Ivan Lendl. Una vita da antipatico

Lendl tennista faber
I 60 anni di Ivan l’antipatico

 

Ho più talento io nel mignolo
che lui in tutto il suo corpo
John McEnroe

 

  La sua epifania
Se fossimo ingrati e se nel tennis si potesse giocare alle figurine, baratteremmo subito un Lendl con un Panatta più un Ocleppo oppure con Panatta più un Bertolucci. È un giovanissimo tennista pieno di tic nervosi, ma anche dotato di enorme talento e attualmente ventunesimo al mondo.
Lendl non sta attento ai soldi, non perché una buona fetta finisce alla sua federazione ma perché ora pensa soltanto alle posizioni da raggiungere, agli avversari da superare. Non sappiamo se è per colpa della mamma piuttosto severa (Olga Lendlova fu numero tre in Cecoslovacchia) o se è colpa della smodata voglia di riuscire, sta di fatto che Ivan Lendl è pieno di tic. Vuole ad esempio i polsini due volte più grandi del normale perché dice che suda moltissimo, i gesti che fa nell’asciugarsi il volto sembrano poi i movimenti di un operaio impiegato a una velocissima catena di montaggio. Praticamente, dopo ogni colpo, mette della segatura sul manico della racchetta e ieri lo statunitense Scanlon protestava vivacemente perché a ogni cambio di campo ne trovava vistose tracce sul campo. McEnroe-Lendl si può davvero definire il confronto fra i ragazzini terribili del tennis mondiale | Daniele Parolini, Corriere della sera, 29 marzo 1980

 

  Il privilegio
Nel tennis anche il popolano parla un po’ d’inglese, e pronuncia bene tie-break. Anche se, quando sente, alla tivù, «fiftin-lav», quindici a zero, al massimo arriva a pensare che si scrive «fifteen-love», che sarebbe poi «quindici a amore», e accetta senza chiedersi il perché: mentre invece quel «lav» non è altro che la pronuncia all’inglese del francese «l’oeuf», l’uovo, figura ideale per dire dello zero.  Strano assoluto sport il tennis, che permette a cittadini dell’Est europeo di diventare milionari, e in dollari – si pensi a Nastase rumeno, a Lendl e Smid cecoslovacchi, a Fibak polacco – girando per il mondo con una libertà non concessa da quelle parti a nessun altro sportivo. | Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 1 dicembre 1980

 

  Come giocava quando apparve
Le caratteristiche salienti di Ivan Lendl sono la mentalità e il diritto. Ora si è inserito nel ristretto numero di tennisti che possono battere Borg. Il suo diritto può essere definito classico: non appartiene, cioè, alla serie di colpi arrotati di cui Vilas e Borg sono gli inventori. È un colpo piatto e velocissimo, di cui l’avversario riesce a intuire la traiettoria soltanto all’ultimo istante, quasi sempre troppo tardi per replicare. Ciò dipende dal fatto che Lendl esegue questo colpo di polso – come si dice in gergo – e quindi può variare la direzione con facilità. D’altra parte, non è che i suoi passanti, specialmente quelli di rovescio, siano meno pesanti del diritto. Il servizio è buono, con un’ottima prima palla. Punto debole di Lendl  è un non eccezionale tocco nei colpi al volo. Se ci fosse poi qualche pignolo che chiedesse come Lendl si comporta tatticamente in campo, potrei rispondere che la sua tattica è la migliore: tirare forte sulle righe. | Giordano Maioli, Corriere della sera, 21 ottobre 1980

 

