▻ Una volta crollato il prezzo, per la squalifica da calcioscommesse e per l’arrivo degli stranieri in Italia, comprare Paolo Rossi era diventato all’improvviso meno difficile. Ci provò Sandro Mazzola all’Inter, ci riuscì Giampiero Boniperti alla Juventus, chiudendo in ritardo un cerchio che le circostanze gli avevano spezzato.
La Gazzetta dello sport parlò di “destinazione naturale”.
Furono Giovanni Trapattoni e Roberto Bettega a rivelare che tutto era compiuto, che Paolo Rossi avrebbe lasciato sia Vicenzia sia Perugia, dove aveva creduto di trovare serenità e aveva trovato ancora più inferno. Ne parlarono il giorno dopo il ritorno della Juventus in testa alla classifica, a 18 mesi di distanza, con l’aggancio alla Roma di Liedholm e due scudetti finiti nel frattempo a Milano. Era il 9 marzo 1981.
«Mancano soltanto pochi dettagli per la definizione del suo acquisto. Rossi – disse l’allenatore – eleverà il tasso di classe della Juve e finalmente coprirà il ruolo di centravanti lasciato scoperto da Boninsegna».
Il suo gemello in Nazionale al Mundial d’Argentina aggiunse: «Da agosto, nel ritiro di Villar Perosa, Rossi potrà allenarsi con noi. Con lui non abbiamo più rivali in Europa. Boniperti forse non insisterà più nella richiesta di aprire le frontiere al secondo straniero. Sarà Rossi il nostro nuovo straniero».
parte I Come fu che un padre riconobbe un figlio
parte II La caduta
Ma la domenica problemi grossi / segna Giordano o segna Paolo Rossi?
Stefano Rosso in “L’italiano”
Quando diventò impossibile smentire, mentre i giornali cercavano conferme nel fatto che il nuovo acquisto avesse venduto la vecchia macchina e comprato un modello uguale a quello di Zoff e dell’irlandese Brady, Pablito ammise tutto dicendo: «Sono contento di andare in una squadra dove sarò soltanto uno degli undici, non il fenomeno con l’obbligo di fare il salto mortale senza rete. Questo è il lato più interessante della faccenda, a parte il piacere di tornare a parlare di calcio. Sono sicuro di me, la Juve non dovrebbe pentirsi, per lo meno la rabbia accumulata in questa attesa dovrebbe essere una garanzia».
Uno degli undici. Ormai è chiara la dimensione dentro la quale Rossi sentiva di poter essere Rossi senza smettere di essere Paolo.
Adalberto Bortolotti sul Guerin Sportivo scrisse: “Chi ha in mente la Juventus dilagante di Bologna e le aggiunge un Rossi al centro dell’attacco, arriva alla conclusione che il calcio italiano va incontro a un’altra delle cicliche egemonie bianconere”.
Dopo queste parole la Juventus avrebbe in effetti vinto quattro dei sei scudetti successivi, un paio dei quali con Rossi centravanti, più una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni. Eppure si fa fatica a parlare di egemonie in quegli anni, almeno nei termini attuali. Nei 23 campionati tra il 1969 e il 1991 in Italia vincono lo scudetto 11 squadre diverse. Per cinque di loro fu il primo, sei non l’hanno mai più rivinto. A parte i cicli quinquennali della Juventus Anni Trenta e del Grande Torino, le egemonie nel calcio italiano si radicano dal 1992 in avanti, come in molti altri Paesi d’Europa, quando arrivano i soldi delle televisioni e della Champions come la conosciamo oggi a modificare il panorama e a stravolgere gli albi d’oro. Con l’eccezione dei due scudetti finiti a Roma a cavallo del Giubileo, dal 1992 in avanti in Italia avrebbero vinto solo tre squadre, le più ricche: Inter, Juventus e Milan.
Negli ultimi trent’anni solo due giocatori hanno segnato più di 100 gol in serie A tutti in provincia: Antonio Di Natale e Sergio Pellissier.
Un Paolo Rossi a Perugia – e Zico a Udine – non l’abbiamo visto più.
