Il Club delle Coppe di Cristallo
Uomini e donne dei ghiacci e delle nevi
Invernale come un volto
Che austero e antico conoscemmo
Emily Dickinson
Günther e Norbert Huber
| bob e slittino La loro vita a Mantana
Una frazione di San Lorenzo Sebano, alle porte di Brunico, in Val Pusteria. Sembra un presepe: 430 abitanti, sentieri in mezzo alla neve, slittini in quasi tutte le case. Non c’è un negozio, non c’è neppure un cinema, o una discoteca. C’è la montagna: una presenza incombente, in chi non la conosce o non la ama può provocare un senso di sgomento. … Qui siamo lontani anni luce dal frastuono che c’è intorno a Tomba che ha guadagnato miliardi e fa parlare di sé. … L’Alto Adige è la patria dello slittino, un mondo a sé. E Mantana, queste poche case in mezzo alla neve, ne è diventata la capitale. La famiglia Uber abitava più in alto, a Bagno Ronco, poi si trasferì qui dando anche l’addio a due mucche e quattro capre. E papà Huber, che di nome fa Emil e di mestiere faceva il carpentiere, si improvvisò anche muratore e costruì da solo, in un anno, la casa in cui ora vive tutta la famiglia: fuori dal paese, in mezzo al bosco, proprio dove la strada finisce. A quei tempi, una ventina d’anni fa, si usavano ancora grandi slitte trainate da cavalli, per il trasporto del legname.
«Ma la storia degli Huber slittinisti – rivela Walter Winkler, amico di famiglia e ora proprietario di uno dei due alberghi di Mantana – nacque a causa di un prete che lasciò la tonaca per una bella ragazza. Si chiama Josef Thaler, smise di fare il parroco, si sposò, doventò comandante dei vigili urbani di Brunico. Fu lui a creare una sezione dedicata allo slittino, a roganzizare la prime fare in paese». … Cerchi di scoprire gli Huber e trovi un mondo pieno di sfaccettature, dove slittino e bob fanno la parte del leone ma non sono tutto: «A noi quattro piace il calcio, giochiamo nella squadretta del paese. E siamo tutti appassionati di musica: mio padre fa parte della banda del paese da più di vent’anni – spiega Wilfried – io ci sono entrato suonando la batteria, Norbert la tromba, Günther il filicorno. E siamo religiosi: la domenica, tutti insieme a messa. … Per noi Huber è importante ciò che hai nel cuore, non nel portafogli. Ci sentiamo ricchi dentro, capisce? A noi basta». Mantana, un puntino nella carta geografica. Non c’è niente, ma c’è tutto. | Maurizio Caravella, la Stampa, 1 marzo 1994
~ Gunther (bob) nel 1992, 1993, 1997 ittoria nello sci nel 1971, 1972,
~ Norbert (slittino) dal 1985 al 1987
Gustav Thoeni
| sci alpino Il signore dei silenzi
➣ Signor Gustav, quando ha iniziato a sciare esattamente? «A tre anni. Mio padre era maestro di sci ed anche mia madre aveva una tradizione famigliare. A Trafoi non si poteva fare altro».
➣ L’hanno sempre chiamata il «Re silenzioso». Si considera un timido? «Direi riservato. È sempre stato il mio marchio».
➣ Anche i suoi rapporti con Ingmar Stenmark erano all’insegna del riserbo? «Io parlavo poco, e lui anche meno. Scherzi a parte, i nostri rapporti sono rimasti buoni anche se ormai non lo sento da tanto. So che si è trasferito in Svezia e non gira neanche più».
➣ Il parallelo del 1975 a Ortisei, il 23 marzo, è rimasto nella storia dello sci e di voi due. «Era la prima gara che si disputava in quel modo. Eravamo tutti e tre a pari punti: c’era anche Franz Klammer, anche se lui volava nelle discese. Stenmark dopo quell’anno vinse tutto. Comunque fu una grande emozione. A Ortisei c’erano 40.000 persone. Credo che l’Italia si sia fermata per un attimo».
➣ Dopo quella gara in Italia tutti cominciarono ad andare a sciare in massa. «C’erano anche più soldi. Era forse il primo momento della ripresa economica».
➣ Lei addirittura sperimentò un tipo di sciata particolare, il passo a spinta. Perché non l’ha mai brevettato? «Quando sarebbe stato il momento, era già passato di moda».
