Sono cresciuto in un quartiere proletario di Santiago del Cile e anche se in casa c’era qualche libro, soprattutto romanzi d’avventura – Jules Verne, Emilio Salgari, Jack London, Karl May – sarebbe di una vanità spaventosa dire che si trattava di una biblioteca.
Quando ero un bambino, o meglio un preadolescente di tredici anni, il mio grande sogno era affermarmi nel calcio e diventare un professionista di questo grande sport. Non giocavo male. Ero attaccante nei giovanissimi dell’Unidos Venceremos, la squadra del mio quartiere, Vivaceta. Così il mio avvicinamento alla letteratura iniziò una domenica d’estate, mentre camminavo con i miei scarpini in spalla verso il campo su cui si disputava la coppa del quartiere, lo stadio Saens, di proprietà del Santiago Watt, il sindacato che riuniva gli operai di Chilectra, la società cilena dell’energia elettrica.
A quel tempo si aveva molta cura dei propri scarpini, si spalmavano con grasso di cavallo e, a seconda delle caratteristiche del campo su cui si giocava, si cambiavano i tacchetti: morbidi, fatti con la gomma di vecchi pneumatici quando il terreno era molle o umido; duri, generalmente di cuoio, quando il terreno era molto asciutto, e leggeri, quasi sempre di osso, quando avevamo il piacere di giocare su un tappeto erboso.
Il nostro “Mister Pipa” – così chiamato in omaggio all’allenatore dei fumetti più letti in Cile, Barrabases, disegnati da Themo Lobos, che offriva ogni settimana una partita di pallone inventata – ci dava consigli negli spogliatoi e ci spiegava la sua tattica. Utilizzavamo la formazione 4-2-4 e io di solito giocavo da numero 11, oppure da numero 10, quando per qualche ragione mancava il nostro ariete, Chico Valdés. Inoltre toccava quasi sempre a me tirare i rigori e, modestamente, sbagliavo di rado. Infine, era compito mio fare buoni assist in area avversaria.
Quella domenica stavo camminando nella mia via, di buon’ora perché noi giovanissimi giocavamo alle dieci del mattino, quando all’improvviso vidi un camion dei traslochi fermo davanti a una casa. Una nuova famiglia era venuta a vivere nel quartiere e una coppia di adulti trasportava mobili dal camion all’appartamento; allora mi offrii di dare una mano e, mentre prendevo un tavolinetto, la vidi.
Quella domenica stavo camminando nella mia via, di buon’ora perché noi giovanissimi giocavamo alle dieci del mattino, quando all’improvviso vidi un camion dei traslochi fermo davanti a una casa. Una nuova famiglia era venuta a vivere nel quartiere e una coppia di adulti trasportava mobili dal camion all’appartamento; allora mi offrii di dare una mano e, mentre prendevo un tavolinetto, la vidi.
Era la ragazza più bella su cui avessi mai posato gli occhi nei miei tredici anni di vita. Subito mi trasformai in una furia traslocatrice pronta a scaricare sedie, tavoli, materassi, fagotti e scatoloni. Non esagero dicendo che praticamente fui io da solo a svuotare il camion e a portare in casa la maggior parte delle masserizie della famiglia.
Quando mi accorsi che era ora di andare allo stadio salutai, la madre volle a ogni costo offrirmi una bibita e ordinò alla figlia, la ragazza più bella su cui avessi mai posato gli occhi nei miei tredici anni di vita, di portarmi un Orange Crush. Presi la bottiglietta emozionato e allora la madre disse: “Gloria, perché non inviti questo amico al tuo compleanno domenica prossima?”.
A essere sinceri, la ragazza più bella su cui avessi mai posato gli occhi nei miei tredici anni di vita mi invitò senza troppo entusiasmo. Io me ne andai allo stadio ripetendo il suo nome. Gloria. Facevo già sogni di gloria.
Quella mattina giocai male. Malissimo. Sbagliai addirittura vari passaggi che di solito erano la mia specialità: un centrocampista crossava verso il palo destro e là ad aspettare la palla c’ero sempre io, la stoppavo con il petto e restavo accanto alla riga bianca di calce in attesa che gli altri attaccanti invadessero l’area nemica per fare il passaggio che finiva quasi sempre in un gol del Chico Valdés o del Cabezón Apablaza. Il Mister mi gridava: “Concentrati! Che diavolo ti prende!?”. Io facevo sogni di gloria.
Noi giovanissimi giocavamo due tempi di quindici minuti. Il secondo tempo lo passai in panchina. Il Mister mi misurò la febbre, mi domandò cosa avevo mangiato a colazione. Io continuavo a fare sogni di gloria.
