Quando uscì Toro Scatenato
Per cui datemi un’arena / Jack il Toro si scatena
perché oltre al pugilato / sono attore raffinato
▻ La sera del 14 novembre del 1980 due sale di New York davano la prima di Raging Bull, il nuovo film di Martin Scorsese. Una, a Broadway, era la Cinerama 1, nata come Mark Strand Theatre nel 1914. Aveva conservato circa un migliaio di posti dei tremila originari. Da una trentina d’anni aveva rinunciato agli spettacoli teatrali e aveva accolto uno schermo di 25 metri per 9 sul quale erano stati proiettati in anteprima The Greatest Story Ever Told, Grand Prix e Camelot.
L’altra era finanche più suggestiva. Da un anno Woody Allen aveva fatto in modo che nell’immaginario collettivo New York diventasse il manifesto del suo film, Manhattan, e dunque che lo diventasse quella panchina di Sutton, dove alle 4 del mattino era andato a sedersi con Diane Keaton davanti all’East River e sullo sfondo, nella foschia notturna, il Queensboro Bridge. L’angolo più elegante e tranquillo di un quartiere affacciato sull’acqua, tra terrazze e giardini, dove aveva vissuto Marilyn Monroe prima da sola e poi con Arthur Miller, dove avevano i loro appartamenti Freddy Mercury, Michael Jackson, Sigourney Weaver e il segretario generale delle Nazioni Unite. Poco traffico, poche persone a spasso, pochissimi pure i ristoranti e i caffè. I registi per questo amavano girare nei paraggi, come prima di Woody Allen aveva fatto anche Billy Wilder per Quando la moglie è in vacanza, facendo sbuffare la più famosa gonna bianca plissettata della storia del cinema su una grata non molto distante, al marciapiede di 590 Lexington Avenue.
In questo frammento di New York molto cinematografico stava il Sutton Theatre, nato come Bandbox Theatre, trasformato quasi subito in una banca, e una volta fallita durante la Depressione riconvertita in un cinema da 570 posti. Pare che il pubblico fosse troppo vicino allo schermo.
Martin Scorsese era al suo ottavo film e si stava buttando via. Aveva deciso di fare Toro scatenato quando – durante la lavorazione di Alice non abita più qui – Robert De Niro gli aveva messo tra le mani l’autobiografia del pugile Jake LaMotta scritta assieme a Peter Savage e Joseph Carter. Scorsese aveva trovato il libro troppo assolutorio ma non lo aveva definitivamente scartato. L’insuccesso di New York, New York e la lavorazione di The Last Waltz gli avevano portato in dono un divorzio e le droghe. “Vivevo al limite e mi distrussi quasi completamente – racconta nel libro Il bello del mio mestiere (Minimum Fax) – arrivai al punto che quattro giorni su sette restavo a letto, malato, a causa della mia asma, della coca, delle pillole”.
Irene Bignardi su Repubblica ha scritto che arrivò a pesare 49 chili. “Soffriva di emorragie interne. Ma subito prima di toccare il fondo chiese a Paul Schrader, il suo amico che aveva scritto per lui Taxi Driver, di pensare una nuova versione della storia di LaMotta. E Bob De Niro andava a trovarlo in ospedale e insisteva con lui, cercando di sottrarlo alla sua china rovinosa, per fare il film. Finché, uscito dall’ospedale, Scorsese, seguendo il consiglio dell’amico, se ne andò in Italia a trovare il suo nuovo amore, Isabella Rossellini, che stava girando Il prato con i fratelli Taviani (si sarebbero sposati il 30 settembre 1979, durante la lavorazione di Toro scatenato) per poi ritornare a immergersi assieme a De Niro, in un’isoletta dei Caraibi, nella scrittura della sceneggiatura del film”.
le radici di Scorsese ▻ Le cronache di quella sua estate italiana sono dolcissime. Scorsese fece un salto a Polizzi Generosa, un piccolo centro in provincia di Palermo, deciso a cercare le sue radici siciliane. Del paese gli avevano parlato sia i nonni sia i genitori, partiti negli anni Venti del Novecento da quei noccioleti per cercare fortuna in America. I film del neorealismo italiano avevano rafforzato il mito in lui.
“La musicalità del dialetto – ha scritto – ora napoletano ora romano, che sentivo nei film mi era familiare: somigliava tanto a quella dei nonni siciliani. In quella gente trovavo un’umanità che mi commuoveva e mi appassionava tanto”.
