I voli a 5 metri. L’atletica riparte nei giardini di casa

 

Anche se non voglio
torno già a volare
Lucio Battisti

 

scenari
I voli a cinque metri di Duplantis, Kendrick e Lavillenie

 

Com’è andata la gara di salto con l’asta nei giardini di casa dei tre campioni. Che cosa ci lascia questo esperimento. Una parentesi o un anticipo del nuovo mondo?

 

  Bentornata atletica – Il futuro dello sport sarà diverso.
A forza di ripeterlo è successo, e lo abbiamo visto.
Un frammento si è presentato nelle nostre case verso le cinque del pomeriggio.
Mondo Duplantis era nel suo giardino a Fayetteville, in Louisiana. Renaud Lavillenie nel cortile di casa a Clermont-Ferrand. Sam Kendricks al suo angolo di allenamento con vista su Oxford, Mississippi, United States. Nessuno di loro era con nessun altro e tutti erano avversari, precisi dentro lo spirito del tempo del distanti ma uniti. Un campione olimpico (Lavillenie), un campione mondiale (Kendrick) e il ragazzino di 20 anni (Duplantis) che ha battuto due volte il record del mondo a febbraio, uno dei candidati a volto dell’atletica nel dopo Bolt. Venticinque medaglie internazionali in tre per la gara forse più nobile nello sport 2020. Non che ce ne siano state tante ma con un tale livello di partecipanti forse nessuna. 
Hanno vinto Duplantis e Lavillenie alla pari. Hanno superato trentasei volte i 5 metri d’altezza nei 30 minuti della sfida. Kendrick si è fermato a ventisei. In questo consisteva la gara. Nessuno in diretta sapeva a che punto si trovassero gli altri. Chi sbagliava doveva rimettere l’asticella a posto lassù da solo e perdeva tempo. Ora, la cosa può fare molto effetto Giochi Senza Frontiere, un deux trois, anche la Francia gioca il suo jolly. Ma era la loro solita gara, con gli stessi attrezzi e gli stessi gesti, solo in condizioni nuove. Hanno spostato l’accento dalla qualità della misura alla quantità dei salti. Non hanno premiato il lampo ma la resistenza e la durata. Che restano parametri sportivi. “Una faticaccia bestiale, una maratona verticale per chi è abituato ad alzarsi in volo solo 8/10 volte nelle due ore di una gara tradizionale” ha scritto Marco Bonarrigo su Corriere della sera. Uno spettacolo per 20 mila spettatori collegati attraverso i social. 

 


 

Messi uno sopra l’altro, i salti di Duplantis e di Lavillenie misurano 180 metri a testa. Non erano mai arrivati a farlo. Insomma c’è stato un valore atletico. Non è stato circo. È solo stato sport diverso. Quello che ci diciamo da tempo che prima o poi avremmo visto. 
Per quanto tempo dovremmo accontentarci non si sa. «Ci fossimo sfidati a 5 e 40 – ha detto Kendrick – avrei vinto io». 
Holly Bradshaw l’ha definita “la cosa più epica che abbia mai visto. Una grande propaganda per il nostro sport”. Katerina Stefanidi ha detto: “Non ci sono parole per descrivere la mia invidia”. The Ultimate Garden Clash è stato per Lucas Sáez-Bravo di El Mundo “uno spettacolo tanto insolito quanto divertente”. Sean Ingle sul Guardian ha scritto: “Non è stata esattamente una finale olimpica di fronte a 80.000 spettatori urlanti, né un normale evento di atletica leggera, ma per i fan affamati di sport dal vivo, guardare tre dei migliori atleti del mondo si è rivelata una prospettiva sorprendentemente allettante”. Per Andrea Buongiovanni su la Gazzetta dello sport “ lo spettacolo – body da gara, chiodate e cartelli col numero delle prove riuscite aggiornato a mano a bordo pedana da allenatori e familiari – è stato degno e divertente”. Juan Gutiérrez su Diario AS: “Un’idea originale in questo periodo oscuro, per esplorare nuovi modi di fare sport e comunicazione”. Per Stéphane Kohler su  l’Équipe si è trattato di un esperimento che ha dato buone idee ad altri atleti”.

 

Promossi. Del resto la disciplina si presta alla metafora. Negli anni 90 Germano Bovolenta, firma raffinata come poche in Gazzetta, spiritoso e autoironico, giunto fin qui avrebbe detto: “Sento puzza di poeti”. Perché ci vuole un attimo a perdersi nella tentazione di partire con la simbologia dell’uomo che si stacca dalla terra e vola verso il cielo, supera la barriera, sconfigge il virus, cerca i suoi limiti, eccetera eccetera. Cinque metri sopra il cielo, direbbe il romanziere. O forse stavolta sotto.