  Gli uomini che gli cambiarono la carriera
La svolta più importante arriva a cavallo tra il 1984 e il 1985. Facendo appello, quasi simultaneamente, a tre specialisti, cancella uno a uno tutti i suoi punti deboli, di ordine fisico, tecnico e mentale. Il primo di questi mentori si chiama Robert Haas. Rinomato dietista (è lui che ha trasformato Martina Navratilova in un’atleta straordinaria), incontra Jerry Solomon, agente e confidente del ceco. «Gli ho detto che non sapevo esattamente definire il problema di Ivan, ma che se si trattava di forma e di resistenza, ero sicuro di poterlo aiutare».
  Prima decisione di Haas: ordinare un’analisi del sangue. I risultati rivelano subito che Lendl soffre di un eccesso di protidi e che il tasso di colesterolo è ampiamente sopra la media. «All’epoca» ricorda Ivan, «mangiavo una mezza dozzina di uova strapazzate a colazione, due o tre hamburger a pranzo, con tanto di Coca Cola, e una bistecca la sera. Mangiavo qualsiasi cosa. Se non mi avesse fatto male, anche il cibo per cani sarebbe andato bene». In poche settimane, il goloso made in Usa, si sottopone a un regime alimentare drastico: acqua, frutta, zuppa, petto di pollo e, soprattutto durante i tornei, pasta, pasta, pasta. Lendl acquista attrezzi mobili, uno stairmaster, una sorta di scala da pompiere per far lavorare la parte alta del corpo, una bici (una mountain-bike, prima che diventassero di moda). E siccome il suo gioco di gambe rimane malgrado tutto insufficiente, infila una tutina da ginnastica e, su consiglio di un’amica, si iscrive a un corso…di aerobica. Ridicolo? La silhouette del ragazzo fragile e ossuto lascia a poco a poco spazio a quella di un giocatore dalle cosce muscolose e con un torace da boxeur.
Un secondo personaggio chiave contribuisce a trasformare Ivan il Vigliacco in Ivan il Terribile. Nel gennaio 1985, ovvero quattro mesi dopo essersi fatto strigliare da John McEnroe in finale agli Us Open, incontra un giovane psicologo, Alex Castori. «Avevo paura di penetrare profondamente dentro di me e non trovarci niente» spiegherà più tardi. «Ma se non avessi trovato il coraggio di farlo, allora avrei continuato a lamentarmi per un sacco di tempo». Con la stessa serietà e la stessa abnegazione che aveva messo nel forgiare fisico e tecnica, Lendl decide di costruirsi una psiche di ferro. Lavora sul rilassamento (a volte lo si poteva sorprendere ad ascoltare delle cassette negli spogliatoi), sulla capacità di abbandono, ma soprattutto si dedica a esercizi quotidiani di visualizzazione. Il principio è semplice. “Vedere” e descrivere i suoi gesti nei minimi dettagli. Esempio: “Io, Ivan Lendl, giocatore di tennis, raccolgo questa palla, ne scelgo un’altra, getto la prima, mi sistemo vicino la riga di servizio, faccio rimbalzare la palla” eccetera. I risultati, nelle finali Slam, sono stupefacenti.
  Ma tutti i suoi sforzi sovrumani si sarebbero potuti rivelare vani senza l’arrivo al suo fianco, nel 1985, di Tony Roche. Grande campione del passato, anche lui maniaco del lavoro, viene chiamato per compiere una doppia missione: soprattutto, abituare il suo nuovo allievo a giocare contro un mancino (e permettergli così di battere John McEnroe, la sua bestia nera), poi aiutarlo a trovare le chiavi per giocare bene sull’erba e vincere Wimbledon. | Vincent Cognet, Tennis de France, aprile 1995. Tradotto da Alessandro Mastroluca per Ubitennis

 

  Il suo primo Slam: la rimonta su McEnroe a Parigi
Sull’1-1 del terzo set McEnroe si è trovato in vantaggio per 30-0 sul servizio del rivale. Sembra che sia stato distratto da un cameraman televisivo, sta di fatto che non è riuscito a strappare la battuta al rivale. Sul 2-2 nuova grande occasione per lo statunitense: 40-0 con Lendl al servizio. Ma la clamorosa opportunità veniva sciupata. Nel tennis le situazioni cambiano rapidamente.Il servizio di McEnroe perdeva efficacia ma l’americano si ostinava a prendere la rete dove il rinfrancato Lendl trovava buon gioco a piazzare passanti di rovescio che filavano in diagonale. Mentre Lendl esultava per aver rotto un incantesimo, e vomitava per l’emozione, McEnroe rimaneva con la testa fra le mani come se ripensasse alla serie di errori commessi nella finale. | Corriere della sera, 11 giugno 1984

