▻ Sono passati sei mesi da una partita che ci parve un incidente e che era un messaggio proveniente dal futuro. Avanti di due gol a mezz’ora dalla fine, la Juventus ancora di Sarri se ne fece fare quattro dal Milan già di Pioli. Era il 7 di luglio ed era da 12 partite di fila – quattro anni – che il Milan non batteva la Juventus. Quella rimonta di una sera fu l’annuncio di una rimonta più grande adesso palese, un gap colmato, un po’ per crescita propria e un altro po’ per calo altrui.
È Pirlo che vive la partita di domani nel pericolo di scivolare irrimediabilmente a -13 in classifica. Pioli ha tra le mani una macchina che va con almeno due gol da 17 partite, non perde in campionato dall’8 marzo 2020, l’ultima prima del lockdown (27 giornate) e ha messo insieme 37 punti dopo 15 turni, una quota mai raggiunta nella storia del club. Antonio Barillà sul quotidiano torinese non si nasconde che “per la Juve è dentro o fuori e la notizia è questa, dopo nove anni di dominio assoluto senza un colpo d’ala potrebbe abdicare”.
| soldi Nella traduzione del pallone in economia, è stato calcolato che i tredici migliori giocatori della Juventus sono costati 511 milioni, quelli del Milan 144 milioni. Meno di un terzo. Come monte ingaggi siamo a 240 milioni contro 95. Nel raccontare quella che chiama una guerra dei mondi, Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport presenta “da una parte un secolo di Agnelli, un lungo album di Famiglia, il volto di Andrea settimanalmente visibile tra la criniera di Nedved e le sciarpe di Paratici” e dall’altra un club nel quale “intuiamo i sentimenti e i progetti di Paul e Gordon Singer, titolari del Fondo Elliott, padrone del Milan, solo dalle parole dell’a.d. Ivan Gazidis. Ai più il nome Singer rimanda ancora alle antiche macchine da cucire a pedali”.
Sandro Bocchio su Tuttosport sottolinea che “Famiglia non significa rifugio nella tradizione fine a se stessa, ma apertura al mondo e alle sue dinamiche, come era sempre stato per la casa madre Fiat, poi Fca e da ieri Stellantis”. Alla Famiglia, allora, Pirlo ha chiesto un altro attaccante, per semplificazione detto un vice Morata. Giulio Cardone ed Emanuele Gamba su Repubblica ricordano che “Sarri non ebbe invece gli stessi privilegi: tra il mercato d’estate e quello d’inverno non gli presero giocatori funzionali ai suoi bisogni (per tutta la sua stagione dovette barcamenarsi in un perenne adattamento tattico) e finì per giocarsi i minuti decisivi degli ottavi di Champions con il giovane Olivieri in attacco”. Se arriverà, costerà poco. Un parametro zero o giù di lì. I nomi che girano: Llorente, Pavoletti, Pellè, la Stampa e la Gazzetta citano anche Quagliarella. Il Milan sta invece chiudendo per il giovane difensore francese Simakan.
| chi c’è e chi no Il Milan non avrà Tonali, squalificato, uno dei pochi nodi irrisolti di Pioli, e a centrocampo continuerà a mancargli Bennacer. Pare che tocchi a Krunic. A sinistra rientra Theo Hernandez. La Juventus ha perso proprio ieri Alex Sandro per positività al covid ed è partito un nuovo giro di tamponi per i compagni, col timore che abbia giocato da positivo e che si possa aprire un focolaio. Dybala potrebbe prendere il posto di Morata e sta per rientrare Cuadrado. Rabiot è di nuovo disponibile.
Ibrahimovic alimenta il dubbio sulla sua presenza birboneggiando sui social.
Franco Ordine sul Giornale mostra di non credere al recupero dello svedese. Scrive: “Immagino già la suggestione di un improbabile duello tra CR7 e Ibra: si giocheranno titoli, dibattiti e scommesse sull’argomento. Per andare sul sicuro sarebbe meglio puntare su un altro e forse decisivo duello atteso tra Cuadrado e Theo Hernandez, le due frecce di Pirlo e Pioli”.
Con Ibra in campo la media punti del Milan è di 2,33 ma senza è di 2,55. Carlos Passerini sul Corriere della sera chiarisce: “Non significa ovviamente che di uno come Zlatan si possa fare a meno, prima rientra e meglio è. Ma è indiscutibile che i piccoli diavoli se la stiano comunque cavando benissimo. Mai un malumore, mai una polemica”.
Luca Talotta sul Giorno si concentra invece sul duello portoghese tra la stella e il ragazzino, Ronaldo e Leão. Uno è all’inseguimento dei record incerti di Pelé. Gli mancherebbero tre gol. Allora Pelé o chi per lui si è affrettato a cambiare la sua bio su Instagram, sottolineando di non averne segnati 761 ma 1283 perché quelli nelle amichevoli per lui valgono eccome (se n’è accorto Francesco Balducci su Eurosport). L’altro, Leão, è ancora in corsa contro sé stesso o peggio contro qualcosa di inafferrabile, come s’è intuito dall’esultanza dopo il gol al Benevento, il dito battuto sul polso, “il gesto dell’orologio – scrive il Giorno – per dire «È il nostro tempo». Ma è soprattutto il suo, tempo”.
| le panchine Per Paolo Tomaselli sul Corriere della sera la Juventus “non è ancora una squadra all’altezza delle idee del suo allenatore. E nemmeno del rendimento del suo campione, Cristiano Ronaldo. Non ha ancora quell’istinto killer, quella scaltrezza e quell’equilibrio”. Quello di Pirlo – scrive – sembra un progetto che va oltre la tradizione bianconera di “squadra d’acciaio, brutta se serve, ma efficace sempre, proseguendo ideologicamente il lavoro iniziato da Sarri. Non è ancora chiaro, nemmeno alla Juve stessa, se abbandonare il Dna vecchio per quello nuovo — tra una stagione pandemica e l’altra, senza preparazione estiva, con un tecnico al debutto, con una capacità di spesa ridotta a causa di un bilancio sotto stress — sia stato una follia o un colpo di genio”.
