Il Vecio e Pablito, parte II: la caduta

    ▻  L’ultima domenica spensierata per il Pablito d’Argentina è stata quella del 4 marzo del 1979. Al sabato le due Ferrari erano arrivate prima e seconda in Sudafrica, a Kyalami, con Gilles Villeneuve davanti a Jody Scheckter e capace addirittura di doppiare Niki Lauda. L’unico sciatore italiano con un successo stagionale in Coppa del mondo, il non ancora 19enne valdostano Leonardo David, a pochi metri dal traguardo della discesa libera di Lake Placid era caduto e aveva picchiato la testa sulla pista. Un elicottero lo aveva trasportato all’ospedale di Burlington, nel Vermont, dove lo avevano operato scoprendo un ematoma precedente. Rocky Mattioli stava per salire su un ring a Sanremo, per la terza difesa della sua corona WBC dei super welter contro l’inglese Hope. Andrà giù immediatamente fratturandosi il braccio destro e combattendo in quelle condizioni per 8 round.

Quella domenica il calcio italiano aspettava il duello tra due attaccanti 22enni in testa alla classifica cannonieri con 12 gol in 19 giornate, Paolo Rossi e Bruno Giordano. Nella partita d’andata a Roma, Giordano ne aveva fatti tre e Rossi due. Vicenza-Lazio finì 4-1: un gol di Giordano e due di Rossi. Con polemica. Manfredonia uscì dal campo e disse che Rossi non lo riconosceva più, era cambiato, si lamentava sempre. Quando riferirono tutto a Pablito, rispose che «può darsi mi sia lamentato, ma certo non perché non avevo ancora segnato. Mi sono lamentato per le botte che Manfredonia mi ha rifilato. In questo l’ho trovato molto cambiato anch’io. Bravo a parlare lui, dopo. Le mie lamentele non facevano male, le sue botte sì. Avrei voluto vedere cosa avrebbe detto a parti invertite. Prestanti, per caso, ha picchiato Giordano? A noi del Vicenza piace talmente giocare che lasciamo giocare anche gli altri. E Giordano ha fatto la sua bella figura, oltre che portarsi a casa le gambe intatte, senza segno alcuno».

Andò che forse il Vicenza fece giocare troppo. Nelle ultime 10 giornate non vinse più. Passò dall’avere un solo punto di distanza dal quinto posto a farsene rimontare sei da chi stava sotto, presentandosi così all’ultima giornata a Bergamo per uno scontro diretto con l’Atalanta che valeva la salvezza. Bastava pareggiarlo. 

 

Uno dei gol di Rossi alla Lazio disegnato da Giuliano Giovetti per la Gazzetta

 

 

Sei squadre potevano ancora retrocedere all’ultima giornata. 

Il Vicenza andò a giocarsela parlando apertamente di addio di Rossi. Farina doveva ancora un miliardo e 300 milioni alla Juventus, dei 2 miliardi e mezzo scritti in busta l’estate prima. 

Prima della partita, Rossi diede un’intervista a Raffaele Dalla Vite della Gazzetta dello sport, il quale gli chiese se le fatiche del Mundial non avessero inciso sul suo rendimento e anche sulla Serie A, considerato che Toro e Juventus erano spariti subito dalla lotta scudetto.

Primo il Milan, secondo il Perugia.

«Più che le fatiche, il clamore sorto attorno a me, i continui impegni, il correre di qua e di là costantemente travolto dall’entusiasmo dei tifosi. Alla lunga queste cose logorano, ma non credo che il mio rendimento sia stato di molto inferiore rispetto a un anno fa. Ed è anche assurdo dire che vendendo me avrebbero potuto fare una squadra più forte, chi può provarlo? Come siamo caduti laggiù non riusciamo proprio a spiegarcelo. E non credo che c’entri il sottoscritto se non nella misura di un undicesimo della squadra».

Cosa prova a indossare per l’ultima volta la maglia del Vicenza?

«Non ci voglio pensare anche se è difficile riuscirvi. Con questa maglia addosso ho vissuto sempre giorni felici e anche l’ultimo deve essere tale. Mi piacerebbe tornare un giorno. Come Vinicio, Maraschi e altri. Questa è la mia seconda patria, forse la mia vera città alla quale debbo tutto e sarò eternamente riconoscente. Qui sono diventato un uomo, un calciatore: e qui ho trovato l’amore”.