A Polizzi Generosa, Scorsese si portò al municipio, la leggenda vuole che avesse chiesto a Isabella Rossellini di aspettarlo in macchina. Diede al dipendente comunale le sue generalità, quelle del padre, quelle dei nonni, chiese di poter sapere qualcosa degli avi più distanti nel tempo. L’impiegato sfogliò e cercò, cercò e sfogliò, fino a dirgli che no, a Polizzi non era mai esistito nessuno Scorsese.
Martin tornò in macchina deluso, qui le ricostruzioni vogliono che sia scoppiato a piangere. L’impiegato non poteva trovare alcun Scorsese perché il cognome in origine era un altro, era Scozzese, ma una volta arrivati in America ai nonni per errore avevano addolcito la doppia zeta in una erre e una esse. Undici anni dopo avrebbe scoperto l’equivoco e tornò, la seconda volta non con Isabella ma con i genitori, Luciano detto Charlie dagli americani, e Caterina. Regalò loro una vacanza in occasione dell’anniversario di matrimonio. Una Sicilia che non riconobbero, né Polizzi Generosa né Ciminna, il paese di lei. Martin aveva portato con sé una camera, riprendeva tutto, faceva domande sui dolci, sul santo protettore, quasi impazzì di gioia alla notizia che a Ciminna Luchino Visconti aveva girato gli esterni de Il Gattopardo.
Paolo Nizza ha ricordato per Sky Tg24 che Scorsese era convinto che Toro Scatenato sarebbe stato il capolinea della sua carriera. In effetti, come ha poi raccontato, “quel film era stato fatto alla maniera di un kamikaze: ce l’avevo messa tutta – parole del regista – e pensavo che sarebbe stato il mio ultimo film. Pensavo di partire per Roma e andare a girare documentari sulle vite dei santi. Pensavo di riconvertirmi in regista di documentari. Ero ancora piuttosto insoddisfatto. Mi piaceva Toro scatenato e sentivo che l’energia che avevo messo in quel film non si era ancora esaurita, ma non sapevo bene che cosa farne”.
De Niro invece aveva incontrato più volte LaMotta, aveva voluto sapere da lui anche la marca dei sigari che fumava. Il direttore della fotografia Michael Chapman si era ispirato alle pagine della rivista Life, alle fotografie di Weegee.
De Niro decise di incontrare LaMotta e lo cercò in uno strip club sulla Seventh Avenue di New York tra la 47esima e la 48esima Strada. “Era il responsabile della sicurezza”, dice De Niro, poi fa una pausa e ride: “Beh, davvero, era il capo dei buttafuori“. La prima impressione dell’attore fu di un vecchio guerriero che “combatte contro il suo peso”, una battaglia che De Niro stesso avrebbe intrapreso quando avrebbe dovuto prendere circa 30 chili per girare (e poi perderli una volta che le riprese erano finite). LaMotta era davvero una figura marginale. Il suo ultimo match c’era stato nel 1954; era rimasto sotto gli occhi dell’opinione pubblica facendo degli stand-up nei club e uno spettacolo personale recitando Shakespeare, ma il pubblico andava agli spettacoli per vedere un bullo diventato una caricatura. Scorsese non riusciva a capire l’entusiasmo di De Niro per questa storia. “Non sapevo nulla della boxe”, dice Scorsese. “La boxe era sempre stata un ring in TV o al cinema, dove trasmettevano i match nel fine settimana. Per me era lo sport che portava via lo schermo ai film”. Tuttavia, accettò di aiutare a sviluppare il progetto, anche senza molta passione o concentrazione. … Scorsese aveva studiato tutti i classici sulla boxe ed era turbato dal fatto che per la maggior parte la camera fosse posizionata fuori dal ring. L’unica eccezione che notò fu in Anima e Corpo di Robert Rossen, del 1947. A volte Rossen aveva messo il suo operatore, James Wong Howe, su dei pattini a rotelle per ottenere un’intimità senza precedenti (e fino ad allora non più raggiunta) con i suoi pugili. Scorsese voleva ottenere quell’effetto, senza pattini a rotelle, il che significava, alla fine, posizionare la camera su un carrello. Normalmente i pavimenti su cui rotolano i carrelli sono in cemento o legno. Un ring è molto più morbido, per attutire i colpi. … È possibile, e profondamente ingiusto, che De Niro abbia vinto il suo Oscar per la sua fame prodigiosa. È possibile e profondamente ingiusto che Scorsese non abbia vinto il premio come miglior regista – è andato a Robert Redford per il suo insipido e borghese Gente Comune – perché era un outsider di Hollywood. È stato incredibilmente giusto invece che Thelma Schoonmaker abbia vinto l’Oscar per il montaggio alla sua prima nomination. L’Academy non aveva nulla contro di lei e il suo lavoro era ben visibile, specialmente nelle scene di boxe. Ho chiesto a Schoonmaker se qualcuno all’epoca avesse avuto la percezione che stessero facendo qualcosa di speciale e lei ha riso. “No”, ha detto.