➣ Lei ha sempre avuto buoni rapporti con la stampa. Qualche giornalista le ha mai fatto un dispetto? «Direi di no. Anzi, i giornalisti mi portavano fortuna. Quando scrivevano che ero finito, vincevo. Andava bene così».
➣ Che libro ha sul comodino? «Non leggo».
➣ La televisione la guarda? «Guardo i documentari e lo sport. Non ho Sky».
➣ Il suo rapporto con il cellulare? «Lo uso soltanto per telefonare».
➣ Il suo piatto preferito? «I canederli o un bell’arrosto. Ma resto un grande estimatore della pasta».
➣ Il suo ricordo più doloroso? «L’incidente d’auto in Nuova Zelanda nel 1982 dove morirono tre miei compagni di squadra».
➣ Il vino preferito di Thoeni? «Il Lagrein. Lo usiamo in albergo come vino della casa».
➣ Le manca lo sci? Ha progetti per il futuro? «No, ormai sono fuori dai giochi. Ho scoperto che si può vivere bene anche senza».
➣ Che regalo avrebbe voluto trovare sotto l’albero quest’anno? «Un po’ di neve». | Intervista di Alberto Pezzini, Libero, 27 dicembre 2014
~ vittoria nello sci nel 1971, 1972, 1973, 1975
Piero Gros
| sci alpino Il daltonico che indovinò i calzini
Sette gennaio 1974, i mezzi sono quello che sono, ma più che altro quello che non sono. La sgangherata seggiovia di Berchtesgaden non ce la fa a trasportare registratori da mezzo pollice e telecamere pesanti come cassapanche. Sulle nevi di Baviera i fotografi scattano immagini lunari perché la pista tedesca, un percorso contorto e pieno di angoli, somiglia molto a una gruviera, gli speaker radiofonici decifrano a fatica le sagome degli slalomisti ma moltiplicando pane e pesci riescono a intercettarne anche il respiro. Gros, Thoeni e Schmalzl confermano i primi tre posti di metà percorso ma in attesa della seconda manche Erwin “Cavallo Pazzo” Stricker, scommette sugli austriaci: “Vanno come treni, quelli stanno facendo i numeri”. L’incredulità prevale su tutto ma la giornata è più pazza di Stricker, lo slalom gigante lo vince il suo compagno di squadra Pierino Gros, un 18enne nato a Sauze d’Oulx , in Val di Susa. Gros, Stricker, Thoeni, Schmalzl, Radice e gli altri, la Valanga Azzurra guidata da Mario Cotelli e Oreste Peccedi (48 vittorie in Coppa del Mondo), nata via audio quel giorno sulla pista di Berchtesgaden, è stata la sintesi bruciante della storia dello sci alpino italiano.
«Una cosa senza senso, esagerata, mi sentivo come un daltonico che ha indovinato i calzini dello stesso colore. Avevo 18 anni e fino al giorno prima raccoglievo barbabietole per i cavalli della fattoria».
➣ Quale fattoria? «Quella di mio padre, in paese, a Sauze d’Oulx, Val di Susa».
➣ Suo padre era un allevatore? «Allevatore, contadino, poi s’è messo a commerciare legna, avevamo cavalli, mucche, pecore, tacchini, galline e maiali. Mi facevo un mazzo così, Candido era un babbo spigoloso: “Pierino o studi o lavori, ma se studi voglio vederti tutto il giorno sui libri”».
➣ Lei si è ritirato a 28 anni, colpa di Ingemar? «Ma no, senza di lui forse avrei vinto cinque, sei gare in più, ma non sarebbe cambiato nulla».
➣ A che età ha cominciato a sciare? «A dieci anni giravo il paese con uno sci, ho imparato così a non cadere, a tredici facevo la sciolinatura da solo, a gareggiare ho cominciato a sedici».
➣ Consigli per chi vuole seguire le sue tracce? «Bisogna avere umiltà, imparare a conoscere i propri limiti, non bisogna esagerare. La velocità devi imparare a controllarla, lo sci non è uno sport più pericoloso di altri ma la regola aurea è la prudenza. Chi comincia deve divertirsi e sciare in allegria, solo così si acquista il senso dell’equilibrio. Il mio consiglio è di cominciare sempre con un bravo maestro».