Cosa la preoccupa maggiormente in un trasferimento in una grossa squadra?

«Il nuovo modo di vivere cui necessariamente dovrà andare incontro. Un posto ideale come Vicenza, è chiaro non lo troverò più. Ma si sono abituati in tanti, mi abituerò anch’io».

 

rileggi La prima parte

 

La Gazzetta aveva sul punto una tesi chiara. Le espose il giorno dopo, a retrocessione consumata. Il Vicenza aveva perso 2-0 a Bergamo, ma i due gol di Mastropasqua non erano serviti neppure all’Atalanta, perché nel frattempo il Bologna aveva consumato un pareggino imprevisto contro il miracoloso Perugia di Castagner, svagato all’ultima giornata fino a buttar via uno 0-2 di vantaggio con doppietta di Bagni, come svagata fu la Juventus nel buttare un 3-0 sull’Avellino, facendo uscire Zoff ed entrare Alessandrelli: 3-3. 

Scrisse la Gazzetta con un editoriale non firmato in prima pagina – il direttore era Gino Palumbo: Il Perugia che l’anno scorso per equilibrare il proprio bilancio aveva venduto Novellino, non si è praticamente accorta di averlo venduto, ha dato la caccia al Milan fino alla terz’ultima giornata e ha finito il campionato quale unica squadra imbattuta realizzando un autentico record. Il Vicenza, che l’anno passato era terminato secondo dietro la Juventus, ha fatto una politica esattamente opposta, sfidando la Juventus sul mercato e disputandole Paolo Rossi al limite folle dei cinque miliardi. Con Paolo Rossi oggi scende in serie B. È forse impietoso scriverlo. Ma sarebbe ingiusto tacerlo.

Erano invece stati ceduti lo stopper Lelj e quella furia a centrocampo che era Roberto Filippi, per il secondo anno consecutivo miglior giocatore del campionato (il Guerin d’oro) secondo le pagelle di Guerin Sportivo sommate a quelle dei tre quotidiani sportivi. Secondo Franco Baresi, terzo il portiere Malizia del Perugia, che fra i primi 10 mise anche Casarsa sesto e Frosio ottavo. 

 

E fu Perugia

  La notizia di Paolo Rossi in B fece il giro del mondo. Pablito si sfogò in una intervista esplosiva con Maurizio Mosca del 15 maggio sulla Gazzetta: «Avrei voluto partire lasciando un’altra immagine. Andarmene così mi spiace da matti. Mi sento un traditore, anche se so di non esserlo. Nella parte finale, decisiva, il campionato nasconde sempre qualche gabola. È strano, per esempio, che il Bologna si salvi sempre all’ultima giornata. Evidentemente, alla società, ai giocatori piace fare così. È un loro sistema. L’Atalanta non meritava la B. Come gioco, dovevano retrocedere Bologna e Roma. Adesso basta con la storia dei cinque miliardi. Mi dicano dove vado. Questo stillicidio mi dà fastidio. Ho bisogno anch’io di un po’ di tranquillità».

A un certo punto Maurizio Mosca gli domandò: Ha mai pensato a una vendetta della Juve nei suoi confronti, nei confronti del Vicenza?

E lo sventurato rispose: «Sicuramente, quando è venuta a giocare a Vicenza, la Juve ce l’aveva con noi. Col Vicenza, non solo con me. Non ci aveva perdonato la vittoria per 2-1 di Torino quando li mettemmo k.o». E ancora: «Resta il fatto che non ci hanno dato un paio di rigori che ci spettavano. A me, hanno annullato un gol a Roma con la Roma e due gol con l’Inter che gridano ancora vendetta».

Sul numero 20 del Guerin sportivo di quell’anno, Italo Cucci commentò: Mi ha addolorato il Pablito tradito, il grande campione che non meritava l’insulto di una retrocessione giocata sulla sua pelle, arrivatagli in faccia come uno schiaffo che ha spento il suo aperto, sincero, accattivante sorriso argentino. Tre settimane dopo aggiunse: Tifoso di Paolo Rossi lo sono come tutti i veri amanti del calcio dovrebbero esserlo, perché Pablito è la più bella realtà degli ultimi anni, direi addirittura il campione che ha rinnovato le imprese di Gigi Riva, un altro indimenticabile.