 

 

A proposito di scrittori. Nel suo libro su una buona serie di meravigliosi fallimenti, Io ce la potevo fare (Fazi, 2015), Fabio De Santis si domanda quale sia il sentimento di un saltatore verso l’asticella, se di complicità o di sfida, se di amore o di odio. Se lo chiede nel raccontare la parabola da perfetto secondo di Thierry Vigneron, rivale di Sergej Bubka nella misura in cui era possibile esserlo. Tipico prodotto della scuola francese che privilegia la tecnica alla forza, Vigneron con la sua sigaretta tra le labbra in pedana ha battuto 4 volte il record del mondo fra 1980 e 1984, negli anni in cui il suo Paese poteva contare pure su Philippe Houvion e Pierre Quinon. Poi sarebbe arrivato Jean Galfione. A cosa rivolge il suo amore un saltatore: all’asta o all’asticella?

 

  Inarcati, tesoro, dammi la spinta e io ti prometto che ti carezzerò piano, lasciandoti dondolare fiera e dritta alla fine della nostra fugace storia. E quella si piega, sembra che sudi per lo sforzo elastico che concentra in un secondo, si spezza, sì, si spezza, no, ce la fa, ce la fa. … Vigneron ci prova, e ci prova sul serio, non ci va neanche tanto lontano, ma la storia d’amore con le sue signorinelle è finita. Non si è mai saputo chi lo abbia tradito per prima, quella verticale o quella orizzontale, forse sono gelose l’una dell’altra
di fabio de santis, Io ce la potevo fare (Fazi, 2015)

 

Per Yelena Isinbaeva andare su con l’asta era come trovare un secondo respiro. Disse così in una intervista con Rosalba Castelletti per D, magazine di la Repubblica: «È la disciplina tecnicamente più difficile e pericolosa. Gli infortuni possono essere fatali. L’asta non perdona. Devi saper controllare e coordinare ogni parte del corpo in terra e in aria». Yelena è la figlia di una operaia e di un idraulico musulmano di etnia Tabasaran del Daghestan. Aveva cominciato con la ginnastica, dieci anni su trave e parallele, poi si era scoperta troppo alta per il volteggio. Nel 1997 il salto con l’asta era ancora una novità nell’atletica femminile.

 

Yelena sta sdraiata in un cantuccio, avvolta in una coperta, occhi chiusi sotto a un berretto, finché non viene il suo momento. Dopo la metodica ingessatura delle mani e incatramatura dell’asta, sussurra una giaculatoria segreta all’attrezzo che la fionderà tra le stelle.
di rosalba castelletti, D, 7 agosto 2017 

 

L’asta alle Olimpiadi – Il primo a usare un’asta di bambù al posto di quelle in frassino e noce fu Charles Dvorak, oro ai Giochi di Saint Louis nel 1904. Fino al 1908 era permessa la tecnica detta “ad arrampicata” dovuta anche alla mancanza della buca nella quale fare perno. Nel 36 a Berlino, dietro l’americano Meadows, si piazzano con la stessa misura i giapponesi Nishida e Oe. La gara dura fino a sera inoltrata, così i due rinunciano allo spareggio. Al ritorno in patria fanno tagliare in due le medaglie e le fondono in modo che ognuna sia per metà d’argento e metà di bronzo. In piena guerra fredda, ai Giochi del 52, Bob Richards fraternizza con il sovietico Pyotr Dyenysenko, al quale dà consigli durante la gara e dal quale sarà portato in trionfo dopo la medaglia d’oro. Quattro anni dopo si affaccia un altro innovatore, il greco Georgios Roubanis, bronzo, il primo a usare l’asta in fibra vetrosa. Si migliora di 8 centimetri. Nel 60 il vincitore di Roma, Donald Bragg, è detto Tarzan perché fa l’urlo della giungla quando passa l’asticella. Firma con un produttore un contratto per sei film nel ruolo dell’eroe di Burroughs ma poi non se ne fa niente. Nel 72 sono messe al bando le “aste verdi” perché erano in commercio da meno di un anno. Il 1980 è l’anno del gestaccio con cui il polacco Kozakiewicz festeggia l’oro a Mosca. Nel 92 a Barcellona Bubka fallisce la misura d’ingresso a 5,70 (stessa cosa gli ricapita a Sydney nel 2000) ma tredici giorni dopo batte il record del mondo. Nel 2004 Toby Stevenson, argento, salta con un elmetto. 
La figura più affascinante è quella di Cornelius Warmerdam, californiano di origini olandesi, considerato uno dei più grandi atleti a non essere mai stato ai Giochi olimpici. La guerra lo privò delle edizioni del 40 e del 44, quando era primatista del mondo. Nel 48 fu escluso perché professionista. Ha battuto il record 9 volte, tre all’aperto e sei indoor. Si allenava in casa, usando una buca scavata nella fattoria della famiglia, tra gli spinaci e la frutta. 

 

World Athletics sta considerando la possibilità di organizzare altre gare in giardino: come getto del peso, salto in alto, salto in lungo. A giugno il meeting di Oslo sarà sostituito dagli Impossible Games, sfide a distanza su asta, lancio del disco, velocità e mezzofondo. 

 

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