➣ Lei è nato in montagna ma le piace il mare, una stranezza. «Adoro il caldo, il sole, ho una casa a Chia, in Sardegna, i fondali di Calaverde sono incredibili, anche le triglie e i capponi sono incredibili, con Piero, un amico di Cagliari, ne tiriamo fuori a chili». | Intervista di Elio Pirari, il Fatto Quotidiano, 29 settembre 2014
~ vittoria nello sci alpino nel 1974
Alberto Tomba
| sci alpino Il ragazzino diventato fenomeno
La sua prima apparizione Tomba sta facendo privatamente il quinto anno di ragioneria. Ha iniziato a sciare a Cortina, dove il padre, commerciante di stoffe, lo portava quando era ragazzino. E’ iscritto al Cai di Modena, cioè è emigrato per fare l’agonismo più spinto. In squadra lo chiamano Grease, perché ha una certa passione per la brillantina. E’ un ragazzo curato, cittadino fino alla radice dei capelli. | Gianni Merlo, la Gazzetta dello sport, 24 dicembre 1984
Sacrifici «Non ho mai sopportato la monotonia. In fondo se d’inverno faccio sacrifici, poi in aprile e maggio, quando è finita l’attività posso sfogarmi. Ho voglia di fare qualcosa di diverso, di speciale. Voglio fare qualcosa da poter raccontare un giorno ai miei figli. Fino a 28-30 anni posso continuare su questa strada, vivendo emozioni ed esperienze che non tutti possono fare». | la Gazzetta dello sport, 31 dicembre 1986
Dieta «Anni fa mangiavo molto di più: una volta feci fuori sei bistecche, una dietro l’altra. Adesso mi contengo. Ma quello della tavola resta uno dei miei momenti preferiti. Sono alto 1,82 e peso 90 chili: se non mi nutro cado svenuto. Anzi, non mangio da due giorni e avverto dei crampi allo stomaco». | la Gazzetta dello sport, 1 dicembre 1987
Ehm «Secondo me le donne possono fare atletica leggera, pattinaggio, tennis, pallavolo, perché così possono ancora essere attraenti. Non certo le sciatrici o quelle che giocano a pallone con quei polpaccioni…». | la Gazzetta dello sport, 15 dicembre 1987
Raccontato da sua madre «Da bambino gli piaceva disegnare. Ed era anche parecchio bravo, abbiamo fatto incorniciare alcuni suoi disegni e nessuno crede che li abbia fatti lui. Disegnava quello che vedeva: gli alberi, le case, la campagna, andava matto per i fumetti e per i film di Tarzan. Poi era ingegnosissimo con i giochi elettronici, a Milano Marittima nella sala giochi radunava attorno a sé mucchi di persone sbalordite perché riusciva a fare cose difficilissime, capiva subito come manovrare quelle macchinette infernali. Ed era vincente anche lì. Pure a scuola se la cavava egregiamente (i salesiani l’hanno educato bene….); si è fermato al quinto anno di geometria ma dice che prima o poi prenderà il diploma e io ne sono sicura». | Mamma Maria Grazia, la Gazzetta dello sport, 22 gennaio 1988
Ambizioni «Diventare il più grande del mondo. Riuscire a conquistare talmente tanto, che la gente che per ora non mi conosce tanto, potrebbe riconoscermi dappertutto anche vestito in borghese. Essere noto come il Papa, Reagan, Gorbachov o Stallone. No ma forse Stallone in Africa non lo conoscono». | la Gazzetta dello sport, 31 dicembre 1988
La potenza ➣ Senti ci hanno raccontato che con la pressa sei riuscito a spostare, spingendo con le gambe, 520 chili! Neanche due di noi sono riusciti ad arrivare a questo record, spingendo insieme. Hai due pistoni incredibili. Ma è tutto vero?” «È vero, ma erano lavori che facevo l’anno scorso, adesso abbiamo cambiato qualcosa, lavorando di più sulla rapidità, visto che la base di forza era ormai consolidata. Forse ti è andata bene, perché se quando ero ragazzino un portiere in uscita non mi avesse quasi assassinato un ginocchio forse adesso sarei in Serie A e magari in Nazionale, come bomber. Io giocavo sempre con un 1 sulla schiena, o portiere o ala sinistra». | Intervista di Gianluca Vialli, la Gazzetta dello sport, 5 febbraio 1995