 

E Bearzot? Cosa fa, cosa dice?

Una settimana dopo la retrocessione del Vicenza, l’Italia era chiamata a giocare in amichevole a Roma contro l’Argentina campione del mondo, con ricevimento incluso dal papa. Così come un anno prima la stampa aveva chiesto Rossi al posto di Graziani, stavolta chiedeva Giordano al posto di Rossi. Il CT – sempre uguale a sé stesso – aveva i suoi. Di ritorno da Berna, dove era andato a vedere Argentina-Olanda rivincita della finale Mundial, disse ai giornali: «L’inserimento di Rossi in Argentina era previsto, nessuno si illuda di avermi costretto a cambiare idea». Significava: nessuno si illuda adesso che io lasci fuori Rossi. Se ne rimasero, i due, per mezz’ora in disparte. «Sei demoralizzato, distratto, stanco?»: Silvio Garioni sul Corriere della sera riferisce le domande del CT al centravanti. «Gli ho detto di non preoccuparsi» riferirà Pablito. «A chi nutre timori, rispondo: un problema Rossi non esiste, non creiamolo ad arte. La caduta del Vicenza non ha fatto perdere Rossi al calcio italiano. Se dovesse entrare qualcuno in squadra, Giordano o un altro, pazienza».

Occhio al più piccolo avvertiva Nino Petrone sul Corriere della sera. Il più piccolo era Maradona. Bearzot annunciò che lo avrebbe fatto marcare da Oriali. Menotti se ne disse contento perché non toccava a Tardelli, il suo italiano preferito, mentre si riuscì a estorcere a Bearzot che tra gli argentini gli piaceva Passarella. Finì 2-2, segnò Pablito. Dopo pochi minuti, un gol e un palo argentino, Bearzot cambiò marcature e mise Tardelli su Dieguito.

 

  Oggi metterei soltanto un soldino in più della Juve nell’asta delle buste, un metodo da abolire

Giussy Farina

 

Per giorni le trattative intorno a Rossi presero le più diverse diramazioni. Farina aveva un principio di accordo con il Milan, un’opzione, i genitori di Paolo – si scrisse – spingevano affinché andasse là. Ogni alternativa, basata su uno scambio, era stata castrata dalla retrocessione. «Come posso chiedere adesso a un Benetti, un Causio, un Muraro di venire in serie B?», disse Farina. Ma il Milan non aveva la forza di chiudere l’operazione. Un industriale si offrì di comprarlo in proprio in cambio della presidenza. Si chiamava Silvio Berlusconi. Colombo e Rivera si opposero. 

Fece il blitz del presidente del Napoli Ferlaino, proponendo un leasing a un miliardo e 800 milioni per due anni, più le comproprietà di Pin e Pellegrini. Totale: cinque miliardi. Farina accettò. 

Il Gr1 diede la notizia del nuovo record di spesa per un calciatore. Nella sua rubrica su la Stampa Andrea Barbato commentò: Forse Napoli compra Paolo Rossi: se ne sentiva il bisogno laggiù, fra le buche del Vomero e gli ospedali assediati; se io fossi il sindaco Valenzi consiglierei Ferlaino di lasciar perdere, in nome della serietà civica”.

Maurizio Valenzi era il primo sindaco comunista nella storia della città. Un simbolo della Resistenza, un intellettuale, un pittore. Il Napoli non gli pagava l’affitto dello stadio. Lui negò l’autorizzazione all’ampliamento della sede. Dei 5 miliardi per Paolo Rossi disse: «Una spesa pazzesca. Questo fenomeno di supercommercio di uomini, che io personalmente depreco a tutti i livelli per tutte le città, è tanto più avvilente e antipatico in quanto si registra a Napoli, in una città cioè particolare, e piena di problemi». Ferlaino replicò: «Napoli non ha le fogne e non deve avere neanche Paolo Rossi». Valenzi la prese malissimo: «L’insulto di Ferlaino che accusa questa giunta di essere la peggiore, nasconde il risentimento per una licenza edilizia negata». Rispedì al club tutti i biglietti omaggio. 