 

Ne nacque una solenne antipatia
SuperMac non sopportava Ivan Lendl. Una volta gli negò un posto sull’aereo privato Img da Anversa a Milano perché l’altro (che l’aveva appena battuto ad Anversa) voleva viaggiare con l’allenatore e di posti ne voleva due; poi in campo, il giorno dopo, nell’esibizione di Verona, Ivan il terribile perse la testa, scrollò la sedia dell’arbitro (Vincenzo Bottone) e minacciò il rivale. E a Barcellona, quando gli dissero che l’ex cecoslovacco era in ritardo perché era stato morso all’aeroporto da un cane antidroga, dichiarò: «Hanno capito chi è il cattivo, lo confesso, il cane l’ho mandato io». | Vincenzo Martucci, la Gazzetta dello sport, 22 maggio 2007

 

Quella partita fu più importante per McEnroe che per me. Se l’avesse vinta, sarebbe arrivato a chissà a quanti Slam. Sarebbe diventato indimenticabile come Laver  Ivan Lendl

 

  La Cecoslovacchia
 Un’altra influenza significativa sulla tua vita è stata crescere in uno stato comunista. È vero che hai visto i carri armati sovietici puntare verso Praga? 
«Sì, ricordo che i miei genitori erano a Praga per delle partite del club e io ero con i miei nonni in un’altra città. Sono venuti a prendermi e siamo tornati a casa in treno, e in ogni stazione c’erano carri armati che miravano ai treni».
 Deve essere stato terrificante.
«Non è stato terrificante perché avevo solo 8 anni e non capivo. I miei genitori erano molto turbati e mi è stato avvertito di non usare parole come “occupanti” o di ridere, sputare o dire qualcosa contro di loro. Si andava in prigione per parole del genere. Questo è un altro motivo per cui non scriverei un’autobiografia – la gente di qui non capirebbe. La gente in Ungheria e in Polonia e nelle ex repubbliche sovietiche capirebbero, ma la gente in California? Non hanno idea di come fosse». 
 Durante quegli anni formativi, il tuo rapporto con i media è stato teso.
«Poiché non c’era libertà di parola nei paesi comunisti, dovevo stare attento a ciò che dicevo, a non turbare gli accordi, perché una volta a casa avrebbero potuto prendere il mio passaporto e non avrei mai più viaggiato; non avreste mai più sentito parlare di me. Ma la prima domanda in conferenza stampa era sempre: “Ti piacerebbe vivere qui?” Bene, che cosa potevo dire? Non potevo dare una risposta ed è così che è iniziato tutto». | Intervista di Paul Kimmage, Sunday Times, 4 giugno 2009

 

  La prima volta contro Agassi (1987, Stratton Mountain)
Raggiungo le semifinali contro Ivan Lendl, il numero uno del ranking. Il match piú importante che abbia mai disputato. Mio padre arriva in aereo da Las Vegas. Un’ora prima del match, Lendl gira per lo spogliatoio con indosso soltanto le scarpe da tennis. Vedendolo cosí rilassato, cosí ostentatamente nudo subito prima di affrontarmi, so già cosa mi aspetta. La sconfitta che mette fine a tutte le sconfitte. Perdo in tre set. Tuttavia esco dal campo rinfrancato, perché ho vinto il secondo set. Per mezz’ora ne ho fatte vedere di tutti i colori al miglior tennista del mondo. Posso lavorarci sopra. Mi sento bene. Finché non leggo sui giornali cosa ha da dire di me Lendl. Sollecitato a esprimere un giudizio sul mio gioco, aveva risposto con sussiego: Un taglio di capelli e un diritto. | Andre Agassi. Open (Einaudi, 2009)

 