Le filastrocche all’arrivo «Ero un ragazzino, era tutto un gioco e ad ogni vittoria inventavo una battuta. “Il tre vien da sé”, “la sesta è una festa”, “l’ottava è la mia schiava”. Forse non mi rendevo conto di cosa stavo facendo, non sentivo che attorno a me crescevano attenzione ed interessi». | la Gazzetta dello sport, 28 dicembre 1998
~ vittoria nel 1995
Manuela Di Centa
| sci di fondo Il suo mondo, la sua terra
Mi sono innamorato di Manuela Di Centa (9), che mi rifiuto di chiamare Manu. … Sulle foto in topless, Manuela non era seccata per la pubblicazione, ma perché “Mammella 2000” aveva tagliato il resto del gruppo, cioè la sua famiglia. Mi sono innamorato per un paio di frasi. “Mi sento giovane, dunque sono giovane” e “Ho dentro tutta la forza della mia terra”. La sua terra la conosco bene da una ventina d’anni, da quando Luigi Veronelli mi disse che il suo sogno era quello di essere seppellito a Pradumbli, vicino Prato Carnico, paese d’anarchici. Il suo sogno valeva il mio viaggio. Veronelli (8) è vivo, s’è innamorato pure lui di Manuela e lotta insieme a noi (per il vino buono) ma credo che senza quella spinta non sarei mai passato da centri che allineati sembrano la formazione di un paese che non c’è: Cleulis Chiaicis Luincis Fielis Pesariis Saps Lungis Ravinis Lateis Fresis Zenodis. E nemmeno da Paluzza, Treppo, Naunina, Ligosullo. La Carnia e la Sardegna sono le due zone geologicamente più antiche d’Italia. Vorrà dire qualcosa? La seconda volta che Manuela ha vinto ho pensato ai cjarsons. Sono dei grossi ravioli con un ripieno che può arrivare a 20 ingredienti, la ricetta varia da paese a paese, è forse l’unico piatto ricco di una cucina povera, e infatti nel Friuli benestante si parla di “cjargnel cence Diu”, senza Dio perché negli ultimi secoli la storia e il cielo sono stati avari. Ho pensato che Manuela aveva dentro un sacco di cose, era una gran donna-cjarson. E mi ha fatto male leggere sulla “Gazzetta” che nei ristoranti di Paluzza si servivano gli “spaghetti tricolori“, con pomodoro, spinaci e panna. Ma siete impazziti? Voto 2. | Gianni Mura, la Repubblica, 27 febbraio 1994
~ vittoria nel 1994 e 1996
Gabriella Paruzzi
| sci di fondo Quando diventa un mestiere
Spigolosa, ma solo nel fisico e negli zigomi alti. «I miei genitori? No, nessuno dei due sa sciare, non sono nemmeno degli sportivi. I nonni? Nonno Giuseppe ha fatto la guerra, nonna Lucia è morta due anni fa, ne aveva 101. Come ho cominciato? Non c’era molto altro da fare a Fusino, dove abitavamo allora. Ho messo gli sci a 7 anni, per seguire gli amici. A venti è diventato un mestiere». Se n’è accorta la mattina in cui ha aperto gli occhi e si è detta: «Oggi mi piacerebbe andare a fare la spesa – ma non poteva -. Mi aspettavano gli allenamenti e poi la palestra, e il massaggio». Era diventata una professionista, e stava perdendo di vista anche quel simpatico compagno di classe, l’Alfredo, con cui aveva fatto le medie a Tarvisio e che poi era diventato un maestro di sci. «Ci siamo ritrovati sette anni fa, a Lillehammer, e abbiamo ripreso a frequentarci». Così volentieri che si sono sposati. | Elisabetta Rosaspina, Corriere dalla sera, 26 febbraio 2002
~ vittoria nel 2004
Valentina Greggio
| sci di velocità Un muro bianco davanti agli occhi
Valentina Greggio, nata a Verbania il 19 marzo 1991, è la donna più veloce del mondo sugli sci. Detiene due record: uno conquistato nel 2013 di 202 km/h con materiali classici da discesa libera e uno nel 2016 di 247 km/h con materiali speciali. Oggi corre, si arrampica in montagna, insegna sulle piste ma anche Scienze Motorie in un Istituto Superiore a Domodossola.
➣ Come è nata la passione per lo sci?
