Scusami tennis, ti dico addio
Il ritiro di Maria Sharapova
Volevo essere Audrey Hepburn
Maria Sharapova
I suoi numeri
Anni: 32 | Altezza: 1,88 | Tornei vinti: 36 | Titoli dello Slam: 5 | Settimane da numero uno al mondo: 21 | Attuale posizione nella classifica mondiale: 373 | Montepremi in carriera: 38 milioni 777mila e 962 dollari | Bilancio della partite giocate: 645 vinte e 171 perse
Quando arriva il futuro
➣ Cosa farà la mattina del primo giorno della nuova vita da pensionata, appena aprirà gli occhi?
«Non credo che cambierà molto rispetto alla mia routine attuale. Non traslocherò, non sceglierò un’altra casa o un’altra città. A Los Angeles sto bene. Viaggerò meno, questo sì. Però abitudini, amici, passioni rimarranno le stesse. E continuerò ad andare in palestra per tenermi allenata». | Intervista di Gaia Piccardi, Corriere della sera, 11 gennaio 2019
La lettera del congedo
Come fai a lasciarti alle spalle l’unica vita che tu abbia mai conosciuto? Come ti allontani dai campi su cui ti sei allenata da bambina, dal gioco che ami – che ti ha portato lacrime e gioie incredibili – da uno sport in cui hai trovato una famiglia, dai fan che ti hanno seguito per più di 28 anni? È una cosa nuova per me, perciò per favore perdonami. Tennis, ti sto dicendo addio.
Il suo ultimo allenatore. Riccardo Piatti
Lo scorso weekend Sharapova ha sciato per la prima volta in Montana, poi ha mandato un video a Sinner, ex gigantista, che le ha risposto: «Era meglio se continuavi con il tennis!».
«Vissuta come persona, e non come star, Maria si è rivelata molto profonda e prodiga di consigli con Jannik: gli ha spiegato cosa significa vincere uno Slam e insieme hanno girato un video di auguri natalizi per i social. Dubito aprirà una scuola. Ama l’arte, la moda, lo stile: le ho consigliato di venire a vivere in Italia. Mi spiacerebbe perderla».
➣ Le ha scritto, ieri? «Sì. Le ho detto che mi ha commosso. E lei: è tutto il giorno che piango». | Intervista di Gaia Piccardi, Corriere della sera
Il set del video d’addio
Masha è seduta su una poltrona grigia, vestita nel suo solito stile elegante ma casual. Indossa una camicia bianca. Il rossetto rosso acceso contrasta con la pelle diafana da siberiana. Inizia a leggere le parole di commiato con serenità, senza lasciarsi andare alla commozione. | Federica Cocchi, la Gazzetta dello sport
La prima volta che ricordo di aver visto un campo da tennis, ci giocava mio padre. Avevo quattro anni a Sochi, in Russia, ero così piccola che le mie gambe minuscole penzolavano dalla panchina su cui ero seduta. Così piccola che la racchetta era il doppio di me. Il mondo intero mi sembrava gigantesco. Tutto era enorme, come i sacrifici dei miei genitori.
Quando ho iniziato a giocare, le ragazze dall’altra parte della rete erano tutte più vecchie, più alte e più forti; i grandi del tennis che ho visto in TV sembravano intoccabili e fuori portata. Ma a poco a poco, con ogni giorno di allenamento in campo, questo mondo quasi mitico è diventato sempre più reale.
