I 50 anni di Agassi, lo sregolato redento

Ecco. Lui, Andre Agassi, dentro la specie degli sregolati appartiene sia alla famiglia degli autodistruttivi sia a quella degli eccentrici. Ma poi un giorno, come Jack Frusciante, è uscito dal gruppo. Oggi che compie 50 anni, Riccardo Crivelli su la Gazzetta dello sport scrive che “a vederlo adesso, marito e padre felice, sempre con il sorriso sulle labbra e con il cuore grande di chi ha voluto condividere un po’ della sua fortuna con gli ultimi della società, dedicandosi nella sua Academy di Las Vegas ai ragazzi poveri che vogliono avvicinarsi al tennis, si direbbe che Andre Agassi abbia trovato nella serenità dell’età matura la pace ai tormenti di chi si è ritrovato ad attraversare l’inferno per approdare al paradiso. L’antico ribelle ha scoperto la saggezza e ha finalmente trovato casa”. 

Si presentò invece vistoso e finì con le metanfetamine. “Nel mondo del tennis – scrive Furio Zara su Avvenire – Agassi è stato un meteorite che ha travolto un giardinetto pettinato all’inglese. Si è imposto all’attenzione – almeno all’inizio – non tanto e non solo per le vittorie, ma per il look stravagante ed eccentrico, per gli eccessi, per il “teatro” ad ogni partita, la posa, la bandana, i completini sgargianti, i pantaloncini in jeans, i capelli elettrici, la chioma prima folta e bionda e poi da mohicano, poi ancora il parrucchino e infine la testa rasata, a immagine della sua nuova vita, ripulita da tutto il superfluo”.

 

  Se Pierrot fosse nato a Las Vegas, si chiamerebbe Andre Kirk Agassi. Mercoledì 29 aprile la lacrima sulla guancia del ragazzo che rivoluzionò il tennis imponendo alla palla un anticipo che non aveva mai conosciuto prima compie 50 anni. Età di bilanci, se non fosse che Agassi ha già saldato il conto con l’analista sdraiandosi sul lettino letterario di JR Moehringer e affidandogli un flusso di coscienza che è diventato un romanzo che sarebbe delittuoso se non aveste letto, una versione de Il giovane Holden, per capirci, ambientata nei bassifondi della coscienza di un americano dotato di molto talento e molte anfetamine. Per un periodo, vincendo su tutte le superfici (impresa mai banale) mentre si accompagnava a donne improbabili (da Brooke Shields a Barbra Streisand) cambiando look altrettanto improbabili (dalla chioma punk al toupet alla pelata finale con bandana, soccombendo alla calvizie ereditata dall’odiato-amato padre), Andre Agassi è stato tutto ciò che avremmo voluto essere ma non avevamo mai osato chiedere.

di gaia piccardi, Corriere della sera

 


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Open

Il libro che ha cambiato il racconto dello sport

[S]lalom week-end  11 novembre 2019


 

  Un tè con l’autore – Era la seconda volta a Wimbledon che venivo invitato dal giornalista americano a prendere il tè. Chiesi al mio amico, Bud Collins, se conoscesse questo J.R. Moehringer. E la risposta fu: «ignoto nello sport, conosciuto come scrittore». Mi domandai cosa volesse sapere da me. Egli mi disse che soleva verificare se erano possibili certe opinioni, nel caso di Agassi sul signor Nick Bollettieri. Aveva con sé un taccuino e lo aprì al punto in cui Andre telefonava a suo padre Mike dicendogli che Nick stava rovinando il suo gioco. «Insegna tutto da fondo campo. Mai un serve and volley. Voglio ritornare a casa a Las Vegas e giocare a serve and volley». Scossi la testa. «È Bollettieri ad aver sviluppato un nuovo tipo di tennis, quello che nelle nostre telecronache io e il mio amico Tommasi chiamiamo attacco dal fondo».

di gianni clerici, la Repubblica

 

invasione di campo

La lezione della sregolatezza 

 

di GIGI RIVA 

 

  La sregolatezza è una declinazione della diversità. Dal significato positivo o, al minimo, affettuosamente accettato. Non a caso si accompagna con la parola “genio” che può essere addirittura una ridondanza pleonastica. La sregolatezza, trasvolata dalla sua etimologia originaria, è un sinonimo di genio.

A differenza delle altre “diversità” non incute timore, ma simpatia. Talvolta, quando deborda, irritazione per un talento sprecato o dissipato. Comunque talento.

[S]lalom l’ha analizzata ieri. Chi la detiene, sia esso un campione vincente, un Rodman un McEnroe, oppure un incompiuto, un Balotelli un Gascoigne, la custodisce come caratteristica peculiare e preziosa: una irrinunciabile radice identitaria. Perché eccede la normalità di gregge, la postura della maggioranza. Ed è interessante sottolineare come in questi tempi di virus la normalità, talvolta apparentata alla noia, acquisisca un significato positivo. Vogliamo tornare alla normalità della nostra vita “di prima”. La raggiungeremo, oltre che col vaccino, anche attraverso “l’immunità di gregge”. Meglio essere pecore e lasciar perdere il giorno da leoni… Vale anche per la discussione feroce attorno alla ripresa del campionato. Il calcio “deve” essere trattato come tutto il resto. Non può essere “ex grege”, cioè uscire dal gregge. La parola “egregio”, che indica una distinzione, un’eccellenza deriva da quell’espressione latina. 

Un campione è egregio, la sregolatezza è egregia. La sregolatezza è diversità egregia perché ci permette di sognare, di metterla a paragone con i freni inibitori della nostra normalità. Ci fa apprezzare una differenza. Spesso è un vorrei ma non posso. È il desiderio di uscire di senno. Cioè uscire dal gregge.

Accettiamo dunque la diversità della sregolatezza perché è una nostra proiezione nell’immaginario, addirittura nell’immaginifico. C’è da chiedersi, allora, perché siamo così restii, in epoca di sovranismi, a contemplare altre diversità. Siano esse etniche, culturali, religiose, di gusti sessuali. E non le accettiamo per quelle che sono: un’altra possibilità di confronto, cioè di ricchezza. Il campione fuori dal gregge è un eccentrico. Un immigrato, una pecora nera.

 

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Gli irregolari Diego e Garrincha secondo Mura – Mura teneramente giudica Diego osservando un’altra leggenda. Neanche quella scalfita dalle disgrazie. Garrincha che finisce in un ospizio per alcolisti, caricato con una sedia a rotelle. Umiliato dagli infermieri. Sfatto. Ma in Brasile, racconta Mura, per Pelé la gente si toglie il cappello. Se invece pensa a Garrincha, piange. Perché è stato “alegria do povo”. Dici bene, Gianni. Allegria del popolo. Proprio come Diego per Napoli. Oggi sono trent’anni dall’ultimo scudetto, qui nel calcio la felicità ha ancora quel nome, Diego, quella faccia da indio, i suoi pugni al cielo.

di antonio corbo, Repubblica Napoli

su Il mondo di Gianni Mura (in edicola)

 

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