Quando giocavo contro Lendl, al mio primo servizio scendevo a rete sul suo diritto: questo lo lasciava stupefatto e mi dava un piccolo vantaggio  Mats Wilander

 

  Quel giorno a Parigi con Chang (1989)
Punto dopo punto la freddezza robotica di Lendl lasciava trasparire i primi segni di sconcerto, che finivano per consolidare la fiducia del cinesino nella propria resistenza e soprattutto, credo, nel proprio teppismo mentale. Sto davvero perdendo con un adolescente agli ottavi del Roland Garros? Mi sta succedendo davvero? Immagino che, a un certo punto, per il favorito in difficoltà, pensieri del genere diventino una montagna invalicabile. Il crollo nervoso di Lendl era così evidente da mettere in imbarazzo chi, come me, lo aveva sempre detestato. Aveva un modo molto composto di perdere le staffe, ma non c’era alcun dubbio che le stesse perdendo. Al settimo gioco contestò un out chiamato sul suo servizio, pretendendo una verifica ravvicinata sia del giudice di linea che del giudice di sedia, concedendo così un paio di minuti preziosi a Chang per bere e fare stretching. Il ragazzo strisciava sulla linea di fondo campo come un cane ferito, i crampi ai polpacci non gli davano tregua dal terzo set. Eppure, nel suo sguardo, alla determinazione si era aggiunta una scintilla di consapevolezza luciferina.
  Era una sensazione palpabile anche lì in soggiorno, dove il fumo galleggiava nell’aria stagnante dei trenta gradi come un unico interminabile bendaggio discioltosi nell’acqua. Cominciavamo a crederci anche io e mio padre. O forse lui lo sapeva fin dall’inizio. Poi ci fu il colpo che tutti conoscono, che tutti hanno visto almeno una volta in qualche filmato di repertorio, spesso senza neanche riuscire a strabuzzare gli occhi, perché un evento così imprevisto, così fuori da ogni aspettativa possibile, può cogliere di sorpresa la sorpresa stessa. Basta riascoltare le varie telecronache per accorgersene. Tranne in quella francese, dove il commentatore prorompe in un autentico “Oh!”, in tutti gli altri casi la voce ha un punto vuoto: non è in grado di esclamare, tanto meno di spiegare ciò che gli occhi hanno visto. Un risucchio – fame d’aria – a cui segue l’incredulità, gridata, sussurrata, fischiata, balbettata. Servendo, al 15-30, con un break di vantaggio, Chang improvvisò la battuta di ping-pong: un servizio dal basso, molto tagliato e molto corto che non mise semplicemente in difficoltà Lendl, piuttosto lo spense.
Le umili sembianze umane che vagarono per il campo ancora per due giochi furono quelle di un campione lobotomizzato. Sembrò anch’essa una burla, come i pallonetti a ripetizione. Ma osservando le smorfie di Chang – e il minutaggio: giocavano da quattro ore e mezza – chiunque l’avrebbe considerata l’invenzione di un disperato. Infatti Lendl non imprecò, cercò solo, tra i cartelloni pubblicitari e la gente in visibilio sugli spalti, una crepa, una cucitura sul fondale del cielo, qualcosa che gli confermasse di essere vittima di una colossale messinscena. Invece era tutto vero. L’ultima goccia, l’ultima risorsa cinese, il ping-pong. | Mauro Covacich. La tortura cinese in “Smash” (La Nave di Teseo)

 