La differenza tra il rispetto e l’amore
Maria Sharapova ha salutato ieri il tennis dalle pagine di non una ma due riviste di moda, un “saggio” autobiografico che non autorizza a giudicarla ma spinge verso un misto di soggezione e compassione. Sarà ricordata come la regina del ghiaccio di questo sport, rispettata più che amata nel gioco. … È stato uno degli addii più lunghi nello sport, identificato molto prima che cedesse all’inevitabile degrado della sua competitività. Ma nessuno ha mai potuto portarle via lo spirito indomito che compensava la mancanza di talento. Se a volte è parsa migliore di quanto fosse, si è trattato del più abile dei travestimenti. Ci mancherà per l’unica qualità che aveva in abbondanza: una mente sanguigna. | Kevin Mitchell, the Guardian
Fumante
Ogni atleta di primissima fascia ha una sua determinazione, ma Sharapova ha portato quella qualità a un altro livello, diventando una delle sole sei donne nell’era Open a vincere tutti i 4 tornei dello Slam in carriera, sebbene in anni diversi. Se confrontata con le altre cinque – Margaret Court, Chris Evert, Martina Navratilova, Steffi Graf e Serena Williams – deve essere messa al sesto posto in termini di talento. Ma la sua forza mentale era così implacabile che ha comunque vinto gli stessi 4 Major. Fuori dal campo era intelligente, divertente, qualche volta scontrosa. Alla richiesta di un aggettivo per descrivere il suo Australian Open 2013, Sharapova rispose “fumante” – in riferimento al suo nuovo fidanzato Grigor Dimitrov – prima di mettersi le mani sul viso e ridacchiare. | Simon Briggs, the Telegraph
I primi campi su cui ho mai giocato erano in cemento irregolare con le linee sbiadite. Nel tempo, sono diventati in terra battuta e dell’erba più bella e curata che i piedi potessero mai calpestare. Wimbledon sembrava proprio un gran bel posto per iniziare. Ero un’ingenua diciassettenne, collezionavo ancora francobolli e non ho capito la portata della mia vittoria finché non sono diventata più grande, e sono felice di non averlo capito. Gli US Open mi hanno mostrato come superare distrazioni e aspettative. Se non potevi gestire la confusione di New York, beh, l’aeroporto era accanto. Dasvidania.
L’Australian Open mi ha portato in un posto che non aveva mai fatto parte di me prima – un’estrema fiducia che alcune persone chiamano “in the zone”. Non riesco a spiegarlo, ma era davvero un bel posto. La terra battuta dell’Open di Francia ha rivelato tutte le mie debolezze – iniziando dalla mia incapacità di scivolarci sopra – e mi ha costretto a superarle. Due volte. Quello è stato bello.
La famiglia
➣ Qual è il suo più antico ricordo di bambina, in Siberia? «Papà Yuri che mi porta a spasso nella foresta. È primavera e ha un profumo dolcissimo. Sono piccola, un fagottino. Mia mamma sta ancora studiando e io sono già sotto l’ala protettiva di Yuri: sarà la storia della mia esistenza».
➣ Yuri dice che il suo talento viene da Dio: è d’accordo? «Yuri dice un sacco di cose e non sempre ha ragione! Ma lui crede ai miracoli, sennò non sarebbe mai partito dalla Russia per gli Usa insieme alla sua unica figlia con 700 dollari in tasca, senza parlare una parola di inglese. Ho imparato a crederci anch’io».
➣ A proposito di sua madre Yelena. Non ne parla mai. Perché? «Restare appartata, non venire ai tornei, è una sua scelta. Che io rispetto. Sembra sullo sfondo perché Yuri è capace di catturare tutta l’attenzione però mamma nella mia vita e nella mia quotidianità è molto presente. È lei che mi offre la spalla su cui appoggiarmi alla fine di una lunga giornata. Lei è la mamma di Maria, non della campionessa russa di tennis». | Intervista di Gaia Piccardi, Corriere della sera, 11 gennaio 2019
Il suo primo Slam a Wimbledon
Era il 2002 che il fotografo yankee Art Seitz mi mostrò una serie di foto di una pin up bionda, abbandonata sul bordo di una piscina. In alcune delle immagini la sirena pareva baloccarsi con una racchetta, credo una Prince, color argento. «Bellissima ragazza – non tardai a esclamare – sarebbe delizioso che fosse davvero una tennista». Art scoppiò in una risataccia omerica. «Vedrai tra due anni» annunciò. Due anni son passati, e quella deliziosa bambola ha appena battuta, e di brutto, la povera Serenona Williams, soverchiata sino ad apparire goffa. … Poiché il mio indubbio talento è spesso tradito dalla memoria, mi rendo conto adesso, solo perché Tommasi me ne informa, che già avevo ammirato Maria l’anno passato sull’erba di Wimbledon, contro un’ altra pin up pompatissima dagli yankee, Ashley Harkleroad. Consultando le mie note di allora, mi ritrovo non meno impressionato che affascinato dai suoi gemiti, dai suoi rantoli, insomma dalle emissioni sonore complementari ai grandi, secchi, violentissimi colpi di rimbalzo. Anche ieri, Maria ha vinto con il servizio, il diritto, e il malefico cross di rovescio. Che altro? E’ bellissima, lunghissima, con un sorriso dolcissimo: una Venus bianca. | Gianni Clerici, la Repubblica, 4 luglio 2004
Che cosa accadde dopo
Qualche minuto dopo ero accanto a Serena per la consegna dei trofei. Perdere su un palcoscenico cosí importante è durissima, credetemi, l’ho sperimentato in seguito. Devi mostrarti affabile e gentile, mentre dentro piangi. Wimbledon poi è un vera tortura, perché è l’unico Grande Slam in cui l’atleta sconfitto è costretto a fare il giro di campo assieme alla vincitrice che mostra orgogliosa il trofeo al pubblico. È uno dei momenti piú difficili che un tennista possa affrontare nel circuito. Hai dato tutto di te su quel campo sperando nella vittoria, non si sa come hai perso e ora devi assistere al trionfo, nello stadio e in tv, della persona che ti ha preso tutto. Un tormento. La seconda classificata riceve un piatto commemorativo e un ringraziamento. La vincitrice conquista il cosiddetto Rosewater Dish, un vassoio d’argento – assegnato per la prima volta nel 1886 –, un premio in denaro di circa un milione di dollari e il plauso affettuoso del pubblico. I premi furono consegnati dal Principe Carlo e dal Presidente dell’All England Tennis Club.