«Ho messo gli sci per la prima volta a due anni e mezzo. Poi intorno ai 18-19, dopo tanti anni di sci alpino, l’allenatore della squadra di velocità mi chiese se volevo provare, ero felicissima. Mi piaceva sempre andare forte, ero sempre spericolata, un’opportunità del genere non potevo farmela scappare».
➣ Con indumenti speciali sei arrivata a 247 km/h. Il record dell’uomo di quanto è? «254,9».
➣ Quando scendi hai paura? «No, di solito no. Solo poche volte è successo, quando stavo per cadere».
➣ Cosa vedi a quella velocità? «Poche cose: le bandierine e le fotocellule, per il resto si vede tutto bianco».
➣ La prima domanda è banale e scontata: cosa si prova? «Devo dire che riesco a ragionare e quindi a capire dove devo migliorarmi. Sono 20-22 secondi ma quando sei lì sembrano eterni, non finiscono mai».
➣ Hai tatuaggi? «Uno piccolino, un fiocco di neve con uno sciatore di chilometro lanciato. L’ho fatto l’anno del record del 2013».
➣ Piercing? «Uno all’orecchio».
➣ Nello sci esiste la raccomandazione? «Ci sono delle fotocellule segnalano la velocità. O vai o non vai». | Intervista di Matteo Angeli, Sport Donna, marzo 2019
~ vittorie nello sci di velocità 2015, 2016, 2017, 2018
Simone Origone
| sci di velocità Le sberle del vento
Lewis Hamilton e Fernando Alonso impallidiscono davanti a Simone Origone. Ieri il 34enne valdostano di Champoluc ha migliorato a Vars, in Francia, il primato del mondo di velocità sugli sci portandolo a 252,454 km/h. Già deteneva il precedente limite, 251,400 km/h stabilito nel 2006 a Les Arcs, sempre il Francia. Nessun uomo, senza l’aiuto di un motore, è mai stato più veloce. Ma a far impallidire i campioni della Formula 1 è soprattutto l’accelerazione: da 0 a 200 km h in 5 secondi e mezzo.
➣ Origone, questo record è il limite umano? «No, se fossimo partiti mezz’ora dopo sarei arrivato a 255».
➣ Perché? «Perchè la neve si sarebbe scaldata, io avrei avuto minori vibrazioni e sarei stato più sciolto».
➣ Ce li racconti questi secondi da brivido.
«Parti e devi trovare subito l’assetto, stabilità sugli sci e la miglior posizione aerodinamica. Poi, quando superi i 170 km/h devi stare concentrato, perché i vortici d’aria che si generano fra le gambe tendono a farti aprire gli sci. Quando hai superato le fotocellule e devi frenare, è necessario alzare il busto di colpo e resistere alla sberla del vento senza perdere stabilità. A Vars la zona di frenata è breve, solo 450 metri».
➣ Scusi Origone, cosa è l’aria a 250 all’ora? «Un solido».
➣ Quanto rende un primato del mondo di velocità? «Tantissimo. Pensi che non ho neppure uno sponsor, d’estate sono guida alpina e d’inverno maestro di sci».
➣ Dove si allena? «In Italia mancano piste specifiche per il KL, il chilometro lanciato. Insieme a mio fratello Ivan ci alleniamo su una pista che il comprensorio del Monterosa Ski ci mette a disposizione, altre volte sulla pista “sei” a Cervinia. Ma sono piste dove non puoi neppure pensare di avvicinare i 200 all’ora. Lavoro molto con la mountain bike e in palestra per avere la massima potenza, non solo nelle gambe ma in pettorali, addominali e dorsali che mi servono nella frenata».
➣ È mai caduto a quelle velocità?
«Si, in gara due volte, la prima nel 2007 a Verbier mi sono fratturato ulna e radio, un’altra volta nel 2009 ci ho lasciato due costole». | Intervista di Pierangelo Molinaro, la Gazzetta dello sport, 1 aprile 2014
~ vittorie dal 2004 al 2007, dal 2009 al 2011 e poi nel 2013, 2016, 2018, 2019
Armin Zoeggeler
| slittino L’arte di ricordare senza vedere Un lupo fiuta: ghiaccio e nemici. E se non è capace di artigliare rinuncia al suo appetito. Armin Zoeggeler se ne va, dice addio alle piste fredde. Basta stare sdraiati a pancia in su e guidare come ciechi per curve e discese. A 140 chilometri all’ora, senza freni, non è una pacchia. Ha 40 anni, 25 di carriera, e molto mal di schiena. È il più grande slittinista di sempre: sei medaglie in sei Olimpiadi consecutive, sei ori mondiali, 103 podi. Difficile staccarlo dal successo.