Provavo disgusto per il calcio. Ho pensato di andar via dall’Italia, di smettere. Dissi: “Non mi vedrete più in nazionale”. Mi diedi all’abbigliamento sportivo, con Thoeni. Le cose peggiori? Il sospetto della gente, quegli sguardi… e le notti del sabato, sapendo che al risveglio non c’erano partite ad aspettarmi. Mi ha salvato la consapevolezza di essere innocente. Boniperti mi chiamò: “Verrai con noi in ritiro, ti allenerai con gli altri, anzi più degli altri”. Mi sono sentito di nuovo calciatore. La lettera di convocazione adesso farebbe ridere. Diceva di presentarsi con i capelli corti, indicava cosa mangiare e cosa bere. Boniperti era un mago in queste cose. Quando arrivai mi disse: “Paolo, se ti sposi è meglio, così sei più tranquillo”. Devo ringraziare lui, Trapattoni e Bearzot. Il Trap mi ha allenato con la sua grinta, ci ha messo molta dedizione, Bearzot mi chiamava spesso. Non mi faceva promesse ma mi incoraggiava a lavorare bene, perchè lui mi teneva sempre in considerazione. Fondamentale
Paolo Rossi
A Giussy Farina, presidente del Vicenza, scappò di dire che un Paolo Rossi juventino e non più di proprietà del Vicenza, avrebbe commosso la federazione. Federico Sordillo, che la federazione la guidava, fece sapere a Farina e alla Juventus che «la commozione non è un sentimento che alberga nei nostri animi. Per me Rossi è un giocatore come gli altri. Io non so se a Torino le carte federali le abbiano già stracciate. So che Farina non è stato deferito perché non è più tesserato». I guai si accumulavano ai guai, per il povero Bearzot. Bettega venne prima definito con l’accusa di aver chiesto a Pin del Perugia di lasciarlo segnare e nel novembre del 1981, in uno scontro con il portiere belga Jacky Munaron dell’Anderlecht, si ruppe il ginocchio e finì per saltare i Mondiali.
A un anno dal Mundial di Spagna, nessun giornale includeva Rossi tra i 22 convocati. Bearzot lasciava che girasse la versione secondo cui avrebbe deciso all’ultimo istante. “Con una maglietta gialla e un bermuda carta da zucchero, in esemplare divisa casual”, come scrisse Alberto Costa sul Corriere della sera, Paolo Rossi si ripresentò al lavoro a Villar Perosa il 27 luglio del 1981 e avrebbe trascorso il 1° maggio 1982 il suo ultimo sabato senza calcio. Al mercoledì, poche ore prima la scadenza della squalifica, aveva segnato 4 gol in una partitina contro la Primavera. Lo aveva marcato il 17enne Lorenzo Costanzo.
Causio accolse a Udine la sua vecchia squadra e il suo vecchio compagno dicendo: «Di Pablito si è parlato anche troppo». Miano segnò a Zoff dopo 2 minuti mentre Rossi era ancora – spiegò – «paralizzato dall’emozione». La Juventus ne ebbe altri 88 per rimontare e farne quattro. Uno fu suo, con traversone di Scirea. Rossi era tornato. Non aveva ancora compiuto 26 anni.
Il Guerin Sportivo titolò “Olé” e parlò di ingiusto esilio. La Gazzetta gli diede 6.5: “Ha ribadito di non aver smarrito quell’opportunismo sotto rete e quell’abilità d’uomo d’area che ne aveva contraddistinto la personalità”. Il Corriere dello sport in pagella gli mise 7 definendolo però “smunto e inebetito dalla paura”. Sei e mezzo anche da Tuttosport: “Bisogna saperlo aspettare”. Dal Corriere della sera 6.5: “L’abbiamo visto guizzare come ai bei tempi”. Dal Giorno 6.5: “La vecchia Colt spara ancora”. Dal Giornale 6.5: “Via le paure, Rossi ha sospinto così le mani di Madama sullo scudetto della seconda stella. Fine di un incubo, diranno le mamme d’Italia”.
Giovanni Arpino scrisse che Rossi “deve giustificare nelle brache di uomo-gol, le sue varie figure di uomo-yogurth, uomo-occhiali, uomo-scarpette sportive, uomo latte-cacao. Aggravato da sponsorizzazioni che, come etichette, aumenterebbero il peso di un bolide di formula 1, Paolo ex Pablito, è in pista per ritornare quel Pablito”.
La Notte gli diede 7.5: “Di trascendentale non fa quasi nulla, l’essenziale lo fa benissimo, meglio di chiunque altro in Italia”. Sette da la Stampa: “Lampi di classe genuina, non corrosa dalla lunga assenza”. Roberto Boninsegna, che aveva iniziato una collaborazione con l’Unità, scrisse: “Ah, quello delle scommesse, sussurrano i maligni. Non scherziamo, per favore, Rossi ha sbagliato, ma ha anche pagato. ricordargli l’errore commesso è una crudele cattiveria. La pena serve per maturare l’uomo, non per bollarlo a vita”.