di richard schickel, Vanity Fair, 22 febbraio 2010
Il film venne girato in due blocchi, a quattro mesi di distanza l’uno dall’altro per consentire a De Niro di prendere trenta chili mangiando pasta e dolci in Italia, mentre Scorsese e Thelma Schoonmaker iniziavano a montare il resto del materiale.
Mario Platero su la Stampa raccontò: “Quando a De Niro proposero di interpretare questo personaggio, aveva voluto sapere quanto tempo gli avrebbero lasciato prima dell’inizio della lavorazione: gli risposero che il progetto sarebbe stato realizzato entro qualche mese e allora lui scomparve. La stessa moglie non sapeva dove Robert fosse andato a finire. Dice la moglie di De Niro, Dyahnne: «Mi disse di stare tranquilla, che si sarebbe allontanato per un viaggio di lavoro e che sarebbe stato via per alcuni mesi». L’attore era andato invece in una palestra di Boston per diventare, come poi lui ha spiegato, «un pugile credibile». Non aveva detto di essere un attore neppure all’allenatore di quella palestra, che lo aveva scambiato per un giovane con tanta voglia di imporsi nel mondo del pugilato. «Robert De Niro era entrato talmente bene nel personaggio — spiega sempre la moglie — che era perfino riuscito a sostenere quattro incontri veri. Quando tornò a casa non era più lui: aveva l’aspetto, con quelle cicatrici sul viso, di un pugile professionista».
Anche Scorsese era uscito dal canone.
“C’è una sequenza favolosa in Duello a Berlino di Powell e Pressburger – racconta nel suo libro – durante la quale Roger Livesey e Anton Walbrook si preparano per un duello. Tutto si regge su questi preparativi. Appena le lame si incrociano, la macchina da presa indietreggia, indietreggia ancora attraverso i raggi di sole e poi se ne va. Perché non è il duello che conta, ma i suoi preparativi. È il fondamento stesso del film, perché dopo quel duello Roger Livesey e Anton Walbrook diventano amici. È a questo che s’ispira la scena di Toro scatenato nella quale Jake LaMotta sale sul ring, in un campo lungo della steadycam che lo accompagna nell’incontro di campionato”.
Se si dovesse riassumere tutto questo in una parola sola, la parola sarebbe: capolavoro.
Come accade periodicamente, nel 1992 i registi britannici furono chiamati a scegliere per la rivista Sight and Sound i film più belli di tutti i tempi. Come si fa sempre da sempre, al primo posto misero Quarto potere di Orson Welles, all’epoca di quella regia: ventiseienne. Al secondo posto Toro scatenato, unico film tra i primi 10 a essere distante dalla votazione meno di quindici anni. Nel 2007 una giuria di millecinquecento tra registi, attori, sceneggiatori e critici per conto dell’American Film Institute rifece lo stesso giochino. Al primo posto: Quarto potere di Orson Welles. Toro scatenato al quarto, dietro Casablanca e Il Padrino. Tra i primi dieci era ancora il più recente, eccetto Schindler’s List di Spielberg.
Il 14 novembre del 1980 la critica USA aveva già assistito a una proiezione dedicata. La mattina della prima per il pubblico, Vincent Canby firmò sul New York Times una recensione entusiasta.
