compleanni
I 60 anni di Loris Stecca
Una stella della boxe anni 80
Conoscevo Loris Stecca. Parlo al passato perché non so quali vicende abbiano attraversato la sua vita in questi ultimi anni. Come pugile mi ha sempre entusiasmato.
Ero a bordo ring a Milano quando ha distrutto Leo Cruz ed è diventato il più giovane pugile italiano campione del mondo. Roba forte, era la prima metà degli anni Ottanta. Un campione del mondo di boxe riempiva le pagine dei giornali, era sempre in televisione, le sue foto campeggiavano sulle copertine delle riviste popolari. Loris si faceva cullare da tutto questo, assumeva in ogni momento della vita il ruolo da protagonista che il ring aveva confezionato per lui.
Non era facile per un ragazzo di 24 anni resistere a tutte quelle sirene. Ospitate, nuovi amici che sembrava avessero sempre e solo voluto il suo bene, soldi, popolarità. E un diverso stato sociale che spostava in alto l’asticella dei suoi desideri. E lo convinceva che non poteva fare a meno di cose che prima neppure sapeva esistessero.
Poi, è arrivato Victor Callejas. Ero al Mets Pavillon di Guaynabo, Portorico, la notte della prima sconfitta. Un caldo appiccicoso ti avvolgeva in ogni momento della giornata, un’atmosfera quasi irreale. Tanti colori e una voglia di prendere la vita a ritmo lento. Loro, i portoricani, avevano preparato per lui un bel trappolone. Pepito Cordero era il boss che tutto comandava, l’uomo che ti riceveva nel suo ufficio con una pistola in bella mostra sulla scrivania. Un bambino di dieci anni, suo figlio, dettava ordini come il più irascibile dei promoter. Erano loro a gestire l’intera vicenda.
Lo avevano fatto allenare in una cella. Tre pareti di mattoni e una quarta fatta di sbarre. Lì dentro c’era un piccolo ring, fuori i tifosi locali che avevano costruito la loro colonna musicale con insulti e grida contro lo straniero. E quando non bastavano le parole, arrivano gli sputi. Un inferno. Callejas aveva il pugno pesante e Loris, già stanco per quella vigilia fatta di cattiverie, aveva ceduto di schianto. | Dario Torromeo. Non fare il furbo, combatti (Absolutely Free Editore, 2015)
Le pagine più belle sulla boxe
[S]lalom week-end 7 dicembre 2019
Stecca dopo la boxe ➣ Un coltello piantato nell’addome della socia che lo aveva convinto ad aprire una palestra. Arresto, processo e condanna per tentato omicidio sono le tappe successive. Perché, Stecca?
“Ho fatto una fesseria grande come una casa. Se potessi tornare indietro… ma non si può. Mi sono preso le mie colpe, sto pagando, come è giusto che sia, rialzandomi dal punto più basso. Non mi lamento, per fortuna ho un lavoro onesto. Raccolgo l’immondizia abbandonata per strada. E allora?”.
➣ Ma quella coltellata…
“Lo so, lo so… Ero esasperato per le umiliazioni subite, ho perso la testa… Credo che tutto sia scritto, quel coltello serviva per tagliare le corde del ring, l’avevo portato in palestra da casa. Dopo l’ennesima lite stavo cercando il telefono nel borsello e invece… Non volevo ucciderla, questo no. Ferirla sì. Dopo ho chiamato i carabinieri e mi sono fatto arrestare“.
➣ Lei è stato campione del mondo, non si vergogna quando la riconoscono mentre guida un camioncino della spazzatura?
“Perché mai, sono altre le cose di cui ci si deve vergognare. E poi mi fa piacere se mi riconoscono: vuol dire che qualcosa di buono ho fatto”. | Intervista di Francesco Ceniti, la Gazzetta dello sport, 18 febbraio 2019