Dal Messaggero Rossi ebbe 6.5: “La sua condizione non è quella che può consentirgli il titolo di salvatore della patria bearzottiana. Almeno per ora”.
La stampa di Roma spingeva per vedere Pruzzo in Nazionale. La stampa milanese per Beccalossi. Bearzot non portò in Spagna nessuno dei due.
Lo so che la gente da me pretenderà molto ma io mi sento soltanto uno dei tanti. Mi basta sapere che posso finalmente tornare in uno stadio a testa alta perché la mia condanna è finita. Sono il primo ad avere paura dopo due anni. Il più scettico verso Paolo Rossi sono io
Paolo Rossi
Vigo, il Sarrià, il Bernabéu
La Juventus aveva vinto il campionato all’ultima giornata con un calcio di rigore segnato a Catanzaro da Liam Brady, già certo di dover andar via per gli arrivi di Platini e Boniek. A Firenze si rammaricano ancora per un gol annullato contemporaneamente a Graziani, a Cagliari, una decisione che evitò si andasse allo spareggio scudetto, un’altra partita – e che partita – a poche settimane dal Mundial. Era morto Villeneuve, argentini e inglesi erano in guerra, il Milan era retrocesso di nuovo in B, stavolta sul campo, e aveva venduto Collovati all’Inter.
Rossi tornò in Nazionale il 28 maggio a Ginevra, in amichevole con la Svizzera prima della partenza. Bearzot aveva già in mente la squadra per dieci undicesimi, con Graziani di punta accanto a Pablito. In Spagna avrebbe solo messo Oriali al posto di Marini. Finì 1-1. Il Corriere della sera scrisse che Rossi tornava a dividere l’Italia. Nella penultima di campionato, la marcatura di Bruscolotti non gli aveva fatto toccare palla e lo stesso accadde con gli svizzeri, duri alla stessa maniera.
Carlo Grandini commentò: “Non confondiamo la speranza che è grande, con la fiducia, che non lo è altrettanto. Rossi può ancora essere il santo di tanti miracoli? Il Rossi che finisce troppo spesso col sedere per terra, certamente no”.
L’avrebbe spaccata, l’Italia, e in modo furioso a Vigo, dove si giocava il girone di qualificazione contro Polonia, Perù e Camerun. L’Italia era blindata in ritiro a Pontevedra. Rossi in camera con Cabrini al secondo piano, Bearzot nella camera 101 al primo, la stessa che aveva ospitato Juan Carlos di Borbone quando da giovane aveva frequentato l’accademia navale. Le camere non avevano il televisore ma avevano il telefono con la teleselezione. Sveglia tra le 8 e le 9, colazione, alle 10 lettura dei giornali (abolita dopo poco per evitare la depressione dei giocatori), tra le 11 e le 12 interviste, 12.30 pranzo, dalle 14 alle 16 riposo, alle 17 allenamento, cena alle 19.30, alle 21 un film e poi a letto.
La sera prima del Mundial gli azzurri guardarono La Grande Guerra con Sordi e Gassman. Nelle sere successive molti western e molto Bud Spencer.
Lo 0-0 con la Polonia fu accolto con un sospiro da chi temeva il peggio e con le critiche da chi non s’aspettava niente di buono. L’allenatore del Cagliari da scudetto una dozzina d’anni prima, Manlio Scopigno detto il filosofo, sul Giorno scrisse che erano stati confermati “i suoi limiti, di schemi, di palleggio, di resistenza alla distanza”. Il romanziere Manlio Cancogni sul Giornale commentò: “L’aspetto più deprimente di questo pomeriggio è che il risultato deve considerarsi tutto sommato positivo”.
A parte Arpino e Cancogni, due premi Strega, a quel Mundial scrivevano dalla Spagna per i quotidiani italiani anche Mario Soldati per il Corriere della sera, Mario Vargas Llosa pure lui per il Giornale, mentre firmava dall’Italia Oreste Del Buono per la Stampa. Gianni Brera era da qualche mese passato dal Giornale a Repubblica.
Rossi fu insufficiente per i più. Tuttosport gli accreditò “una onesta sufficienza” ma lo vide “in tono minore”. Repubblica lo diede per “letteralmente scomparso”. Il Giornale in prima pagina titolò: “Niño di piombo”.
