bergamo e Napoli. Ora può rimediare, in otto giorni avrà Inter e Lazio. Io credo che saprà farlo”.
la classifica Milan 37, Inter 36, Roma 33, Juventus 30, Sassuolo 29, Atalanta e Napoli 28, Lazio 25, Verona 24, Benevento 21, Sampdoria 20, Bologna 17, Udinese 16, Fiorentina 15, Cagliari e Spezia 14, Parma e Torino 12, Genoa 11, Crotone 9
In attesa che si occupi della Roma, il Collegio di garanzia del CONI presieduto dall’ex ministro degli Esteri Franco Frattini ha reso note le motivazioni della sentenza sulla mancata partenza del Napoli per Torino, punita dalla Federcalcio con lo 0-3 e il -1 in classifica. Sono persino più rilevanti della sentenza stessa. I giudici scrivono in modo definitivo che non ci fu malafede e che i giudici della federazione non tennero conto “del sistema disegnato dal legislatore emergenziale e in particolare del criterio della gerarchia delle fonti”. In sostanza stanno rimproverando al calcio italiano la sua arroganza, questo suo sentirsi al di sopra finanche delle prescrizioni di una autorità sanitaria in pandemia.
Se il Napoli fosse partito, si legge, “avrebbe violato i provvedimenti dell’Autorità Sanitaria e avrebbe posto in essere un illecito penale”. La deroga all’isolamento – che il protocollo della FIGC ammette debba passare dalle ASL – è appunto una deroga, dunque facoltativa e non obbligatoria. “Perché solo quelle due ASL hanno deciso di non avvalersi della facoltà di applicare il protocollo?” si domanda Guido Vaciago su Tuttosport.
Ottima domanda, perché permette di dire che non furono solo quelle due. La ASL di Firenze aveva bloccato i nazionali della Fiorentina posti in isolamento fiduciario per aver avuto contatti diretti con dei compagni contagiati, ma quelli violarono il provvedimento e partirono per il Sudamerica. La ASL di Parma aveva negato alla squadra cittadina la partenza per Udine, ma con una telefonata di 4 ore sulla quale non si è mai abbastanza fatta luce, l’ad della Lega De Siervo esercitò pressioni perché il provvedimento fosse ritirato. La ASL di Potenza ha vietato alla sua squadra di volare a Palermo: la Lega di C dovette prenderne atto. La ASL di Caserta ha fermato la squadra cittadina e le ha impedito di andare a giocare in casa della Juve Stabia.
I giudici della federazione – la conclusione del Collegio di garanzia del CONI – ritennero che l’impossibilità di partire fosse invece dovuta al Napoli. In modo colposo in primo grado, in modo doloso in secondo grado. Il Collegio stabilisce in modo definitivo “l’infondatezza della tesi del dolo da preordinazione”. A Slalom conforta sapere che sia stata restituita piena dignità a un’autorità sanitaria che per bocca di un giudice sportivo, dunque per essa un estraneo, è passata quasi per un covo di cospiratori al servizio di un club di calcio. Ancora ieri mattina il Giornale parlava con Domenico Latagliata di “strada del fai da te”, di “telefonata strana”, di “qualcosa di strano, mal gestito e magari indirizzato”, ancora ieri parlava di “furbetti del protocollo”.
Franco Ordine, sul Giornale di stamattina, definisce la sentenza un autogol e si chiede: “Questa sentenza potrebbe un giorno voler dire che un intervento del Tar ha preminenza sulla squalifica di un calciatore. E sarebbe la fine dei giochi”. No, non succederà in un futuro apocalittico. È successo già. Proprio i ricorsi al TAR per le squalifiche di due giocatori (Luigi Martinelli del Siena e Vito Grieco del Cosenza) partorirono nel 2003 quella ingarbugliata vicenda chiamata caso-Catania, che ha prodotto la serie A con 20 squadre e la B con 22. Non solo si gioca, si gioca di più. È la gerarchia delle fonti.
Gianluca Oddenino su la Stampa oggi dice invece che “almeno adesso c’è un punto fermo”. E così sia.
tifosi Baricco e il Torino | Dopo aver discusso di Rivera e Kakà con Massimo Cacciari, nella rubrica L’altra curva del calcio per Repubblica, Valentina Desalvo ha parlato del Torino con lo scrittore Alessandro Baricco. «Mio padre era del Toro, non ho avuto alternative. Lui lo era diventato il giorno della tragedia di Superga. Mi raccontava della gente che, per strada, non parlava più. Lui era un ragazzino. Probabilmente era stata una delle più forti emozioni della sua vita. Così divenne del Toro. Da lì non ci siamo più fermati. I miei figli sono cresciuti a Roma, ma, i poverini, hanno resistito anche lì. E guarda che è piuttosto difficile in una città in cui c’è da tifare la Maggica. Io ancora adesso guardo le partite della Nazionale solo per vedere Belotti. È come vedere tuo cugino che giura come ministro davanti al Presidente. O tua sorella nel paginone di Playboy».