Martin Scorsese ha realizzato il suo film più ambizioso e anche il più bello. Sebbene abbia solo tre personaggi principali, è un grande film, il suo territorio è il paesaggio dell’anima. Non si può classificare né come un film di boxe né come un film biografico. È vero che ruota intorno ai dettagli della vita di LaMotta, ma è un film con uno stile suo. È straordinariamente violento oltre che poetico e infine umano, in una maniera non sentimentale che comprende come una vita – qualsiasi vita – possa essere apprezzata solo quando si conosce l’oscurità che la circonda. Non c’è un solo minuto in Toro scatenato che non sia segnato da un accenno alla morte. Jake LaMotta, interpretato da De Niro in quello che può essere considerato il ruolo della sua carriera, è un personaggio titanico, un uomo originale, furioso, un disagiato pugile del Bronx che il film si rifiuta di spiegare in termini sociologici o psichiatrici, o in qualunque altro termine che venga dal cattolicesimo o dall’eredità italo-americana. Non è spinto nelle sue azioni dall’ambiente o dal suo carattere indisciplinato, ma da qualcosa di molto più misterioso. Qualunque cosa sia, io non lo so, e non lo sa il film, ma Toro Scatenato va vicino a una qualche forma di verità quando verso la fine, Jake, ingrassato e forse squilibrato, batte la testa contro il muro della sua cella e si domanda: Perché, perché, perché, si lamenta, quasi muggisce, Non sono un animale. È una scena assai rischiosa, ma funziona. Sebbene non ci sia un solo momento nel film nel quale non si sia comportato come un animale, Jake, come tutti noi, è quel tipo di animale che può porsi una domanda.
Sebbene sia un film pieno di rabbia e di violenza fisica, l’effetto che fa Toro Scatenato è lirico. Assistere alla furia di Jake significa oscillare nell’atmosfera superiore delle emozioni. È mozzafiato e un po’ spaventoso. Questo ha a che fare sia con la performance di De Niro che con lo stile letterario e visivo del film. Toro Scatenato è girato in bianco e nero, con l’eccezione di una spruzzata di cremisi nei titoli di coda e diverse sequenze di filmini casalinghi a colori da otto millimetri che forniscono dei ponti all’interno della narrazione. Le sequenze di combattimento sono a volte mostrate con dettagli realistici e crudi in una serie di immagini fisse. Il mondo, quando viene visto da Jake, viene osservato al rallentatore – sequenze spettrali che sono in stridente contrasto con il caos rumoroso in cui è vissuta la maggior parte della sua vita. Un grosso merito probabilmente è di De Niro, della sua incredibile trasformazione fisica per interpretare questo ruolo, sia grazie al trucco sia ai 50 pound di peso presi per l’ultima parte del film. Sono sempre stato scettico su questo genere di cose. Ma è una parte integrante dell’interpretazione, stavolta. Nel suo declino, Jake LaMotta sembra sparire nella sua carne, come se cercasse di grattarsi in un punto interno irraggiungibile. A dargli un supporto superbo ci sono due nuovi performer, Joe Pesci, che recita il ruolo del fratello di Jake, e Cathy Moriarty, una giovane bionda bellissima donna che non aveva mai recitato prima. Ha la sicurezza di una veterana dell’Actors Studio nei panni della seconda moglie di Jake, Vickie. O è una delle scoperte cinematografiche del decennio oppure Scorsese è Svengali. Forse entrambe le cose. L’intero film è recitato con un tono così alto che potrebbe spiazzare un pubblico che non fosse preparato. Al centro del film c’è il mistero di Jake, questo è ciò che distingue Toro scatenato da tutti gli altri film di pugilato, e che lo distingue dalla maggior parte dei film su qualsiasi cosa. Toro Scatenato è un capolavoro.
di vincent canby, New York Times, 14 novembre 1980
Nel rileggere il film e il suo stile 40 anni dopo, Richard Brody sul New Yorker ha scritto che “la violenza di La Motta è essenzialmente sessuale; ciò che suscita la sua rabbia nei confronti di Vickie è soprattutto la gelosia, la rabbia travolgente all’idea che lei abbia una relazione con, o addirittura un’attrazione per, un altro uomo. Sebbene sia furiosamente motivato dalla lussuria, è anche legato a quella tradizione di lunga data secondo cui la forza di un pugile è scatenata dall’astinenza, dalla frustrazione sessuale. Eppure la sua stessa abnegazione nega alla moglie una vita sessuale vigorosa, di cui lei si lamenta e che alimenta la sua gelosia ancora di più, con risultati catastrofici. Anche nella sua carriera, violenza e sesso sono fusi: la sua principale metafora per sconfiggere i suoi avversari è lo stupro omosessuale; le sue battute e quelle di Joe con i loro conoscenti sono dure, omofobiche e sessualmente violente”.
La critica italiana recensì il film quando nel febbraio del 1981 passò dal festival di Berlino.
Stefano Reggiani su la Stampa scrisse: “Dal romanzo di questa vita americanamente e pugilisticamente esemplare, Martin Scorsese ha tratto un film che fa vibrare le sue corde newyorkesi e italoamericane. Un bianconero memorabile un poco ingiallito tira fuori dall’album di Scorsese-La Motta le vecchie fotografie! Le liti familiari di Jake secondo un parossismo italiano e teatrale, le confidenze rissose con il fratello, le attenzioni protettive della mafia di quartiere, gli incontri amorosi in piscine bruttissime, i gesti impacciati dietro simboliche reti metalliche”.