  Come la racconta Chang
«È stato Andre Agassi a farmi vedere per primo quanto il servizio da sotto potesse essere efficace, e quanto potesse sorprendere l’avversario. Lui lo faceva spesso nei match junior, e tu dovevi stare sempre molto attento, contro di lui. Quando battei da sotto contro Ivan Lendl a Parigi, nel 1989, fu una decisione improvvisa. Pensai tra me: “E se provassi a servirgli una palla a 50 all’ora?”. Lui fu costretto a venire avanti, cosa che non gli piaceva affatto, io portai a casa il punto, e quel servizio cambiò completamente l’inerzia dell’incontro. Lui era sempre più stupito e frustrato da come stavano andando le cose in campo».
 ➣ Su un punto importante, se devi rispondere a una seconda, sta’ vicinissimo alla linea del servizio.
«L’ho fatto sul match point contro Lendl, sempre nel 1989. Avevo 17 anni, ero appena uscito
dal circuito juniores, e avevo ancora le abitudini dei ragazzini: mi accorsi che certe cose potevano funzionare anche tra i “pro”. Quando stai sulla linea di servizio sulla seconda spesso l’avversario commette doppio fallo (come fece Lendl), oppure, per non rischiare, tira una seconda molto molle e tu puoi rispondere forte e vincere il punto». | Mark Hodgkinson. Game, set e match (Piemme, 2018)

 

Lendl è stato la quintessenza del perfezionismo auto-punitivo Liberation

 

  Un tennista chiamato cavallo
Negli anni 80 Ivan Lendl era anche un cavallo da corsa. Partorito il 6 marzo del 1979, quando il tennista era il numero 52 del mondo e non aveva ancora giocato una finale, di proprietà della famiglia Shapoff, era allenato da Stanley (come Forever Silver). Ivan Lendl ha corso 25 gare fra 1981 e 1983 e ne ha vinte 2 guadagnando 52mila dollari

 

  Lendl visto dal cantore di Federer
Ivan Lendl è stato il primo fuoriclasse a dare l’impressione che le sue tattiche e i suoi colpi si costruissero intorno alle particolari capacità delle racchette composte. Il suo scopo era fare punto da fondocampo con i passanti o direttamente con i colpi vincenti. La sua arma era il palleggio, specie il dritto, che doveva la sua velocità impressionante alla quantità di topspin che lui riusciva a dare alla palla. La fusione di velocità, topspin e angolazioni gli consentiva anche di fare una cosa che si è rivelata fondamentale per l’avvento del gioco di potenza da fondocampo. Lendl sapeva creare angolazioni radicali, straordinarie con i palleggi violenti, soprattutto per via della velocità a cui un forte topspin fa piombare e atterrare la palla impedendole di allargarsi. | David Foster Wallace. Il tennis come esperienza religiosa

 

Roger Federer è un incrocio tra Ivan Lendl, il più grande lavoratore da fondo campo, e Patrick Rafter, esplosivo e aggressivo  Tony Roche

 

