Venticinque anni dopo la sentenza Bosman che aprì il mercato, arriva la Brexit a restringerlo. Il ricorso alla Corte di Giustizia in Lussemburgo di un semisconosciuto calciatore belga a fine contratto, al quale veniva negato di andare a giocare nella serie B francese, aprì la strada alla libera circolazione dei lavoratori del pallone nella UE e avviò il business dei parametri zero. La fine dell’adesione del Regno Unito alla comunità internazionale che si riconosce nel Trattato di Maastricht introduce nuovi limiti e nuove barriere. L’espressione chiave è diventata da ieri: work permit. Permesso di lavoro.
Secondo l’esempio fatto dal Guardian servirà al saldatore bulgaro, al production manager dello Sri Lanka e al cameriere italiano. Servirà pure a Cristiano Ronaldo se volesse tornare al Manchester. Tutti extrabritannici allo stesso modo, non extracomunitari – giacché tecnicamente gli extracomunitari sono loro. Un permesso che funziona come la patente a punti, in base a una tabella che terrà conto delle presenze in Nazionale del calciatore-lavoratore, dei minuti giocati in campionato all’estero e nelle coppe, ma pure della qualità calcistica dei tornei di provenienza. Per le nazionali farà fede il ranking FIFA. I campionati e le Coppe sono stati invece divisi in sei fasce. L’Italia è nella 1 insieme alla Germania, la Spagna e la Francia. Anche le presenze in Champions e in Libertadores sono da fascia 1, insieme a una serie corposa di tornei giovanili internazionali. In fascia 2 ci sono i campionati di Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Turchia, oltre all’Europa League e la Copa Sudamericana. In fascia 3 hanno messo Russia, Brasile, Argentina e Messico. Nella 4 Repubblica Ceca, Croazia, Svizzera, Ucraina, Grecia, Colombia, Usa e Austria. Nella 5 Serbia, Danimarca, Polonia, Slovenia, Cile, Uruguay e Cina. Nella sesta e ultima tutti gli altri.
Chi dovesse restare sotto i 15 punti, vedrà la propria situazione esaminata dal Football’s Governing Body Endorsement (GBE), che deciderà se concedere o meno la deroga. Se è vero che resta invariato il numero di extrabritannici tesserabili (17 in una rosa di 25), per ogni finestra di mercato non sarà possibile tesserarne più di tre sotto i 21 anni e non più di sei under 21 in tutta la stagione. Inoltre non sarà più possibile tesserare minorenni. Dal work permit sono esentati gli irlandesi.
Che cosa cambia? Non poco. Stefano Boldrini sulla Gazzetta dello sport ha scritto che “la Brexit aumenterà il divario tra ricchi e fascia medio-bassa. I club con maggiori risorse riusciranno ancora ad assicurarsi i campioni, mentre per tutti gli altri pescare all’estero sarà sempre più complicato. La Brexit inevitabilmente avrà ripercussioni sul calciomercato mondiale: una parte del flusso attuale di giocatori dovrà essere dirottata in altri campionati. Prepariamoci a raccontare storie singolari”.
Gabriele Marcotti di ESPN, corrispondente per il Corriere dello sport-Stadio, ha raccontato che con questi criteri tre anni fa il Manchester United non avrebbe potuto offrire la panchina al norvegese Ole Gunnar Solskjaer senza chiedere una deroga.
Non sarebbero certamente arrivati né Pogba né Fabregas, presi da United e Arsenal sotto i 18 anni dai vivai del Le Havre e del Barcellona. La BBC ha calcolato che 332 calciatori stranieri attualmente presenti tra Premier League, Championship (la serie B) e il campionato scozzese non avrebbero avuto i requisiti per il work permit. Due i nomi di spicco: il N’Golo Kanté del 2015 e Riyad Mahrez.
Matteo Speziante sul Foglio ha scritto che si tratta di “un progetto chiaramente improntato a incoraggiare i club a produrre più talenti locali”. Secondo Andrea Bozza dello studio legale Osborne Clarke che ha parlato al Foglio, questo sistema inciderà sulla capacità della Premier «di attrarre talenti sommersi. L’attività di scouting si risolve anche attraverso un esercizio di investimento dinamico e prospettico, che farebbe fatica a coesistere con le maglie di una regolamentazione basata sul dato spesso rigido, per quanto significativo, dei punti».