Angelo Falvo sul Corriere d’informazione: “Toro scatenato ha una doppia faccia. La prima metà con quella sapienza di Scorsese di catturare il protagonista in ogni particolare con la macchina da presa usata magistralmente, gli incontri di boxe ripresi da ogni angolazione possibile, sono fenomenali; è giusta e ben fatta; poi scade. Lo stesso carattere di Jake perde energia. Ma Robert De Niro domina il suo personaggio dall’inizio alla fine. Ecco un attore, e che attore, che non sovrappone la sua personalità di interprete a quello che deve interpretare: è lui che si annulla; non è De Niro è Jake La Motta”.
Morando Morandini su il Giorno: “Perciò si diceva che poco importa il suo grado di approssimazione alla verità della cronaca: questo è un personaggio più grande della vita. È il Jake La Motta di Scorsese. Come dice Picasso l’arte è una menzogna che ci aiuta a vedere la realtà. Sotto il segno dell’iperrealismo è anche lo scrupolo professionale di De Niro che s’è preparato alla parte sostenendo un migliaio di riprese con i guantoni e gonfiandosi di quasi 30 chili per impersonare La Motta obeso. Anche prescindendo da questo exploit, la sua interpretazione è sensazionale”.
Aggeo Savioli, su l’Unità: “Mai visti tanti italo-americani in un unico film. A scorrere i titoli di testa e di coda, si ha quasi l’impressione che Martin Scorsese abbia dato lavoro, per questo Toro
scatenato, a tutti i suoi amici, parenti e conoscenti. La Little Italy di New York è del resto la vera intima protagonista dell’opera di un regista che, in sodalizio con un attore italo americano e di gran talento anche lui, come Robert De Niro, ha offerto i suoi risultati migliori”.
Jake LaMotta
Giacobbe LaMotta era nato a Manhattan, da padre messinese e madre americana. Viveva al Bronx, per questo era Bronx Bull. Ha combattuto 106 match, una sola volta fuori dagli USA, battuto nel 1949 a Montreal da Laurent Dauthuille. Ne ha vinti 83, ne ha persi 19 e ne ha pareggiati 4. L’ultimo lo perse il 14 aprile del 1954 a Miami contro Billy Kilgore. Tolse la corona dei pesi medi nel 1949 a Marcel Cerdan, non riuscì a concedergli la rivincita per l’incidente aereo nel quale il francese morì, difese il titolo contro Tiberio Mitri, lasciò la corona nel 1951 a Sugar Ray Robinson nel match passato alla storia come il massacro di San Valentino.
Nel giorno della sua morte, Antonio Monda su Repubblica ha scritto: “Ha distrutto e si è distrutto, ma sul ring era inimitabile: per coraggio, spavalderia e ferocia. Ne sa qualcosa l’italiano Tiberio Mitri, o Tony Janiro, sul quale infierì crudelmente deformandogli i lineamenti perché la moglie lo aveva definito attraente: uno dei momenti più selvaggi della storia della boxe. Soltanto un artista della noble art come Ray Sugar Robinson poteva averne la meglio, perché Sugar, oltre alla violenza, aveva anche la velocità, la tecnica e l’intelligenza: dei sei incontri, indimenticabili ed efferati, prevalse cinque volte, ma non riuscì mai a mandarlo al tappeto, cosa che invece La Motta riuscì a fare con lui. Un altro elemento che Scorsese intuì, e ha una valenza che trascende la boxe, era la sua straordinaria capacità di incassare: era capace di subire le più terribili punizioni, dentro e fuori dal ring, ma non si lasciava piegare e cercava sempre di risorgere. La sua vita si intrecciò con il crimine (è ormai certo che l’incontro con Billy Fox sia stato truccato per volere della malavita). Scorsese ne immortala il declino mentre si improvvisa, con scarsissimi risultati, come stand-up comedian, e poi ne racconta l’onta del carcere per un rapporto sessuale con una minorenne: non è una finzione cinematografica che prese a pugno le mura della cella fino a distruggersi le mani mentre gridava “non sono un animale”. Nulla tuttavia lo devastò come la morte dei figli Jake Jr e Joseph: il primo di cancro e il secondo in un incidente aereo, proprio come Cerdan. Fu l’unica volta che non riuscì a risorgere, e chi lo ha conosciuto ricorda lo sguardo attonito di chi viveva quelle tragedie come sconfitte per sfide alle quali non aveva neanche potuto partecipare”.