Serena ricevette il suo per prima. Seppe gestire bene la situazione, alla domanda di un cronista su che cosa provasse, rispose parlando solo del mio successo – ma dietro i sorrisi e le frasi di circostanza era evidente che soffriva e smaniava per andarsene, come era logico.
Quanto a me, davanti alle telecamere cercai di non dimenticare nessuno nei ringraziamenti. Nominai Nick Bollettieri e Robert Lansdorp, i miei genitori, e accennai a Juan Carlos Ferrero senza però nominarlo, credo di non aver mai reso pubblico quell’episodio fino a oggi. A un certo punto guardai in alto il mio palco, e sorridendo al mio team feci il segno delle forbici, per ricordare a mio padre, al mio allenatore e al mio preparatore la scommessa: «Se vinco vi rasate a zero». Poi in realtà non l’ho preteso, anche perché se mio padre si fosse rasato i capelli forse non gli sarebbero mai piú ricresciuti. Raggiunsi lo spogliatoio da sola. Serena aveva lasciato il campo appena possibile, senza dare nell’occhio.
Non ci avevo fatto caso e non ci avrei neanche pensato se, entrata nello spogliatoio, non mi fossi resa conto di un particolare. Dalla sua cabina privata una giocatrice non può vedere l’avversaria, ma sente i rumori, e quello che giunse alle mie orecchie mentre mi cambiavo era il pianto dirotto di Serena Williams. Gemiti gutturali strozzati, singhiozzi ininterrotti.
Me ne andai il prima possibile, ma lei sapeva che ero lí. Spesso ci si domanda perché mi sia sempre stato cosí difficile battere Serena; negli ultimi dieci anni mi ha dominato, sconfiggendomi 19 volte su 21. Spesso questa mia difficoltà viene spiegata citando la potenza di Serena, il suo servizio e la sua sicurezza, oppure confrontando i nostri stili di gioco, e senza dubbio c’è del vero in tutto questo, ma il motivo reale va trovato in quello spogliatoio, dove io mi cambiavo e lei piangeva.
Penso che Serena mi odiasse perché ero la ragazzina esile che l’aveva sconfitta a Wimbledon contro ogni pronostico, perché l’avevo vista in difficoltà. Ma soprattutto mi odiava perché l’avevo sentita piangere. Non mi ha mai perdonata per questo. Non molto tempo dopo il torneo so che disse a un’amica, che poi me lo ha riportato: – Non perderò mai piú contro quella stronzetta. | Maria Sharapova. Unstoppable (in edizione italiana Einaudi, 2018)
Il bilancio negli scontri diretti dopo quella partita è stato di 19-2 per Serena, di cui una persa per ritiro prima di iniziare. Negli ultimi 15 anni Maria Sharapova ha vinto in tutto 3 set contro Serena
Tra le loro linee, le mie vulnerabilità si sono sentite al sicuro. Quanto sono stata fortunata ad aver trovato una specie di terreno su cui sentirmi così esposta eppure così a mio agio? Una delle chiavi del mio successo è che non ho mai guardato indietro e non ho mai guardato avanti. … Ascoltare questa voce così intima, anticipandone ogni andare e venire, è stato anche il modo in cui ho accettato i segnali della fine quando sono arrivati. … Condivido questo non per pietà, ma per dipingere la mia nuova realtà: il mio corpo era diventato una distrazione.