Quella partita finì in una sconfitta dell’Unidos Venceremos. Tutti i compagni mi insultavano, il Mister invitava alla calma dicendo che la nobiltà del calcio sta nel sapere incassare le sconfitte. Io facevo sempre sogni di gloria.
Passai una settimana orrenda pensando a cosa regalare a Gloria per il suo compleanno. Un disco? Ignoravo completamente i suoi gusti musicali. Un libro? Quale? Una tavoletta del miglior cioccolato Costa? E se non le piaceva? Alla fine decisi di separarmi dal mio più grande tesoro, dal più prezioso dei miei beni, ma senza troppo dispiacere. Così la domenica successiva, alle cinque del pomeriggio, dopo aver fatto la doccia al termine di un’altra partita in cui ancora una volta avevo giocato male ma che per fortuna era finita in un pareggio, andai a casa di Gloria col mio tesoro ben impacchettato in una vistosa carta regalo.
La trovai circondata da altri ragazzi del quartiere, sorridente, più bella della domenica prima, e facendomi strada a gomitate la raggiunsi. Tremando di emozione l’abbracciai, mormorai buon compleanno e le diedi il regalo.
“Grazie” disse Gloria e lo posò su un mobile accanto ad altri regali. “Aprilo” la esortai con una voce che voleva essere sicura senza riuscirci per nulla.
“Mi piace aprire i regali quando sono da sola” ribatté lei e dedicò tutta la sua attenzione agli altri ragazzi che la circondavano.
“No! Aprilo adesso!” ordinai, convinto che non appena quella corte di squali avesse visto il mio regalo sarebbe svanita all’istante.
I suoi begli occhi che passavano dal marrone chiaro al verde smeraldo si spalancarono in un’espressione sorpresa, afferrò il pacchetto, tolse il nastro, aprì la carta e con mio grande stupore prese fra le dita il più grande dei miei tesori con l’aria di chi tocca un topo morto. Mormorò un grazie svogliato e lo rimise accanto agli altri regali ricevuti.
Più di una volta avevo sentito mio padre brontolare che è impossibile capire le donne e quel pomeriggio mi resi conto che il vecchio aveva ragione.
Mi feci di nuovo strada fra gli squali che la circondavano, mi piazzai davanti a lei e le chiesi se sapeva cos’era il mio regalo.
“Una foto. E ti ho già ringraziato” rispose Gloria e rivolse gli occhi al gruppo di squali che sussurravano: sparisci, rompipalle, vattene a fare un giro, e altre frasi apparentemente ostili.
Il Mister ripeteva che la nobiltà del calcio sta nel saper incassare le sconfitte, ma sosteneva anche che la vittoria nasce dalla perseveranza. Così mi piazzai di nuovo davanti ai suoi begli occhi per spiegarle che cosa le avevo regalato.
“No, Gloria. Non è una foto. È La Foto” esclamai mostrandole la fotografia della nazionale di calcio con la firma di tutti i fuoriclasse che nel campionato del mondo, giocato in Cile nel 1962 e cioè pochi mesi prima, erano riusciti a conquistare un terzo posto che avrebbe reso per sempre onore al calcio cileno. Ore, giorni, settimane, mesi mi era costato avere tutte quelle firme, fra cui spiccavano quella di Misael Escuti, il portiere, di Jorge Toro, il goleador massimo, di Leonel Sánchez, Tito Fouillioux, tutti gli immortali.
“Non mi piace il calcio” rispose. E in quella frase scoprii il veleno degli amori impossibili.
“E si può sapere cosa diavolo ti piace?” le chiesi con la certezza della gloria perduta.
“Mi piace la poesia” disse prima di scomparire dalla mia vita.
Ma non scomparve per sempre perché continuai a pensare a lei, a guardarla da lontano mentre andava alla fermata dell’autobus con indosso la sua uniforme del Liceo femminile n. 2. Un giorno mi capitò fra le mani un libro di Pablo Neruda: Venti poesie d’amore e una canzone disperata. Quando lessi quei versi, sentii che Neruda li aveva scritti pensando a me e alla mia Gloria perduta.
Diventai un fervido lettore di poesia. Da García Lorca ad Antonio Machado, da Gabriela Mistral a León Felipe, da Neruda a de Rokha, e con il passare del tempo l’amore per le parole mi si rivelò come un amore fedele, che non mi avrebbe mai tradito. Gloria era ormai scomparsa dai miei ricordi quando iniziai a scrivere poesia o quello che pensavo potesse anche essere poesia.
La vita è un insieme di dubbi e di certezze. Ho un grande dubbio e una grande certezza. Il dubbio è se la letteratura abbia guadagnato qualcosa dalla mia militanza nella scrittura. E la certezza è che per colpa della letteratura il calcio cileno ha perso un grande attaccante.