Silenzioso, taciturno, antico. Maso, mucche, cavalli, una moglie Monika e due figli, Nina e Thomas, 12 e 8 anni. Ma moderno nell’attenzione, nella cura dei particolari: l’acciaio dei pattini, lavorato in Giappone, e scelto con la stessa cura di una madre nel comprare le fettine di vitello per i figli. Zoeggeler ha guidato a fari spenti nella notte, ha suonato la sua corsa senza spartito, a orecchio. È stata la sua forza: memorizzare il percorso meglio di un navigatore come un astronauta all’incontrario. Un pilota di bob vede le curve, uno che scende sullo slittino le ricorda. Un meccanico della gravità che pensava alle pellicine, alle unghie, alla barba da non tagliare prima della gara: altrimenti la pelle sfregata, si irrita. «Soprattutto dove allacci il casco. Perché il corpo deve stare quieto, invogliare la forza, che ti spara come proiettile». Ricordare tutto, pesare molto, ma scivolare lievi come gli smemorati. Non guardare mai indietro, al tutto e tanto, ma concentrarsi sul davanti, sulle curve che portano al traguardo. Lui lo ha fatto molte volte, restando umile, pensando che poi la ricompensa era fumare il sigaro con i compagni.
Armin è stato rabdomante e sciamano. Il segreto? «Non ti fa vincere quello che si vede, ma quello che non si vede». I piedi ad uncino come timoni direzionali, mani guantate da usare come pinne. Curva gancio, curva muro, poi il toro, la curva lavatrice, la curva compressione. Ci hanno provato un po’ tutti a prendere in giro il carabiniere Zoeggeler, con la sua erre dura, con il suo look così poco seducente da anti-Beckham, con la sua incertezza: «Come si dice in italiano?», che si sa quelli del grande nord, Foiana, in Alto Adige, sono chiusi, con il loro piccolo mondo antico come rotta. | Emanuela Audisio, la Repubblica, 15 ottobre 2014
~ vittorie nel 1998, 2000, 2001, 2004, 2006-2011
Roland Fischnaller
| snowboard Un avventuriero e la sua tavola L’uomo che surfa sulla neve è un atleta strappato alla carpenteria. Martello, chiodi e tavole di legno sono stati il pane quotidiano di Roland Fischnaller dai 14 ai 20 anni: «Lavoravo dieci ore al giorno in cantiere, solo di sera mettevo la tavola ai piedi. Un bel giorno ho deciso di fare sul serio e sono diventato atleta a tempo pieno…». … A contribuire ai successi dell’atleta altoatesino è stata anche l’innovazione tecnologica: «Sulla tavola abbiamo aggiunto una piccola piastra che mi consente di avere maggiore sicurezza. Adesso scendo in maniera più stabile, sebbene provi ancora dolore al ginocchio».