Lui, Rossi, si disse soddisfatto della prestazione della squadra, non della propria. Agli inviati che facevano domande sulla condizione del centravanti, il professor Vecchiet rispose: «Pallido è sempre stato, per sua natura». Il Corriere della sera iniziò a spingere perché avesse una chance l’interista Altobelli, in grande forma. Bruno Bernardi su la Stampa scrisse che “si era sparsa la voce di una crisi di nervi di Rossi dopo l’impietoso botta e risposta con i giornalisti. In realtà Paolo era solo amareggiato”.
Fu 1-1 alla seconda con il Perù. Il Corriere dello sport titolò in prima pagina: Azzurri, che pena. Manlio Scopigno sul Giorno parlò di “ammucchiata indecorosa”. La media in pagella per Rossi fu 4. Il più buono fu Tuttosport che lo giudicò “legato anche nei movimenti atletici più elementari, cacciato in una sorta di vicolo cieco dal quale potrà uscire soltanto in tempi lunghi”. Il Corriere della sera gli diede 3 e scrisse di non sentirsela di infierire su “quest’omino dalla faccia scavata, che perde palla, non ha scatto, protesta, parla continuamente”, così come furono severi il Tempo (“come se non avesse giocato”), il Messaggero (“non ne indovina una”), la Gazzetta (“completamente vuoto psicologicamente”). La sera stessa, al Processo di Biscardi, Helenio Herrera si scatenò contro Bearzot: «Non è un grande allenatore. Ha diretto soltanto il Prato. Pruzzo e Beccalossi andavano portati. Non sa prendere decisioni durante una partita e quando lo fa sbaglia. Inutile insistere su Rossi».
Bearzot non si smosse di un decimillimetro. «Rossi mi ha completamente soddisfatto. Il primo tempo con il Perù non è un episodio che muta la realtà. Non è vero che sia in confusione mentale. Non è male per lui giocare. Anzi, il contrario». Il Messaggero giudicò Pablito “perso per il resto del Mondiale”, Schnellinger alla Gazzetta lo definì bruciato. Repubblica lo descrisse 4 chili sotto peso. Giorgio Tosatti sul Corriere dello sport rimproverò di nuovo al CT la mancata convocazione del romanista Pruzzo: “Vorremmo giocare in undici. È possibile?”.
Paolo Bugialli, inviato del Corriere della sera, forse venne attraversato di una visione perché difese quel Rossi “autore di due gol pagati con due anni di galera sportiva e con la libertà sorvegliata cui sta sottoposto adesso”, deplorando “la crudeltà degli addetti allo sport, estensori di epitaffi” nel timore che “stiano aggiustando le rime per trasformare l’elogio a un morto in un peana al vivo (qualora le cose vadano bene)”. Rotondo sul Corriere della sera scrisse che per via della gestione del centravanti, la fiducia della squadra in Bearzot non era più granitica come un tempo.
Bruno Conti scese nell’arena per difenderlo e disse che non ci sarebbe stato da vergognarsi di passare il turno con un terzo pareggio contro il Camerun. La Nazionale poteva andare in campo sapendo che un punto le sarebbe bastato, perché la Polonia aveva battuto 5-1 il Perù il giorno prima.
Un punto bastò. Un altro 1-1. Sulla Stampa Oreste del Buono definì la squadra “una delle più penose nazionali italiane mai viste”. Per Repubblica fu “la noia di sempre”. Eppure Rossi, eppure Pablito, fu “in netto miglioramento” per il Messaggero, “in sensibile progresso” per Paese Sera, “più vivo” per il Giornale, con “qualche timido miglioramento nella ripresa” per la Gazzetta. Gianni Brera su Repubblica commentò: “Il gioco lo intuisce, ma gli manca materialmente il piede di spinta”.
Il primo posto nel girone era andato, e poiché era saltato al tempo stesso il primato dell’Argentina nel suo, due incastri imprevisti generarono al secondo turno il gruppo Italia-Argentina-Brasile, al posto di uno con Polonia-Brasile-Belgio e uno con Italia, Argentina o Belgio e URSS.
Arpino sul Giorno si domandava: “Chi marcherà Maradona? Io vedo una Nazionale piuttosto decotta. C’è chi corre guardandosi in uno specchio, c’è chi corre ma non sa dove, c’è chi ha i ginocchi deboli come ricotta”. Lodovico Maradei sulla Gazzetta scrisse: “Stiamo portando in giro per il mondo una caricatura grottesca della formazione del 78”. Considerò che questa Italia – quella Italia – sarebbe stata eliminata anche in un girone con Belgio e URSS, tanto valeva perdere contro squadre che “praticano un foot-ball da fantascienza”.