Lo sport nelle sue opere
Il gatto nero grande e grosso lo guardava attentamente, seduto sul davanzale, il suo posto preferito. “Ho preso la maschera subacquea? Zorba, hai visto la mia maschera subacquea? No. Non la conosci perché a te non piace l’acqua. Non sai cosa ti perdi. Nuotare è uno degli sport più divertenti. Un po’ di croccantini?” gli offrì il bambino prendendo la scatola.
di luis sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare (1996)
Un gol per amore – In Questo è per te Soraya, racconto della raccolta Ritratto di gruppo con assenza, Sepúlveda racconta di Bernardo Cifuentes, diciottenne paraguayano che un osservatore porta in Italia. Vorrebbe sposarsi con l’amata Soraya, ma lei gli rivela di essersi innamorata di un altro. Anni dopo, con la maglia del Caceres, Bernardo affronta l’Andalusia, il cui portiere è paraguayano come lui. Sugli spalti sott’occhio si accorge della presenza di Soraya, nel frattempo diventata la fidanzata del portiere che lui ha di fronte
Mentre sistemava il pallone sul dischetto, Cifuentes capì che tutte le lettere spedite dall’Italia, in cui ripeteva con insistenza che non poteva vivere senza di lei, la sua bella non le aveva mai ricevute perché non viveva più in Paraguay bensì in Spagna. Cifuentes fece cinque passi indietro, prese la rincorsa con dolcezza, calciò con il piede destro il pallone che salì in aria e disegnando una curva perfetta entrò nel minuscolo spazio libero fra l’angolo superiore destro della porta e le mani del portiere. Il pubblico si stupì vedendo che l’autore del gol allontanava i suoi compagni euforici. Cifuentes si avvicinò al portiere sconfitto, gli prese la mano guantata per aiutarlo a rimettersi in piedi, lo abbracciò e guardando la bella ragazza che osservava attonita gridò: «Questo è per te, Soraya!» (da Ritratto di gruppo con assenza, Guanda, 2010)
I Mondiali del ‘62 guardati in un bordello
«Garrincha è stato il più forte giocatore del mondo, senza dubbio. Più di Pelé. Fu lui il vero costruttore della squadra brasiliana. Dopo, solo Eusebio può essergli paragonato».
➣ Come ricordi Allende?
«Era un sognatore. Da lui ho ereditato la passione per la vita. Diceva: “L’uomo che parla senza passione non ha nulla da dire”. Ed era dotato di un incredibile senso dell’umorismo. Il calcio si lega a tutto ciò. Il football è un modo di vivere. Da ragazzo anch’io giocavo nella squadra della scuola. Fui selezionato nella serie B del nostro campionato.
Il mio idolo nel calcio internazionale era Yashin, in quello cileno il grande Jorge Toro. Ai Mondiali ’82 ha giocato il mio mito. No, ovviamente non parlo di Garrincha. È un calciatore mio amico, Carlo Caszely, un attaccante che disputò solo due partite. Ma al rientro in patria, quando Pinochet invitò la squadra per complimentarsi, lui si rifiutò di stringergli la mano».
➣ Dove vedesti i Mondiali del 62?
«Avevo 12 anni quando si disputò il Mondiale del 1962. In Cile era un grande avvenimento perché per la prima volta c’era la tv. Nata per il calcio. La mia famiglia non possedeva il televisore e mio padre convinse il padrone del bordello accanto a casa nostra, che ne aveva uno, a ospitare noi ragazzini del quartiere per vedere le partite. Quella fu anche la prima volta che entrai in un bordello. Il mio ricordo: un mucchio di bambini che cantavano l’inno nazionale cileno. Davanti alla tv, davanti alle prostitute».
intervista di darwin pastorin, Sky, ottobre 2003
Italia-Cile del ‘98 vista in un albergo a Roma
– A Roma, in una camera d’albergo, l’autore della Gabbianella e del Vecchio che leggeva romanzi d’amore, guarda in televisione il match di Bordeaux. Quello stadio, per lui, contiene un buon pronostico: «L’ha costruito un nipote di Garibaldi, e lo spirito garibaldino sta sempre dalla parte dei latino-americani». Comincia la partita e Sepúlveda confessa di avere il cuore diviso in due. Da una parte il Cile, il nuovo Cile che ha tanta voglia di recuperare fiducia in se stesso; dall’altra l’Italia, che più di ogni altro Paese europeo dove Sepúlveda compare da anni nella lista dei bestseller ha mostrato di amare i suoi libri, di considerarlo quasi un cittadino onorario.