La Gazzetta ha fatto gli esempi di Onni Valakari e suo padre Simo, tutt’e due di passaporto finlandese. Il primo ha 21 anni, gioca a Cipro e sebbene sia nato in Scozia, non raggiungerebbe con il suo curriculum i 15 punti per il permesso di lavoro. L’altro, 47 anni, sì.
intervista L’italiano che diventa straniero
➣ La Brexit cambierà Londra?
«La pandemia l’ha già trasformata e ora è difficile capire come la lascerà»
➣ Diventa extracomunitario.
«Non per il calcio, la Premier ha messo in atto delle contromisure e mi auguro che resti il più flessibile possibile. Non possono permettersi di rovinare un tale spettacolo»
Angelo Ogbonna intervistato da Giulia Zonca, la Stampa
Paul McInnes sul Guardian ha sottolineato che “il nostro calcio nazionale è prosperato grazie all’immigrazione europea. Un sistema cosmopolita in cui manager tedeschi lavorano con preparatori atletici portoghesi per sviluppare il talento di uno spagnolo su un campo inglese è stato fondamentale per la crescita del nostro calcio. La Brexit cambierà tutto questo”.
Il Guardian sintetizza così la Brexitball: “Se ti vuoi comprare Benzema, te lo puoi permettere e puoi convincerlo che il Regno Unito sarà migliore del Real Madrid. Un giocatore sopra i 21 anni proveniente da un paese classificato tra i primi 50 della Fifa, che ha giocato il 70% delle partite negli ultimi 24 mesi, riceverà automaticamente un permesso. Allo stesso modo, se giochi per un club in un campionato di prima fascia e hai anche una sola presenza, prendi subito 12 punti. Siediti in panchina per una partita di Champions e sono altri cinque. Queste cifre inviano un segnale chiaro: l’accordo è progettato per aiutare l’élite del calcio inglese a prendere giocatori europei anche dopo la Brexit. È quando scendi più in basso nelle categorie che le cose si fanno più complicate”.
La Premier avrà meno greci e meno lituani, scrive il Guardian, “lasciando spazio allo sviluppo di giovani inglesi trascurati. È difficile trovare un grande nome che resterebbe fuori ma subiranno un duro colpo quei club, come Brentford o Norwich, che hanno costruito il loro modello di sviluppo attorno all’acquisizione di giocatori di talento da luoghi più marginali”.
Non sarebbero perciò entrati nel Regno Unito né Bryan Mbeumo, che veniva dalla serie B francese, né il finlandese Teemu Pukki. “Si discute – dice il Guardian – se Marcelo Bielsa soddisfi i nuovi criteri, il nuovo allenatore spagnolo del Watford, Xisco Muñoz, il cui precedente lavoro era alla Dinamo Tbilisi, certamente no”.
Per le squadre femminili il work permit scatta a 24 punti e non a 15.
“Le partnership con i club europei – avverte il Guardian – sono un mezzo per espandere la rete. Se un giocatore non può ottenere subito un permesso di lavoro, potrebbe accumulare il numero di punti richiesto giocando in un altro contesto. Non si potrà più acquistare un giocatore straniero in base a una compilation vista su YouTube. A un intero battaglione di direttori sportivi, match analyst e scout sarà richiesto più pensiero, più strategia e più analisi. Ci attende una nuova era”.
Vista da Le Havre, da quest’altra parte della Manica, la Brexitball “complicherà i trasferimenti dei pesci piccoli dalla Ligue 1 e dalla Ligue 2” come ha scritto Jean Le Bauil su l’Équipe.
“A differenza di molte altre questioni, come le famigerate quote pesca – spiega il quotidiano sportivo francese – i negoziati sul calcio non sono stati condotti tra Regno Unito e Commissione europea, ma tra la federazione inglese e la Premier League, sotto l’egida del governo, e mostrano un pragmatismo molto britannico per conciliare gli interessi di tutti”.
Ian Hawkey sul Times ha sottolineato che mai colme quest’anno, per paradosso, l’Inghilterra ha avuto tanti suoi calciatori all’estero. Se ne potrebbe quasi tirar fuori una squadra con Kieran Trippier (Atlético), Chris Smalling (Roma), Steven Caulker (Alanyaspor) e Ashley Young (Inter) in difesa e altri sei dalla metà campo in giù, come Jude Bellingham e Jadon Sancho (Borussia Dortmund), Ryan Sessegnon (Hoffenheim), Jamal Musiala (Bayern), Noni Madueke (PSV Eindhoven), Danny Loader (Porto). Per il portiere suggerisce il 17enne Charlie Setford dell’Ajax. “Chiamiamolo Free Movement XI, ambasciatori dei tempi che cambiano”.