La cosa più divertente di tutte è che Baricco non ricorda dove fosse il 16 maggio del 1976 quando il Torino vinse il suo ultimo scudetto. «È tragico dirlo, ma non lo so. Io credo di aver seguito il Toro tutta la vita, ogni domenica, tranne in un anno: quello. Era l’anno della maturità. Ma soprattutto mi ero innamorato della più bella del liceo e lei, inopinatamente, aveva deciso di stare con me. Dall’emozione mi è venuta la mononucleosi. Lei era della Juve e dell’MSI, i fascisti di allora. Adesso che ci penso, la mononucleosi forse mi è venuta per quello. Comunque. Immagino che il 16 maggio mi abbia schienato da qualche parte. Ma non ricordo bene».
Dice di aver amato Claudio Sala in quella squadra, che tra Guardiola e Klopp sceglierebbe il tedesco per il Toro («Adorerei sentirlo prendere in giro Cairo») e che Maradona per lui «era gioia pura, era strafottenza, era spreco, era esagerazione. Inoltre non ha mai giocato nella Juve. Ovvio che lo adori». (l’intervista intera è qui)
Grazie alle protesi camminerò senza avere più male al ginocchio
Mauro Bellugi intervistato da Marco Bo, Tuttosport
Le manovre intorno all’Inter
Il Corriere dello sport-Stadio torna a scrivere stamattina, con ampio risalto in prima pagina, di trattative tra Suning e il fondo BC Partners per la cessione dell’Inter. Andrea Ramazzotti e Alessandro F. Giudice parlano di “riscontri, seppure ancora ufficiosi, negli ambienti finanziari”.
Spiegano: “È bene sgombrare il campo da ipotesi poco realistiche: trattative con interlocutori di questo calibro non possono limitarsi a ingressi in minoranza. BC Partners è uno dei più blasonati investitori finanziari europei, segue operazioni da oltre 300 milioni e dichiara (anche nel suo sito) la vocazione ad acquisire il controllo delle aziende, sceglierne il management e indirizzarne le strategie. In passato ha tenuto le società in portafoglio per 5-7 anni e (come tutti i fondi di private equity) ha interesse a rilevare aziende con risultati poco brillanti, riorganizzarle, migliorarne la performance per poi rivenderle con un ritorno sull’investimento di almeno il 10-15% annuo. Ciò equivale almeno a raddoppiarne il valore in cinque anni. Se non può realizzare queste condizioni l’investimento non viene concluso”.
Il Corriere dello sport-Stadio guarda avanti e si domanda: “Cosa si prospetta per l’Inter nel passaggio da una proprietà industriale/familiare a un fondo? Tanto per cominciare, un radicale cambio di indirizzo: il riequilibrio tra costi e ricavi”.
ZIBALDONE
| ① Le furbizie inutili di Chiesa. Nella sua rubrica su la Stampa, Marco Tardelli rivolge un invito a Federico Chiesa invitandolo a cadere meno. “Non mi piace – gli scrive – te lo dico francamente, questo tuo accentuare i falli che subisci, non mi piace vedere che ti lamenti con i direttori di gara. Insomma come disse una grande poetessa e attivista americana, Maya Angelou, «se qualcosa non ti piace, cambiala. Se non puoi cambiarla, cambia il tuo atteggiamento. Non lamentarti». Caro Federico, oramai sei arrivato ad alti livelli e nelle ultime settimane hai dimostrato che ci puoi stare, le qualità non ti mancano, ma ricordati che meno ti lamenti e più i tuoi avversari ti rispettano. La stessa cosa vale con gli arbitri. Hai davanti a te un futuro luminoso, spero anche in maglia azzurra, e le tue capacità non devono essere offuscate da furbizie inutili”.
| ② Com’era bello quando sbagliava Milik. Dinanzi a una partita persa con 27 tiri in porta, Fabio Bianchi sulla Gazzetta dello sport scrive che De Laurentiis sta sbagliando. Eh sì, sbaglia perché con il Napoli che “sfrutta poco più del 10 per cento di quello che produce” tiene Milik “in naftalina”. Scrive che “adesso sembra uno spreco” e che anzi “l’impuntarsi del presidente sembra, di fatto, un autogol. L’attaccante che servirebbe non si usa e lo si paga pure”. Se invece contro lo Spezia c’era Milik, almeno i gol – come altre volte – se li poteva mangiare direttamente Milik.