Francesco Santini su la Stampa scrisse: “Sul caso Rossi l’accostamento all’America Latina era inevitabile. I tifosi aspettano la droga autunnale, convinti che Paolo possa risolvere non soltanto i problemi di una squadra che non segna ma anche quelli di una città devastata, senza fogne, con gli scarichi che corrono a cielo aperto. Tornano le immagini dell’Asia. I ricordi del colera e del male oscuro con i bambini uccisi in poche ore”. Da Napoli il Mattino rispose titolando: “Due morali per Rossi

Una campagna nella quale sentì il bisogno di intervenire per far sentire la sua voce controcorrente su Corriere della sera Giuseppe Prisco, vicepresidente dell’Inter, con un articolo da lui firmato. Scrisse: La cosa che dà fastidio è che si gridi allo scandalo. Scandalo è che il giocatore supervalutato sia finito al Napoli: ma nessuno si sarebbe stracciato la veste se il centravanti fosse finito al Milan, alla Juventus o all’Inter, cioè a squadre ricche, che possono o potrebbero fare a meno anche di un Paolo Rossi. Scandalo non è che piova sul bagnato, che siano le squadre forti a rinforzarsi. Ma perché gridare allo scandalo se in qualcosa, finalmente, Napoli è alla pari con il resto d’Italia? Perché confondere i problemi della città di Napoli con i problemi della società di calcio Napoli? Quando invece si svende una città o la si lascia a se stessa, subentra la rassegnazione e l’indifferenza, e nessuno della cosiddetta intellighenzia muove un dito. È vero, Napoli resterà con i suoi vicoli, i suoi bassi e la sua sporcizia, la sua disoccupazione. Ma finché una parte, anche marginale di essa, rischia per migliorare, non c’è che da rallegrarsi. Parlare di fognature, ospedali e simili è pura demagogia, perché nessuna lira di quei miliardi (in gran parte fasulli, peraltro) si sarebbe convertita in beni di interesse sociale”.

Risolse tutto Paolo Rossi. Disse che a Napoli lui non andava. È un passaggio importante perché conferma tutto il suo smarrimento dinanzi alla nuova dimensione di divo. 

Giovanni Arpino su la Stampa raccontò che gli sponsor lo avrebbero minacciato: “Se scendi a Napoli – scrisse – trovati altro burro e altre scarpe, pare gli abbiano detto: ma va a sapere se è la verità”. 

Rossi si disse spaventato dal peso che avrebbe dovuto portare e da un primo assalto passionale dei tifosi in un autogrill a Caserta.  «Non voglio essere venerato come un santo». Il 5 luglio il Vicenza lo tolse dal mercato. Il 7 luglio due elementi cambiarono la scena. Artemio Franchi, presidente federale, annunciò la possibile riapertura delle frontiere agli stranieri per l’estate successiva. Significava il crollo dei prezzi degli italiani. Inoltre il numero 1 del calcio italiano avvertì Farina: «La Nazionale non può perdere Rossi. Se il CT lo convocherà, dovrà rispondere alla sua chiamata anche se gioca in B». Farina fu messo alle strette dai debiti con la Juve e dal pressing delle istituzioni.  Il 10 luglio fece la prima mossa il Perugia. Il 12 una contromossa di Teofilo Sanson, presidente dell’Udinese: 5 miliardi in contanti. Aveva bisogno di un volto per lanciare i suoi gelati in America. Nessuno si indignò. Il 13 l’accordo col Perugia: mezzo miliardo per l’affitto di un anno, più Redeghieri e Cacciatori al Lanerossi.

 

  Mi sembra di essere uscito da un incubo. Finalmente potrò ritemprare i nervi.

Paolo Rossi

 

Alfio Caruso commentò sul Giornale: “Costretto dal Palazzo a privarsi di Rossi, il presidente del Vicenza ha sfruttato l’imposizione per lanciare l’ultima sfida a quel consorzio di grandi società che, ai suoi occhi, gli aveva fatto terra bruciata intorno. Repubblica scrisse: L’affare del secolo finisce così neanche tanto a sorpresa. Rossi passa da una provincia all’altra, la metropoli perde per ko.