parole LaMotta e i match con Sugar Ray Robinson ▻ «Io l’affrontavo cercando vendetta. Lui mi affrontava tirandomi pugni. Robinson ha aperto ogni cosa io avessi chiusa e chiuso ogni cosa avessi aperta. Ma c’è una cosa che potrai sempre dire parlando di me come pugile. Ho salvato la mia testa. Ho perso i miei denti, ma ho salvato la mia testa. C’è troppa violenza nel mondo. Molta di questa è stata perpetrata su di me da Sugar Ray. Ho affrontato tante di quelle volte Sugar, che è un miracolo che non abbia il diabete».
Di lui Dario Torromeo, firma storica della boxe per il Corriere dello sport-Stadio, ha scritto: “Era un tipo bizzarro, gli erano sempre piaciuti il caos, la frenetica voglia di battersi a viso aperto contro tutto e tutti. È stato un buldozer del ring LaMotta, un fuoristrada che travolgeva tutto sul suo cammino. Si feriva, soffriva, piegava le gambe ma veniva avanti. Coraggio, resistenza, pugni pesanti e un grande cuore. Aveva uno strano corpo Jake LaMotta. Tozzo per essere un peso medio, con un gran testone, due piccole braccia muscolose che sembravano messe lì solo per tirare mazzate. Su quel volto duro e pieno di rabbia potevi leggere, tra le rughe, le battaglie di una vita. Mi era bastato vederlo da vicino per capire quanto avesse sofferto, quanto avesse fatto soffrire. Un intrattenitore che, su testi di altri, si divertiva a prendere in giro anche se stesso”.
parole I testi degli spettacoli di Jake ▻ «Una delle mie mogli era una donna davvero strana. Le piaceva fare l’amore sul sedile posteriore della nostra macchina. L’unica cosa che mi chiedeva, era di guidare con attenzione. Voi tutti ricorderete Vickie, la mia seconda moglie. Vickie era sempre preoccupata, diceva che non aveva nulla da indossare. Non le ho creduto fino a quando non l’ho vista su Playboy. Mia moglie non si era accorta che ero un alcolizzato fino a quando, una notte, non mi ha visto sobrio».
Per mettere in scena un uomo così, Martin Scorsese racconta nel suo libro che si domandarono come dovessero vestirlo. “Il costume è il carattere del personaggio. Quando Paul Schrader ha terminato la sceneggiatura di Toro scatenato, avevano trovato il personaggio di Jake LaMotta, ma non sapevamo ancora che look avrebbe avuto. Un giorno che stavamo facendo una prova di costumi per il film, Robert De Niro ha indossato una giacca, una giacca nera con i risvolti bianchi. E poi ha esclamato: Ecco qua. È questa. Abbiamo utilizzato quella giacca una volta sola nel film, ma infilandola Bob l’ha associata immediatamente a Jake. Di botto era diventato il personaggio».
L’Academy di Hollywood diede l’Oscar al più convenzionale Gente Comune di Robert Redford. Non poterono evitare di premiare De Niro. Guy Lodge sul Guardian ha scritto che “ciò che rende il suo LaMotta agghiacciante e indelebile non è solo il suo fisico come una mongolfiera o la sua esperta manipolazione della voce o il suo impegno viscerale nei combattimenti, ma il suo faticoso lavoro di scavo dentro l’anima spezzata di un personaggio, le cui fragilità non suscitano necessariamente simpatia. Con un colpo di genio particolare, Toro scatenato si chiude sul LaMotta di De Niro che recita l’immortale monologo coulda been a contender di Marlon Brando da Fronte del Porto: un attore che intreccia la spavalderia ferita di un personaggio attraverso quella di un altro attore, mentre realtà performance e delusione si mescolano e si scontrano. Quarant’anni dopo, Toro scatenato non è ancora affatto tenero nel tema trattato, né sulla sua stella né su di noi”.
Le due sale che ospitarono la prima di Toro Scatenato a New York non ci sono più. L’8 febbraio 1987, il Cinerama 1 chiuse e fu demolito. Il Sutton Theatre non ha più avuto un pubblico dall’estate del 2004 ed è stato buttato giù nel gennaio 2005, sostituito da una torre condominiale.
Me li ricordo ancora gli applausi, me li sento ancora nelle orecchie, e me li porterò dietro per tutta la vita.
Robert De Niro-Jake LaMotta
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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