➣ Non crede che sia il caso di cambiare uomini e tattica?
«Io gioco sempre con lo stesso schema, da sette anni. E non ho intenzione di cambiare adesso. Chiaramente qualcosa dipende dagli avversari, ma le basi del mio gioco sono queste e queste resteranno, tenendo conto che nessuno conosce i miei giocatori meglio di me»
Enzo Bearzot in conferenza stampa
In Italia, nel frattempo, un gruppo di cittadini aveva presentato un esposto alla Procura della Repubblica contro Federico Sordillo, presidente federale, perché nel promettere un premio ai calciatori sarebbe incorso nel reato di peculato, per distrazione di fondi pubblici, i fondi provenienti dal CONI. In Parlamento furono presentate quattro interrogazioni.
Bearzot replicò a tono: «Sarebbe opportuno che qualche interpellanza fosse fatta su questi signori e sui loro guadagni». Sordillo disse che questa iniziativa parlamentare «mi fa ridere» e il presidente del CONI, Franco Carraro, mediò papavereggiando: «Penso sia un diritto chiedere lumi da parte del Parlamento. Quando i Mondiali saranno finiti, la federazione fornirà tutti i dettagli. Le federazioni sono autonome. Se elargiscono premi, utilizzano gli incassi delle manifestazioni e non i contributi».
Succede allora che venerdì 25 giugno 1982 la Nazionale annunci quella che Gianni De Felice sulla Gazzetta chiama “la pensata di cucirsi la bocca”. Il silenzio stampa. De Felice annotò che “chi va sui giornali, di solito ci sa stare”. L’Italia di Bearzot, sottitendeva, no. Tosatti sul Corriere dello sport parlò di sensibilità del Paese offesa. Sconcerti su Repubblica di situazione grottesca. Gian Paolo Ormezzano su la Stampa ironizzò: “Toccherà a noi chiedere agli altri dell’Italia, non sono più gli altri a chiedere a noi della squadra azzurra”.
Perché all’improvviso tacciono?
Roberto Renga su Paese Sera e Silvio Garioni sul Corriere della sera scrissero che i giocatori hanno preso la via del silenzio dopo la pubblicazione dell’entità dei premi. Alfio Caruso sul Giorno aggiunse che “gli azzurri vorrebbero che non si parlasse dei quattrini per rispetto dei metalmeccanici. Silenzio per i metalmeccanici o per il fisco?”.
Parlerà solo Zoff, a nome della squadra.
«Le ragioni per cui abbiamo preso questa decisione – disse – sono strettamente legate a quanto è stato scritto fino ad ora sul nostro conto. Non è una protesta, ma un atto di difesa. I ragazzi si sono stancati di leggere dichiarazioni riportate in modo ambiguo, commenti sarcastici continui. Anche la faccenda del premio per qualcuno di noi può aver influito. Ci avete presentato come persone che vivono in un altro mondo, in una loro isola, come se ignorassimo che tanti operai stanno rischiando di restare senza lavoro».
La leggenda attribuirà il silenzio a un articolo che ironizzava sulla relazione d’amicizia tra Rossi e Cabrini.
Gay | La nazionale stava crescendo ma nella nostra truppa di inviati non ce ne eravamo accorti. Argentini e belgi si erano fatti raggiungere da mogli, fidanzate, amanti varie, era uno dei temi pruriginosi da mettere in pagina. Ci ritrovammo in tre, un collega del Corriere della Sera, uno de Il Giorno e il sottoscritto. Domandai a Paolo se non sentisse, lui come gli altri suoi compagni, la necessità di rivedere parenti e affini. Rossi fece una smorfia: «No, per noi non è un problema, stiamo bene assieme, io e Toni (Cabrini) abbiamo un buon rapporto, in camera parliamo di tutto, abbiamo un’intesa totale».
Feci una battuta goliardica: «Ho visto Toni camminare sculettando…» e il collega del Corriere: «L’ho visto anche mettersi il rossetto sulle labbra…». Risate forti, immediate. Il giorno appresso, su Il Giorno, il terzo presente aveva scritto dell’intesa totale dei due azzurri, il totale e l’intesa andavano interpretati. Così fecero i cronisti brasiliani che entrarono a piedi uniti sull’argomento: Italianos maricones perdidos, tradotto italiani omosessuali persi. Ci furono allora tumulti fra gli azzurri, la battuta goliardica diventò il pretesto per provocare il silenzio stampa, già alimentato dalle proteste di onorevoli e senatori che chiedevano chiarimenti sui premi esentasse per i nostri calciatori. Anche in quell’occasione, Paolo non urlò, non strillò contro il responsabile di quell’articolo e contro gli altri due cronisti presenti, confermando la sua educazione, il suo equilibrio e, comunque, un disagio tenuto sotto controllo.