Una diva inaccessibile
Come un’eroina di Hitchcock, Maria Sharapova congela tanto da affascinare. Non siamo mai stati in grado di scoprire davvero la bambina della Siberia diventata una delle più grandi star del tennis. Ha sempre controllato tutto. Come l’annuncio di ieri del suo ritiro, diffuso allo stesso tempo da Vogue, Vanity Fair e il New York Times. Una lettera, un video e un articolo. Perfetto. La sua poteva essere la storia ordinaria di milioni di immigrati, Maria Sharapova l’ha resa una delle più grandi storie di successo nello sport mondiale. | Sophie Dorgan. l’Équipe
Senza angoli
Un drago con la racchetta, aggressiva, riuscendo in una discrasia emotiva a portare in campo con percentuali imprevedibili la natura algida da siberiana e la bollente passione che accomuna i tennisti che vincono: violenza tenera che si squaderna sui campi, senza remore, perché immersi solo nella partita, perduti dietro alla palla. Allopportunismo tattico ha unito una determinazione da scalatore, condensando al meglio sangue freddo e calda fede, in se stessa, konechno. Una tennista senza angoli, ma solo curve e volée. | Marco Ciriello, il Mattino
L’altro annuncio doloroso
[7 marzo 2016] | «Ho fatto un enorme errore. Lo scorso gennaio, all’Australian Open, sono risultata positiva a un test antidoping. So che pensavate annunciassi la fine della mia carriera. Ma non è così che voglio lasciare il mio sport: non l’avrei mai fatto in questo squallido hotel del centro di Los Angeles, su questa orribile moquette».
Nel dare la mia vita al tennis, il tennis mi ha dato una vita. Mi mancherà ogni giorno. Mi mancheranno l’allenamento e la mia routine quotidiana: svegliarsi all’alba, allacciare la scarpa sinistra prima della destra, chiudere il cancello del campo prima di colpire la prima palla della giornata. Mi mancherà la mia squadra, i miei allenatori. Mi mancheranno i momenti con mio padre sulla panchina del campo d’allenamento. Le strette di mano – nelle vittorie e nelle sconfitte – e gli atleti, che lo sapessero o no, che mi hanno spinto a fare del mio meglio
Il suo stile
Sharapova ha quindi dovuto reinventare parti fondamentali del suo gioco scambiando la forza per un approccio più tattico. Il suo servizio ha perso potenza ma la tennista ha migliorato molto la battuta aggiungendo mosse nuove al gioco, come la palla corta. Nella maggior parte dei match, Sharapova ora tenta di occupare una posizione centrale appena davanti alla riga di fondo campo. Da qui può dettare lo svolgimento del gioco mandando la palla da una parte all’altra del campo e costringendo l’avversaria a una disperata e stancante caccia finché lei non individua la possibilità di mandarle una palla fuori portata. È uno stile che si adatta bene alle superfici lente come la terra battuta. … La costante nel gioco di Sharapova – e la sua arma più potente di gran lunga sul campo – è la testa. Non mostra mai nervosismo. Non cede mai. Spesso gioca il suo tennis migliore, quello più difficile, quello delle battute lunghe e delle palle corte proprio quando la pressione su di lei sembra al massimo. Corre dietro a palle che sa di avere poche possibilità di prendere – e che 9 volte su 10 manca ma, a volte, riesce a rimandare dietro la rete una palla impossibile. Ciò che conta è il messaggio che manda all’avversario: sono pronta a lottare fino alla fine. | Tobias Buck, l’Espresso, 26 giugno 2015
“ Non si va a bere un bicchiere di vino la sera con l’avversaria che il mattino dopo vuoi battere sul campo Maria Sharapova
Se non avesse giocato a tennis
➣ Lei aveva un’opzione B? «Credo che sarei diventata architetto. Sarei stata benissimo anche senza fama e senza tutti questi soldi. Mi sarebbe piaciuto. Del resto il tennis è ricerca dell’organizzazione dello spazio».
➣ C’è qualcosa di questo desiderio incompiuto nel fatto che disegna abiti da tennis? «Quando disegno, imparo. Studio. Penso. Un vestito è quello che sei in quel momento. Quando sei sicura di cosa indossi, sei anche più sicura di te».