Roberto Milazzo sul Corriere della sera scrisse: Sceso dalla croce Paolo Rossi, si sta subito tentando di metterci il Perugia. L’impressione è che, come per un anno si è logorato i nervi al giocatori e al Vicenza, ora il mondo del calcio intenda far scontare al Perugia il peccato d’orgoglio di essersi preso a basso costo Paolo Rossi. Salvando la propria dignità, e gli interessi di Rossi legati alla nazionale, Farina ha forse rimesso del suo (per ora) ma non ha voluto cedere alle pressioni delle forze economiche e politiche del calcio italiano.

Italo Cucci sul Guerin Sportivo pronunciò l’endorsement finale: Qualcuno ha fatto notare che – nel caso Rossi – la montagna ha partorito il topolino: il Perugia non è la Juve, non è il Milan e non è neppure il vulcanico Napoli che avrebbe tenuto in prima pagina Pablito per chissà quanto tempo. Ma è senza dubbio – quella di Castagner – la squadra che potrà sfruttare al meglio le qualità di Rossi, inserendolo in un discorso collettivo piuttosto che affidargli la soluzione d’ogni problema. Siamo certi – infatti – che nell’ambiente perugino, diciamo di tipo famigliare, Pablito non perderà la sua straordinaria misura d’uomo e potrà ulteriormente progredire tecnicamente.

L’altro grande colpo di mercato dell’estate lo fece Indro Montanelli, che strappò per il suo Giornale Gianni Brera al Giorno.

 

  Rossi non era nei nostri piani iniziali. La cosa importante è che ora Calloni non perda il posto in squadra

Ilario Castagner

 

Le scommesse

  Il 23 marzo del 1980 la polizia e la guardia di finanza entrarono negli spogliatoi di sei stadi alla fine delle partite (Roma, Milano, Genova, Avellino, Pescara, Palermo) e arrestarono 13 persone con l’accusa di aver alterato i risultati delle partite di calcio. In manette finirono il presidente Colombo del Milan, Albertosi e Morini (Milan), Giordano e Manfredonia (Lazio), Della Martira e Zecchini (Perugia). Erano stati denunciati da due scommettitori clandestini, Trinca e Cruciani, per truffa. Tra i coinvolti anche Pablito.

Gino Palumbo sulla Gazzetta dello sport scrisse subito che il mandato di cattura non era obbligatorio. Si poteva evitare d’intervenire negli stadi. Si poteva aspettare l’alba. Un maggior riserbo avrebbe sottratto l’operazione al dubbio di una messinscena inutilmente teatrale, e avrebbe evitato raffronti con altre vicende della vita nazionale. Ma aggiunse: Per un giornale sportivo sarebbe oggi assai comodo appigliarsi a questi rilievi. Sarebbe assai facile affermare che il calcio, un mondo sostanzialmente pulito – certo più pulito di tanti altri – non meritava d’essere svergognato così. Ma non lo faremo. Non ci serviremo di nessun appiglio

 

Il Perugia di Rossi era all’Olimpico di Roma. Aveva perso 4-0. Zecchini, che non aveva giocato, e Della Martira vennero portati via da un’uscita secondaria. «Perché Casarsa non c’è?» chiese un ufficiale. «È rimasto a Perugia», gli risposero. «Prenderemo anche lui» replicò la divisa. 

Antonio Ghirelli sul Manifesto scrisse: Una mascalzonata non cessa di essere una mascalzonata soltanto perché qualcuno, o il sistema, ci ha indotto a compierla. Folco Portinari su l’Unità gli rispose: Temo che questi ragazzotti, ladri di cocomeri, servano da alibi per un’operazione fumogena o vengano usati nell’impossibile tentativo di riciclare il guano come profumo Coty: li condanniamo e il Paese torna sano e pulito

Il processo sportivo iniziò a maggio. Quattro giorni dopo la sentenza della commissione disciplinare della Federcalcio retrocesse il Milan in B, penalizzò Avellino e Perugia di 5 punti nel campionato successivo. Paolo Rossi si dichiarò innocente ma venne squalificato per 3 anni come Zecchini. Giordano e Manfredonia per 21 mesi, Albertosi e Cacciatori radiati con il presidente Colombo. Della Martira e Pellegrini per 5 anni, Morini per uno. Assolti Casarsa, Chiodi, Cattaneo, De Ponti, Di Somma, Garlaschelli, Viola. Il 26 maggio per Bologna-Juve le società furono assolte, molti calciatori no. Il processo penale a 33 calciatori iniziò il 13 giugno. Stava per iniziare l’Europeo che la Nazionale avrebbe giocato in casa senza riuscire a vincerlo e senza neppure arrivare in finale. Mancavano due anni al Mundial

Con dieci ore e mezza di camera di consiglio, il 23 dicembre i giudici della quinta sezione penale del tribunale di Roma assolsero tutti per concorso in truffa aggravata perché il fatto non sussisteva. Non c’era una legge italiana contro la quale avessero operato gli uomini considerati colpevoli dalla giustizia sportiva. Ma la non punibilità della magistratura ordinaria non significava innocenza per il mondo del calcio. 