di tony damascelli, il Giornale, 12 dicembre 2020
Nel suo libro 1982 il mio mitico Mondiale, scritto con sua moglie Federica Cappelletti, Paolo Rossi non ha fatto nemmeno menzione della storia e ha scritto: “La presa di posizione contro le domande provocatorie, la tendenza della stampa italiana a una eccessiva severità dei giudizi e l’inesattezza sui premi partita fu unanime. Detestavamo sentirci oggetti nelle mani dei giornalisti, soprattutto di quelli insensibili”.
È guerra. Diciamo così. I giornali iniziarono a scrivere che la squadra era spaccata. Anche sulla necessità del black-out. Che Graziani e Causio avevano litigato dopo un 10-2 in allenamento.
Giorgio Tosatti sul Corriere dello sport si avvicinò alle sfide con Argentina e Brasile scrivendo che non considerava vergognoso ma comico il gloriarsi del pareggio “con i bambinoni del Camerun” e si domandava “quali conoscenze di sport abbia gente convinta di poter cavare qualcosa da un atleta ridotto nelle condizioni di Rossi”. Gianni Melidoni sul Messaggero chiamava l’Italia l’Armata Brancazot.
Gianni Brera su Repubblica asseriva che “il solo italiano accettabile è quello che ha paura di dire che ha paura. Se Bearzot non ne avesse, avrebbe il coraggio di tirare al Brasile e all’Argentina autentici scherzi da prete, anche con una squadra di ratti della quale nessuno possiede autentica classe internazionale”. Vladimiro Caminiti su Tuttosport auspicava il risveglio di Rossi, “il giocatore che piaceva ai bambini perché giocava con felicità. Giocava per vivere. Si possono avere tutti i tesori e sprecarli. Si è campioni solo quando si è convinti di esserlo”.
Il primo scherzo con l’Argentina – come si sa – finì 2-1. Ma Rossi fu per Paese Sera “un giocatore svuotato”, per l’Unità un centravanti che “affetta per il pallone la stessa ripugnanza di un vegetariano per l’abbacchio”. Repubblica scrisse che si era comportato “con un coraggio inversamente proporzionale alla bravura tecnica”. Brera scrisse di averlo sentito supplicare Bearzot: «Faccia scaldare un altro, per favore». Il CT non smentì e parlò di onestà di Rossi nel chiedergli il cambio a dieci minuti dalla fine.
Non tutti lo bocciarono, i suoi voti oscillarono tra il 5.5 e il 7.5 della Stampa che ne registrò “il pieno recupero, gli manca ancora il gol ma lo cerca sempre meglio”. Il Giorno lo vide “in crescendo”, il Corriere dello sport “in chiaro progresso”, il Corriere della sera “sorprendentemente rivitalizzato”. Italo Cucci, che aveva schierato il Guerin Sportivo a difesa di Bearzot, con Darwin Pastorin, con il Tuttosport di Pier Cesare Baretti, scrisse: “Dite quel che vi pare: alla fine ho pianto. Questa vittoria è, deve essere, anche pacificazione, ed oblio di un passato di cui sarebbe meglio vergognarsi. Come devono vergognarsi tutti coloro che per mesi, se non per anni, hanno vomitato insulti su Enzo Bearzot, l’onesto Bearzot, il tenace bravo Bearzot”.
Nel suo libro 1982. La rivincita (Diarkos, 2020), Francesco De Core ricostruisce: le altre firme che non parteciparono alla campagna contro il CT furono Mario Sconcerti, Giorgio Lago, Gianfranco Giubilo, Franco Mentana, Bruno Amatucci.
“Gli scrittori inviati al seguito si tengono distanti – racconta – pur partecipando a volte con ironia e distacco ai processi intentati sul posto: Giovanni Arpino, Mario Soldati, Manlio Cancogni e Oreste del Buono incrociano spesso lo sguardo fiero di Bearzot, soprattutto il vecchio Arp, sodale di tante battaglie mondiali trasfigurate persino in quei magistrali racconti che galleggiano tra finzione e realtà. Certo, neppure tra loro i rapporti sono idilliaci. Brera e Arpino, un tempo così amici da far dire a Giòan che l’autore di Una suora giovane era il suo personale Nobel, ora si disprezzano amabilmente, “colpa” di un duello a sorpresa alla Domenica sportiva tra Brera e Bettega; lo stesso Arp con Del Buono non si parla: «Sapevamo passarci attraverso nell’ascensore degli alberghi come se veramente non consistessimo di carne e ossa»”. Lo scrisse in Amici, amici degli amici, maestri (Baldini&Castoldi 1994).