«Voglio bene all’Italia, le sono grato per l’affetto che mi ha dimostrato. Se la partita fosse stata Italia-Germania, io avrei tifato per gli azzurri, senza dubbio. Ho amato molto la vostra nazionale, ne ho ammirato tante volte la velocità, la passione. Purtroppo, e credo di essere obiettivo, oggi non vedo passione tra gli italiani. Solo individualismo, e un grande disordine di idee, l’assenza di un gioco collettivo. Una grande freddezza. Con poche eccezioni, Di Livio, che è fortissimo, e Baggio, Roberto Baggio. Grande, grandissimo. Con lui ho rivisto la passione, il cuore, una vera umanità. … Questa squadra mi ricorda la sinistra e il momento di sbandamento che sta vivendo. Ha perso i sindaci a Lucca, Parma, ad Asti. Sembra irriconoscibile».
di ranieri polese, Corriere della sera, 12 giugno 1998
Le sue squadre. I suoi preferiti
Il traduttore Pierpaolo Marchetti – Lo ha frequentato sia in Italia che nelle Asturie. «Confermo che era un tifoso dello Sporting de Gijón e andava spesso allo stadio El Molinón. Non avrebbe mai potuto fare il tifo per una squadra vincente. Infatti amava dire: la mia è stata una generazione di perdenti che però non ha mai perso la speranza di vincere». | Alberto Facchinetti, il Fatto quotidiano
Quella sera con la sciarpa del Genoa – «Il Genoa, Genova, Montevideo, Buenos Aires, l’America Latina. È un rapporto oramai secolare, che ha lasciato traccia di sé anche nella letteratura sudamericana. Non solo in quel Splendori e Miserie del Gioco del Calcio appena citato (e dove, naturalmente, Abbadie rientrava nella categoria degli splendori), ma anche in Fútbol, la raccolta di racconti del giornalista sportivo e scrittore argentino Osvaldo Soriano, in cui un agguerrito anarchico genovese guidava la squadra nazionale italiana in un fantomatico e surreale campionato del mondo, giocato nella Patagonia argentina del 1942.
È un grande feeling, quello tra il Grifo e gli scrittori sudamericani: ricordo ancora lo scrittore cileno Luis Sepúlveda festeggiare, una dozzina o una quindicina anni fa, il proprio compleanno con la sciarpa del Genoa al collo (e per di più al teatro Gustavo Modena di Sampierdarena)». | Massimo Prati, I Racconti del Grifo
Il tifo, i campioni, il rito
«Non c’è un gioco più entusiasmante in questa esistenza. Mi piace il Barça per la tradizione repubblicana e perché insegue la bellezza. Guardiola è raffinato, colto, sereno nei confronti del mondo. Mou è in guerra, un energumeno che urla come una scimmia e insulta gli altri. A me il Real ricorda i romanzi-thriller di Tom Clancy; il Barça è sereno, è leggerezza, è Calvino».
➣ E nella sfida assoluta Ronaldo-Messi?
«Ronaldo recita lo stesso spettacolo, mostra i muscoli agli altri. Ogni giorno Messi impara dal campo, recita su diverse sceneggiature. Scelgo lui, ma per corsa e generosità adoro Di María e Sánchez».
➣ Qual è la geografia delle sue squadre del cuore?
«Ho un rapporto sentimentale, di nostalgia e di amore, con il Magallanes Santiago, gloriosa squadra cilena da cui è nato il Colo Colo. In Germania vivevo ad Amburgo e mi innamorai del pubblico romantico del St. Pauli. In Italia mi piace la Roma di Luis Enrique, asturiano con un passato nel mio Gijón».
➣ Sempre tifoso «sentimentale» dello Sporting?
«Lo Sporting Gijon quest’anno rischia, ma ha una storia luminosa. È la squadra dei minatori, della resistenza anti-franchista. Ha mantenuto il colore rosso sulla maglia anche durante la dittatura. Nel Molinon si vedrà sempre il senso dell’amicizia».
➣ Ieri e oggi, a quali calciatori ha dato affetto e amicizia?
«Il mio preferito è David Villa. È lo stesso che incontrai da ragazzo al Salone del libro ispano-americano di Gijon. Non lo vedrete in Porsche, è umile come i grandi. Maradona è stato genio e gli sono amico grazie a Gianni Minà. Ma ho un intimo e mitico rapporto con Eusébio, enciclopedia di vita e di calcio: in Portogallo ci facciamo sempre un bicchiere. … Si gioca troppo: rimpiango l’attesa febbrile del fine settimana e maledico chi trasforma il gioco in un articolo di consumo. Ma la poesia c’è nella solitudine degli attimi: quando in silenzio si indossa la maglia, come in una preghiera».
intervista di filippo conticello, la Gazzetta dello sport, 24 aprile 2012
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