Tommaso Lorenzini su Libero continua a ritenere che Pirlo sia stato “un azzardo della dirigenza. Andrea è un purosangue trasformato in fantino, combattuto fra la necessità di far andar forte il cavallo e quella di non cadere (entrambi)”.
Furio Zara su Avvenire osserva dentro i colori che i due allenatori si sono scambiati negli anni. “Pioli nella Juventus ci è cresciuto. Tre anni, sempre da riserva, 35 presenze in serie A (14+14+7), uno scudetto, una Coppa dei Campioni (la sera dell’Heysel), una Coppa Intercontinentale e una Supercoppa Uefa. La Juve per il giovin calciatore Pioli è stata uno stage nell’azienda più prestigiosa dell’Italia di quegli anni. Ha imparato tanto, dal Trap per esempio la gestione dello spogliatoio e la consapevolezza che la bellezza – se è bella davvero – nel calcio è soprattutto utile; d’altronde quella (dai 19 ai 21) è l’età in cui impari le cose senza saperlo, le conservi in un posto che poi dimentichi e te le ritrovi molti anni dopo, quando ti siedi sulla panchina del Milan, sei primo in classifica e sfidi la Juve, lì dove tutto ha avuto inizio. Pirlo – sebbene una certa storiografia abbia cancellato il suo passato – è diventato Pirlo nel suo decennio (2001-2011) al Milan, club da cui si staccò per consunzione fisiologica dopo tanti trionfi (tra gli altri due scudetti e due Champions) prima di conoscere una seconda giovinezza alla Juventus”.
Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport commenta che i due “hanno tra le tante diversità un tratto comune. Sono due allenatori che non comandano la squadra, ma la guidano. Cercano di arrivare al risultato attraverso il coinvolgimento dei giocatori alla causa comune. Pioli è già riuscito a trasformare una ventina di giocatori in un gruppo coeso, con uno spirito che consente a ciascuno di rendere il centodieci per cento. Pirlo ancora no. La Juve ha d’altronde diverse individualità troppo spiccate per piegarsi a una visione collettiva”.
Gianfranco Teotino sul Messaggero sottolinea che “a entrambi oggi piace un calcio offensivo e di possesso. Il Milan è una macchina ormai rodata, la Juventus no. L’assetto variabile proposto da Pirlo finora funziona a partite alterne. Per il Milan un esame di laurea, per la Juventus, ebbene sì, l’ultima spiaggia. In gennaio”.
France Football dedica nel numero uscito stamattina due pagine a Pioli dal titolo indicativo: “Perché se lo merita”, perché merita cioè tutto quel che gli sta succedendo. Roberto Notarianni ha sentito alcune voci dall’Italia, tra le quali Giovanni Rossi, il direttore sportivo del Sassuolo nel quale Pioli lavorò nel 2009-10. «Purtroppo – dice Rossi al settimanale francese – molti in Italia confondono l’istruzione, l’accento sugli aspetti positivi e l’uso di una certa moderazione nel linguaggio con la mancanza di personalità. Stefano è uno degli allenatori più brillanti al mondo. È un perfezionista, sempre assetato di imparare, di capire. Non è mai sopra le righe, e a volte alcune persone hanno fatto sembrare questa cosa una debolezza. Sa prendere decisioni, sa essere duro se necessario».
neo-babele La Juventus ha nominato un nuovo chief financial officer e investor relator. Dovrà coordinare l’Area Finance, ma si capisce che opererà a diretto contatto con il managing director dell’area Business. Sono anche entrati in società un general counsel, chief legal officer e una nuova chief people officer. Purtroppo i tre hanno rovinato tutto con i loro nomi italiani: Stefano Bertola, Cesare Gabasio e Tiziana Zancan. Nemmeno un Andrew, un John, una Debora con l’acca.
gesti Zaccagnismi | La rovesciata di Zaccagni è finita sul Guardian. Nicky Bandini la definisce un altro segno della sua ascesa, ricordando la convocazione in Nazionale e l’infortunio che ha impedito a Zaccagni di esordire. Il Guardian scrive che “per ironia della sorte è stata finora proprio la mancanza di momenti degni di nota a impedirgli di ottenere prima un’opportunità del genere. Zaccagni è un giocatore il cui contributo non sempre emerge dalle statistiche più misurabili di gol e assist. I giocatori che indica come i suoi modelli – Luka Modric e Miralem Pjanic – sono prima di tutto dei facilitatori, i loro contributi consentono di brillare agli altri intorno. Questa mentalità è racchiusa nelle parole del suo allenatore, Ivan Juric, che ha definito Zaccagni uno dei calciatori più intelligenti mai allenati, perché fa giocare bene i suoi compagni. È Juric che lo ha spinto a cercare di più la porta. Zaccagni aveva giocato in precedenza perlopiù come centrocampista box-to-box. Ora capita che sia schierato come uno dei due trequartisti, tra centrocampo e attacco sul lato sinistro di un 3-4-2-1. A giugno Juric aveva profetizzato che Zaccagni poteva andare in Nazionale. Disse: ma solo impara a diventare più decisivo negli ultimi 20-25 metri”.