Arpino non nascose dopo il 2-1 la gioia per l’umiliazione “di quei critici nostrani che da sempre sottopongono questi azzurri a un massacro dialettico senza uguale al mondo”.
Del Buono su la Stampa sottolineò che “questa vittoria impone definitivamente il silenzio alla stampa: non il silenzio degli azzurri con la stampa, ma il silenzio della stampa scornata”.
Non ci fu la pace, altro che. Tardelli e Mario Sconcerti quasi vennero alle mani in ritiro. Lino Cascioli sul Messaggero scrisse che Gentile dal campo aveva urlato bastardi dal campo verso la tribuna stampa, e il feroce difensore gli diede del bugiardo incrociandolo alla fine della successiva conferenza stampa di Bearzot.
Poi venne il giorno di Pablito al Sarriá. “Considerandolo un appuntamento speciale – avrebbe raccontato il numero 20 nel libro già citato – scesi in campo con una collanina biancorossa di corallo al collo, acquistata su una spiaggia di Barcellona dai miei amici Sergio Bon, titolare di un ristorante a Vicenza, e Curzio Levante, vicepresidente del Vicenza all’epoca del mio primo contratto di ottocentomila lire al mese, più cinquantamila a ogni gol segnato”.
Lui tre, Brasile due. La Stampa scrisse che “la sua sofferenza è stata premiata”. Nino Petrone sul Corriere della sera scherzò: “Forse nemmeno Gentile lo avrebbe fermato”. Melidoni sul Messaggero disse che non si era sbagliato nel vederlo bene contro l’Argentina. Repubblica e Guerin Sportivo lodarono la cocciutaggine friulana di Bearzot. Pagelle: 10 da Tuttosport, 9 da Corriere della sera, Corriere dello sport, Gazzetta e Stampa, il Giorno si fermò a 7.5.
Ho avuto soltanto la conferma che avevo visto bene nel credere in lui. Da Rossi avevo cominciato ad avere una risposta positiva sin dalle prime partite di Vigo, quelle del girone ribattezzato grigio, che ha finito per dare due semifinaliste a questo mondiale. All’anima del grigio
Enzo Bearzot
Arpino sul Giorno attaccò “mestatori e scribacchini d’accatto, i musi disfatti per la vittoria italiana”. Pier Cesare Baretti su Tuttosport risentito scrisse: “Ora tutti hanno scoperto l’Italia e tendono la mano a Bearzot” ricordando la “guerra spietata” e “la vergognosa campagna di stampa”.
Antonio Ghirelli sul Corriere della sera sintetizzò: “Siamo una nazionale pazza, un Paese pazzo, un popolo pazzo e imprevedibile. Non ci lasciamo ammazzare facilmente, ecco il senso di tutto”. Come Andrea Barbato, direttore di Paese Sera, che scrisse: “L’Italia è fatta di gente che sembra sempre un po’ molle, o litigiosa, o irritabile, o schiacciata dalla superiorità fisica e organizzativa altrui: ma che poi, al momento in cui occorre dimostrare doti umane di impeto e di resistenza, non cede a nessuno”.
Manlio Scopigno, assai critico nei giorni precedenti, ammise: «Avevano ragione loro, Zoff Bearzot e Rossi, tutti quelli che fino a ieri avevamo invitato a cambiare mestiere. Chiedersi come siano arrivati ad avere tanto clamorosamente ragione richiede lo stesso impegno che mettere i sandali alle formiche».
Rossi ne segnò un altro in semifinale contro la Polonia, il famoso gol del quale disse che sul pallone c’era scritto “basta spingere”, tanto Bruno Conti gli aveva aperto la difesa e spalancato la porta con il suo cross. Il Messaggero lo incoronò: “Meglio che con i brasiliani”. Per la Gazzetta era ormai “incontenibile”, per Paese Sera “il numero uno”. Tuttosport scrisse di “una prestazione ispirata dal senso più assoluto della modestia e della generosità”. In pagella Brera su Repubblica gli diede 8, “non di più per non sembrare banale”.
Negli Stati Uniti, ancora distanti dal soccer, molto più di quanto lo siano adesso, il Washington Post scrisse: “Ora dobbiamo scolpire un nuovo nome nel Pantheon degli eroi italiani, accanto a Da Vinci e Gina Lollobrigida. Questo nome è Paolo Rossi”.