In un durissimo editoriale sul Guerin Sportivo, nel primo numero del 1981, Italo Cucci scrisse: Nessuno ha creduto opportuno di restituire ai galeotti del calcio quei dieci giorni di Regina Coeli, almeno a parole, con tante scuse; nessuno ha creduto di dover fare ammenda per il fango gettato su alcune persone colpevoli di un reato sportivo, degno di essere giudicato dal tribunale sportivo, offerte invece in pasto all’opinione pubblica alla stregua dei peggiori criminali. Chi potrà mai cancellare le vergognose immagini del blitz operato davanti alle telecamere per dimostrare l’efficienza di un apparato spesso inefficiente quando davvero occorre?

 

Paolo Rossi avrebbe raccontato così gli avvenimenti personali nella sua autobiografia.

 

  Dopo cena, mentre sto giocando la solita partita a tombola, tanto per ammazzare il tempo, mi si avvicina il mio compagno Della Martira: «Paolo, vuoi venire un attimo che ci sono due amici che vogliono conoscerti?». Non sono capace di dire di no. Controvoglia affido le mie cartelle a Ceccarini e mi alzo. Nella hall vedo due tipi che non avevo mai visto, stringo loro la mano: «Piacere». Non capisco cosa vogliano da me. Improvvisamente Mauro Della Martira dice: «Paolo, questo è un mio amico che gioca alle scommesse». E l’amico dell’amico in spiccato accento romanesco: «Paolo, che fate domenica?»

Rispondo genericamente: «Beh, cerchiamo di vincere».

«E se invece pareggiate?». 

Non capisco dove voglia andare a parare, sono imbarazzato anche se non lo do a vedere. Non vedo l’ora di liberarmi dall’impiccio. Rispondo: «Il pareggio non è un risultato da buttare. L’Avellino ha un punto in meno di noi, ha vinto con la Juve e ha perso soltanto con il Torino». «Sai, abbiamo un amico dall’altra parte che dice che un pareggio andrebbe più che bene», aggiunge l’altro… «magari fai anche due gol». La discussione non mi piace per nulla. Voglio tornare alla mia tombola, queste facce non mi ispirano fiducia, taglio corto: «Mauro, mi aspettano, ci vediamo, fai tu» giusto per non fargli fare brutta figura. E torno al mio posto e riprendo a giocare. Tutto è durato appena due minuti, quelli che diverranno i due minuti più angoscianti della mia carriera. Il campo è nero di pioggia e terra, gli specchi d’acqua sono alti, e vi entriamo con tutte le caviglie. Giusto il tempo di battere il calcio d’inizio e dopo 30 secondi segno il gol del vantaggio: il difensore dell’Avellino Di Somma prova a respingere un pallone che batte sulla schiena di Bagni e finisce tra i miei piedi, a circa 25 metri dalla porta difesa da Piotti. Il portiere, vedendomi avanzare solo, prova l’uscita ma lo scavalco con un pallonetto dolce che s’infila in rete. Uno a zero. La partita è dura, vivace, con diverse occasioni da rete da entrambe le parti. Pareggia l’Avellino con un gol di Pellegrini che sfugge al controllo di Zecchini e Della Martira, poi segnano ancora i padroni di casa con l’attaccante De Ponti. Il gol del due a due avviene in mischia, dove su corta respinta di Boscolo, insacco da non più di tre metri. Risolvo con un tocco dei miei una partita che sembrava compromessa. È la mia quarta doppietta in campionato, sarà infamata.

di paolo rossi, Quanto dura un attimo

 

FINE SECONDA PARTE

LA TERZA E ULTIMA PARTE IL 1° GENNAIO

 


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A cura di Angelo Carotenuto.

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