  Il ritiro di Ivan Lendl (il tennista, non il cavallo)
“Allora, è stato un grande?” mi chiede via fax Felice Raimondi di Milano, mentre da tempo avevo in serbo una lettera di Franco (o Franca) Allegri di Arezzo, che desiderava informazioni sulla collezione Mucha di Ivan Lendl. Credo proprio di sì caro Raimondi, e non solo per gli 8 Grand Slam vinti su 16 finali, i 94 tornei (secondo soltanto a Jimmy Connors nell’era Open), il primo posto tenuto in classifica per 4 anni, e il secondo per 3. Credo proprio di sì per la lunghezza della carriera, che è durata dal 1978 a quest’anno, qualcosa come 17 anni, con percentuali di vittorie incredibili, serie tipo quelle dell’82 (106 vittorie e 9 sconfitte), dell’85 (84 vittorie e 7 sconfitte), dell’86 (74 su 80). Per le 156 settimane passate al n. 1 della classifica, 3 settimane meno di Jimmy Connors.
Era una sorta di birillo snodatissimo, con un faccino teso addosso al teschio come una pergamena a un paralume. Vederlo sorridere, anche da ragazzo, non era facile, e ancor meno facile divenne in seguito. Una volta che glielo chiesi, mi sentii rispondere, aggressivo: “Non vedo che cosa ci sia da divertirsi, lì dentro”. Aveva ragione lui. Non era, il suo modo di colpire, un colpo di pennello di quelli che fanno godere l’autore. Ivan era un regolarista, e un picchiatore. Proprio per lui, mi venne da adattare il termine “regolarista”, che avevo coniato per Borg, in “regolarista d’attacco”. Se, da piccolo, ai tempi in cui era stato mondiale junior, Ivan si era limitato a rimandare, attendendo la palla buona per avventarsi con il diritto, via via andava migliorando la battuta, dall’alto di un metro e 86 ragguardevole per gli anni Ottanta. E, pian piano, abbandonava un rovescino tagliato e velenoso per una terribile sberla liftata, che non sarebbe servita soltanto a passare, ma anche ad attaccare. Contro di lui, vincere di regolarità, o in palleggi aperti, era quasi impossibile. Rallentargli il gioco era impresa suicida. E bisognava allora attaccarlo. Un bel problema, perché Ivan passava quasi altrettanto bene di rovescio che di diritto. Di un colpo, anzi, Ivan conserva, e forse conserverà a lungo il copyright. Il terribile diritto giocato in allungo, al limite dell’estensione del braccio, da fuori campo, quando ormai le possibilità di rientro sono nulle. Le volte che l’ho visto volgere a suo vantaggio simili disperate situazioni non si contano. Questo straordinario campione, grandissimo esempio di tennista faber, ebbe una partenza difficile, anche per ragioni razziali. Tutti i suoi connazionali, da Drobny alla Navratilova, da Mecir alla Mandlikova, non sono stati eroi. Basta leggere Schweyk, basta dare un’occhiata alla storia del loro paese per capire. Ivan soffrì dunque, all’inizio di carriera, la sindrome boema-morava, e non l’aiutò certo la decisione di emigrare negli States.  
Collezionista di Alphonse Mucha, moravo come lui, maestro di un art nouveau floreale che non potrebbe essere più lontana dallo stile del tennista, Ivan mi rispose, un giorno che gli suggerivo la visita ad un Museo che esponeva il suo artista prediletto. “Non mi interessa. Colleziono soltanto per investimento”. Ma anche questo, Franco (o Franca) Allegri, dovrebbe insegnarci qualcosa. I grandi tennisti vanno ammirati sul campo, così come i grandi pittori vanno ammirati al Museo. Chissà se era simpatico, Alphonse Mucha? | Gianni Clerici, la Repubblica 27 dicembre 1994

 

  Lendl coach di Andy Murray
Dopo le 3 batoste nelle finali Slam, il numero 4 del mondo, Andy Murray, ha chiesto aiuto all’ex n. 1. Ivan Lendl: «Come hai fatto a ripartire dopo le 4 finali che avevi perso tu?». E l’ha clamorosamente arruolato come allenatore dalla prossima settimana, prologo degli Australian Open del 16 gennaio. Andy ha già avuto il tattico del “Vinci sporco”, Brad Gilbert. Ha già scoperto palestra e dieta senza glutine, come il “gemello” Novak Djokovic (di una settimana più anziano). Ha già adottato il playground di Miami: cemento e caldo-umido. Ma, quando il gioco si fa duro, si scioglie sotto la pressione, e non tira fuori la personalità che pure ha, eccome. Proprio come l’ex ceco Lendl, transfuga negli States, magro come un chiodo, ma poi capace di diventare un super-atleta, e di rimbalzare dalle famose 4 finali iniziali perse nello Slam agli 8 trionfi, dalle 3 bocciature agli Us Open in 3 vittorie, e dagli 8 k.o d’acchito con Connors ai 17 ultimi successi consecutivi. Salendo al numero 1 del mondo. Rabbia «Ivan il terribile» è stato via dal tennis per 16 anni: con la scusa della schiena a pezzi, s’è dedicato al golf – con tutto se stesso, come d’abitudine -, ha mancato le qualificazioni all’Us Open e ha accompagnato i primi passi pro sul green di una delle quattro figlie. Poi, pian pianino s’è ripresentato sulla scena del suo vecchio sport. | Vincenzo Martucci, la Gazzetta dello sport, 2 gennaio 2012

 