Tre volte poi disse campioni del mondo Nando Martellini, alla fine della partita con la Germania che fece balzare in piedi Pertini con la sua pipa, quando Rossi diventò pure capocannoniere con quel gol per il quale – scrisse il Giorno – “è sbucato fremente, rapido, guizzante e tempestivo”, e Repubblica aggiunse “su un diagonale mezzo alto di Gentile e, cogliendo il rimbalzo slittato, si è tutto contorto fino ad azzeccare l’impatto più assassino”.
Franco Esposito sul Mattino scrisse che negli spogliatoi “i giocatori si chiudono in un riserbo che sa ora di gelosia”.
«Aspetto domande – attaccò Bearzot la conferenza stampa – io non sono uomo da monologhi. Domande me ne avete sempre fatte, perché stasera siete a corto?». Fu il massimo della sua reazione in pubblico.
Due giorni dopo la partita finale del Mundial più bello di sempre, Mario Sconcerti su Repubblica scrisse di essersi trovato “miracolosamente, o forse solo per caso, solo per un attimo con Bearzot davanti alla notte di Madrid. Le grandi strade attorno al Bernabéu son piene di gente felice e selvaggia; le poche luci ormai accese sommergono l’erba nei chiaroscuri di una contr’ora innaturale. Era difficile e forse inutile tentare di sottrarsi alla tentazione di credersi testimone io, protagonista lui, di un attimo di storia. Gli ho chiesto se la vittoria non bastasse a chiudere la porta sulle antiche scale e mi ha risposto di no, un no secco, ineliminabile. «Le ferite che qualcuno mi ha aperto non si cicatrizzeranno mai. Sono uno che crede nei valori umani, davanti a chi li dimentica non ho compassione». Gli ho detto che molti avevano cambiato marcia. Era un uomo da leggenda, ormai, cosa potevano contare storie tanto mortali? Mi ha risposto: «Sono schifato dal miele con cui adesso mi vanno ricoprendo; ci soffoco, in quel miele».
Il Corriere della sera convocò in terza pagina gli uomini di cultura del Paese per leggere tra le righe e dentro i fatti, per provare a decifrare cosa fosse accaduto in 40 giorni a un ragazzo toscano che da due anni non giocava a calcio e che era diventato un eroe, e che cosa fosse accaduto a un gentiluomo friulano di mezza età, un signore di 55 anni che già chiamavano Vecio. Soprattutto: che cosa era successo a una nazione grazie a loro.
Alberto Moravia ragionò: “Un uomo che fa di una competizione sportiva una questione patriottica è un nazionalista. Dieci milioni di persone che fanno la stessa cosa sfogano in questo entusiasmo qualche altra cosa. Chissà cosa”.
Nel suo memorabile libro Dov’è la vittoria, un po’ diario di quei giorni, un po’ pamphlet, un po’ saggio sul trasformismo italico, il dantista Vittorio Sermonti chiuse le sue pagine con un pensiero per Aiello del Friuli, Capanne di Carèggine, Cernusco sul Naviglio, Lodi, Marsciano, Mariano del Friuli, Nettuno, Santa Lucia di Prato, Settala, Sonnino, Subiaco, Teor, “non le città dove gli eroi settimanalmente si esibiscono a un’idolatria un po’ infantile e un po’ bieca, un po’ sacrificale e un po’ stronza, ma i paeselli dove sono nati e da cui sono riusciti a scappare via per amor proprio, talento e fortuna, tanto che adesso li chiamano Italia. Paeselli di minima fama, ubicati negli interstizi della penisola, che per pochi giorni ricorrono in fila nelle cronache come quando c’è il terremoto. E in fila disegnano la strana mappa di un’Italia interstiziale che prefigura, nella decenza del suo presente, un futuro forse non peggiore”.
Forse nel calcio si segnano cinque gol perché cinque volte ci si trova dove passa il pallone e viene fuori una faccenda enorme, e tutti scrivono, e tutti parlano, e la speranza è che anche lui, Paolo Rossi, non capisca niente di preciso su Paolorossi e ci si trovi con lui almeno nel mistero
Gian Paolo Ormezzano, la Stampa
È il mistero che ci spinge a chiederci ancora oggi se ci sarebbe mai stato un Rossi senza un Bearzot, se ci sarebbe mai stato Bearzot senza Pablito.
FINE
parte I Come fu che un padre riconobbe un figlio
parte II La caduta
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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