Durate la preparazione, Roland si allena in palestra 15 ore a settimana, mentre in inverno passa quattro giorni su sette sulla neve: «Fino all’età di dieci anni ho praticato lo sci alpino, poi sono passato alla tavola per seguire mia sorella e non sono più sceso. Lo snowboard è più spettacolare dello sci, quando surfo mi diverto un mondo». … Oltre che uno skater è un avventuriero a 360 gradi. Un uomo che ama esplorare nuovi ambienti. «Sono andato in bicicletta, con alcuni amici, dalla Val di Funes fino a Sochi – racconta –. In sedici giorni. Abbiamo attraversato otto Paesi e tre fusi orari, passando dieci ore al giorno in sella, percorrendo circa 200 chilometri a tappa per un totale di 3.200 chilometri. È stata un’avventura stupenda, ma che dal punto di vista fisico mi ha distrutto. Porterò per sempre il ricordo dei paesaggi visti, ma non lo rifarei». … Roland ha sperimentato anche la tavola sull’acqua. «Ho fatto un corso di kitesurf, ma preferisco la montagna e il manto bianco sotto i piedi. Se tornassi indietro sceglierei di nuovo lo snowboard. Non mi interessa essere famoso, ma solo divertirmi. Ai calciatori non invidio nulla, anzi li inviterei a provare le emozioni della tavola». | Mario Nicoliello, Avvenire, 8 gennaio 2015
~ vittoria nel 2002
Gerda Weissensteiner
| slittino La saetta e il suo Max Ha l’aspetto timido, infantile, indifeso, la faccia pulita, i capelli biondi tagliati corti e gli occhi da cerbiatto di un celeste pallido. Dimostra meno dei suoi venticinque anni. E’ piccolina, braccia e gambe robuste. Sopra, nel fienile, si è costruita una palestra, coi pesi, i bilancieri, la cyclette, e una macchina venuta dalla Russia, a metà tra lo slittino e il vogatore, per simulare le partenze. C’è un bel sole caldo quassù sui monti. Gerda, stivali di gomma, jeans, la felpa colorata della nazionale, neanche un filo di trucco, corre insieme a Rosy, un’avelignese bionda di tre anni, lungo il sentiero di terra battuta davanti a casa. È il suo cavallo. A casa ne hanno tre, ma hanno anche due cani, tre gatti, dieci mucche, venti galline, un vitello. Sono contadini, i Weissensteiner. Da duecento anni lavorano la terra, una terra dura di montagna che non regala niente, su un cucuzzolo di sassi che spunta tra la Val d’Ega e la Val di Tires, un migliaio di anime, trenta chilometri da Bolzano. Il maso è isolato, ci si arriva per una stradina sterrata che sale e che scende, i boschi intorno, davanti lo scenario delle cime e la sagoma scolpita del Catinaccio. La casa di pietra grigia è di gente semplice, la cucina con la stufa economica, la sala da pranzo con la stube, un crocifisso di legno con le pannocchie attaccate, una vecchia tivù, alle pareti le medaglie e le coppe di Gerda e i trofei del babbo, le teste impagliate dei caprioli e dei camosci. Papà Georg spara dalla finestra della camera da letto quando li vede passare.
Vicino alla casa, il fienile, la stalla, l’abbeveratoio di legno, il capannone degli attrezzi, trenta ettari di boschi e di campi in discesa col mais e le patate. «Mi piace qui – dice Gerda – ci sto bene, non sarei capace di vivere in città». Gerda la saetta si occupa delle galline. Da piccola trasportava la legna. «Si lavora tutti qui, il lavoro è duro ma siamo felici». Otto fratelli, quattro femmine e quattro maschi: Renate, Brigitte, Maria Luisa, Gerda, Gregor, Daniel, Rainer, Hubert. Tutti a sudare nei campi. «Non abbiamo mai invidiato quelli più ricchi. In fondo da mangiare non mancava, avevamo il latte, il burro, le uova, la verdura. Forse ci mancavano i giocattoli degli altri bambini, ci aiutavamo con la fantasia. Una volta papà tornò a casa con una vecchia bici, era un regalo per tutti e otto, ci andavamo a turno».
Gerda era vivace e spericolata, faceva i salti dal tetto del fienile. Fino al giorno in cui scoprì in casa una vecchia slitta, bella, grande, di legno intagliato. «Ci andavamo in tre, buttandoci giù per i campi». Fu lo zio, Sigfried, a farle fare la prima gara, a Fiè, quando aveva solo otto anni. «Non vinsi niente, ero tristissima, volevo già una medaglia». Malattia di famiglia, la velocità. Papà Georg continua a cappottarsi nei campi col trattore, mamma Marianna con l’auto giù dalle scarpate. … Lo slittino della vittoria, che ha un nome e si chiama Max, è figlio di Brunner e fidanzato di Gerda. «Il fidanzato vero non ce l’ho – ride – finora non ci ho pensato, solo sport. In futuro si vedrà». Max l’ha fatto Brunner con le sue mani, l’ha modellato sulle cosce di Gerda, l’ha modificato cinque volte. … Gerda la saetta vive in pace nel suo maso tra i monti. Legge libri di sport, guarda documentari sulla natura, ascolta Vivaldi, Mozart e Bryan Adams, va per i boschi a fotografare fiori ed animali, e la domenica, dopo la messa, prepara la tavola per il pranzo, e si ascoltano le partite di calcio alla radio. | Roberto Bianchin, la Repubblica, 21 marzo 1994
~ vittorie nel 1993 e 1998