| ③ La Superlega con un altro nome. In un intervento scritto per il magazine Linkiesta Forecast, diretto da Christian Rocca (peraltro gran tifoso juventino), Andrea Agnelli ha scritto: «I dilettanti non giocano più, i giovani non si avvicinano allo sport e i consumatori devono selezionare molto più di prima. Nel frattempo, si affaccia la nuova generazione Z, che ha valori, oltre che interessi, molto diversi da chi l’ha preceduta». E dunque? E dunque, come riferisce Repubblica, “il presidente della Juventus sostiene che il numero di club che daranno vita al vertice del movimento dovrà essere ridiscusso” «non per assecondare – di nuovo parole di Agnelli – i desideri di un avido gruppo di imprenditori ma perché l’offerta di calcio sia adeguata alla domanda e garantisca qualità. Il calcio del futuro ha il dovere di coltivare la protezione degli investimenti, i livelli di remunerazione e la distribuzione adeguata dei proventi. Il processo di polarizzazione proseguirà inarrestabile». Come parlare della Superlega o giù di lì senza citarla.
| ④ Il calcio dei fondi: Vialli sta comprando il Pisa (forse). Dopo aver tentato la scalata alla Samp di Ferrero, l’ex attaccante della Nazionale ci starebbe provando 150 km più a sud. Sempre con l’investitore anglo-americano Alex Knaster, fondatore di Pamplona Capital, private equity con sede a Londra, in Italia azionista della Octo Telematics, ex socio di Unicredit al 5%. Lo scrive Simone Filippetti sul Sole 24 ore. L’interesse è per il 75% del pacchetto. In qualità di consulente lavora l’ex direttore finanziario della Juve, Marco Re. Nelle pagine cittadine di Pisa, il Tirreno scrive che “i fatti ad oggi dicono che il Pisa non si sta muovendo come un club che preveda di passare di mano a breve”. Sempre sul quotidiano economico, Carlo Festa scrive che i fondi stanno osservando con un certo interesse non solo l’Inter di Zhang ma pure le situazioni di Sampdoria, Genoa e Udinese.
in tv domani ore 15 Sky Sport 1: Benevento-Atalanta | 18 Sky Sport 1: Genoa-Bologna | 20.45 DAZN e DAZN1: Milan-Torino | domenica ore 12.30 Sky Sport Serie A: Juventus-Fiorentina (finale Supercoppa femminile) | 12.30 DAZN e DAZN1: Roma-Inter | 15 DAZN e DAZN1: Verona-Crotone | 15 Sky Sport Serie A: Parma-Lazio | 18 Sky Sport Serie A: Fiorentina-Cagliari | 20.45 Sky Sport 1 e Serie A: Juventus-Sassuolo
il libro | Michel e Zibi. Gli amici geniali, di Enzo D’Orsi (Edizioni InContropiede)
Dialogo. Figli di due calciatori, di estrazione diversa, uniti da un destino complice e dallo stesso approccio alla vita. «Uno nato nella ricca e austera Francia, raffinato di modi e di pensiero. L’altro, oltre cortina, prigioniero di un regime che gli sottrae metà dei guadagni. Entrambi europei, ma di un’Europa divisa dalle ideologie», scrive l’autore. D’Orsi ha avuto un’idea originale: raccontare quell’epopea immaginando una chiacchierata tra i due amici. Michel e Zibi parlano, si confessano, svelano le proprie ambizioni. Ne esce un dialogo immaginario che l’autore usa come canale privilegiato per farci entrare in quel mondo, in quel calcio, in quell’amicizia così speciale. È un sentimento basato sulla stima, che si nutre di sincerità e diventa affetto che dura nel tempo. Non è uno spoiler rivelarvi che l’amicizia tra i due dura ed è salda ancora oggi. Ci sono due donne al loro fianco. Christele, moglie di Platini, reduce da una turbolenta love-story con un altro calciatore, compagno di squadra di Michel al Saint Etienne, il tenebroso Jean-Francois Larios. E Wieslawa, la moglie di Boniek, laureata in Lettere, con una tesi – guarda un po’ – sulla filologia francese. C’è un calcio – la nostra Serie A – che all’epoca dei fatti era davvero «il più bel campionato del mondo».
recensione di furio zara, Avvenire