  La superiorità dei tennisti attuali
 Hai detto che i tennisti di oggi sono molto meglio di quanto tu sia mai stato. Perché? 
«Beh, quanto tempo abbiamo? Partiamo dal presupposto che possiamo guardare all’atletica leggera e al nuoto, come esempi, dove l’attrezzatura non è un problema, e possiamo confrontare i tempi da 20 anni a oggi. Penso che 20 anni fa i tempi non fossero risibili, ma sicuramente superiori rispetto a oggi. Perché golf e tennis dovrebbero essere diversi? Questa è la mia risposta. Se torniamo al 1960 e lo confrontiamo con il 1940, il divario è enorme. Perché il divario dal 1940 al 1960 dovrebbe essere diverso da quello fra 1980 e 2000? | Intervista ai media canadesi  ripresa da Tennis Prose

 

Filosofia da coach
 ➣  Lendl, perché non sorride mai? 
«Mi puntano apposta le telecamere addosso: non posso sorridere di continuo, sarebbe uno spreco. Ma ho senso dell’umorismo, cerco sempre qualche gioco di parola simpatico, guardo film divertenti».
 ➣  Che cosa dice di più un grande ex a un aspirante campione?
«Se diventi grande puoi diventare felice, se sei già felice è molto più difficile diventare grandi. Allenati, solo attraverso la ripetizione dei colpi potrai eseguirli sotto pressione, da lì prenderai fiducia». | Intervista di Vincenzo Martucci, la Gazzetta dello sport, 9 ottobre 2014

 

  Il più grande di tutti a parte quei tre
Secondo un algoritmo che tiene insieme i risultati degli Slam, la migliore classifica in carriera e le posizioni di fine anno, le settimane trascorse al numero 1 e tra i primi 5, la qualità degli avversari battuti, Ivan Lendl è il più grande giocatore di tutti i tempi prima dell’età contemporanea. Occupa infatti il 4° posto alle spalle di Federer, Djokovic e Nadal, davanti – nell’ordine – a Connors, Sampras, McEnroe, Borg, Agassi e Becker.
Secondo criteri analoghi, a cui si aggiunge la durata del match e il numero di match point, la sua finale al Roland Garros 1984 contro McEnroe è la settima partita più bella di tutti i tempi. Tra le prime 10 Lendl è presente ancora al decimo per la finale US Open 1988 persa contro Wilander.

 

  Dove andrebbe se potesse tornare indietro
 Qual è il tuo primo ricordo?
«Io che guardo l’atterraggio dell’uomo sulla luna in televisione. Quel giorno facevo il raccattapalle ai campionati cechi e qualcuno ci chiamò per farci guardare le immagini in tv».
 ➣  Qual è la cosa più preziosa per te?
«Il tempo che passo con il mio cane, Chip, un pastore tedesco».
 Cosa ti rende infelice?
«Il maltempo e i giornalisti che mi fanno domande a cui devo pensare».
 Chi ti piacerebbe per interpretare il film sulla tua vita? 
«Tu supponi che io conosca gli attori. Non vado al cinema, o guardo lo sport in TV o sono fuori tutto il giorno. Mi alzo alle 5 del mattino, mi alleno, vado al golf club. Torno quando si fa buio». 
 ➣  Qual è o chi è il più grande amore della tua vita?
«A questa domanda non puoi non rispondere tua moglie, anche se è una bugia».
 ➣  Se potessi tornare indietro nel tempo, dove andresti? 
«Tutti vogliono tornare a quando erano più giovani. Io ho avuto due operazioni all’anca, e dopo ogni operazione mi annoiavo, perché non potevo giocare a golf, così entrambe le volte sono andato alla Nasa per fare un tour. Alla Nasa hanno una rievocazione dell’atterraggio sulla luna, che mi è piaciuto molto. Mi ha riportato ai giorni in cui l’ho visto accadere dal vivo quando avevo 8 anni».
 ➣ Come vorresti essere ricordato?
«Come un ragazzo che si è divertito». | Intervista di Rosanna Greenstreet, the Guardian, 15 luglio 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.