➣ Quando le è venuto in mente di cominciare? «La prima volta che ci ho pensato avevo 10 anni. Le aziende mi proponevano magliette che per me erano vestiti. Lunghissime. Dovevo arrotolarle, qualche volta a casa le tagliavo. Mi dissi: un giorno me le farò da sola». | Intervista a la Repubblica, 28 maggio 2012
Una donna azienda
È stata la sportiva più ricca al mondo per 11 anni consecutivi, secondo Forbes. La maggior parte delle sue entrate sono legate a sponsorizzazioni di aziende come Nike ed Evian, ha avviato una propria azienda di caramelle e, secondo quanto stimato, ha guadagnato quasi 30 milioni di dollari nel 2015. | Christopher Clarey, New York Times
Le Nazioni Unite di Maria
Max Eisenbud, il manager, l’uomo che ha creato l’impero di Maria facendone fruttare la bellezza. Quasi un secondo padre per lei, un binomio nato quando aveva 12 anni. Cura il suo business, la sua immagine, le copertine dei giornali. Si occupa di far conoscere il marchio Sugarpova, le caramelle di Maria, che tanto dolce non è ma con lo zucchero ha fatto ottimi affari. Avrebbe dovuto essere lui a leggere la comunicazione dell’Itf che il meldonium era entrato tra le sostanze proibite. Ma lei non l’ha cacciato e non risponde a domande che possano riguardare questa grossa macchia del suo uomo di fiducia. La sua ombra, si potrebbe dire, non fosse 20 cm più basso di lei.
Uno staff internazionale tutto al maschile quello dello Sharapova. Oltre al tecnico olandese ci sono anche il fisioterapista Jerome Bianchi, ex nazionale francese di rugby ed ex fisio di Amelie Mauresmo. E dal Giappone arriva il preparatore atletico Yutaka Nakamura, che ha curato attentamente ogni dettaglio della preparazione fisica per il rientro. Eisenbud ha soprannominato il team le Nazioni Unite di Maria: «Arriviamo tutti da posti diversi, ognuno porta qualcosa di sé ed è bello». | Federica Cocchi, la Gazzetta dello sport, 29 aprile 2017
Il peso della bellezza (secondo Gabriela Sabatini)
➣ La bellezza è stata d’intralcio? «Essere considerate belle non dev’essere un problema. Io cercavo di viverlo in modo positivo, un complimento non influiva su quello che facevo. Che qualcuno potesse seguirmi per motivi extratennistici non mi passava neanche per la testa. La stampa rosa mi infastidiva. Tenevo alla mia privacy. I paparazzi poi li ho sempre odiati».
➣ Crede sia stato così anche per Maria Sharapova? Quanto conta l’estetica per una tennista come lei? «A livello agonistico non molto. A livello di fama e sponsor invece è decisiva. È così in tutti gli sport, e anche per gli uomini. Funziona vedere qualcuno che oltre a giocar bene ha personalità, stile, carisma. Uno attraente, insomma». | Intervista di Paolo Galassi, la Repubblica, 24 aprile 2017
E poi ci sono gli amori
Dopo il rientro (maggio 2017), Masha non è più la stessa. Ha vinto solo un torneo, a Tianjin, in Cina; il resto sono state polemiche – per le wild card ricevute da una «ex dopata», come sostenevano le colleghe più rosicone – fatiche e sconfitte. Troppo poco per un ego come il suo … Molti gli amori da gossip: con il cantante dei Maroon 5 Adam Levine, con il cestista Sasha Vujacic, con il collega Grigor Dimitrov – conteso, anche lui, alla solita Serena – più recentemente con il miliardario Alexander Gilkes, amico intimo dei reali inglesi. | Stefano Semeraro, Corriere dello sport-Stadio
“ Fare sesso con la Sharapova è stata una delusione totale: peggio che scoprire che Babbo Natale non esiste Adam Levine
Il dolore fisico della nostalgia
Nessuno si dimentica il passato da cui viene. A volte è una fortuna. Subito dopo avere vinto game, set e match sopra al campo più bello e più verde del mondo, circondata dall’applauso del pubblico, Maria chiese una cosa, una soltanto: voleva un cellulare per poter chiamare sua mamma, per dirle che ce l’avevano fatta, finalmente erano riusciti a vincere qualcosa anche loro. … Ha appena compiuto trent’anni e lo ha capito anche lei che la donna che è diventata non è nient’altro che la somma di tutto l’affetto che non ha mai ricevuto da piccola, le porte sbattute in faccia, le favole che non ha mai ascoltato, il dolore fisico della nostalgia. Maria Sharapova è una donna che non trasmette alcuna simpatia. Di lei dicono che è fredda, feroce, vendicativa. Dicono che è cattiva, superficiale e piena di rancore. Hanno tutti ragione: ogni volta che glielo fanno notare lei alza le spalle e non prova nemmeno a giustificarsi, sa che sarebbe inutile. Negli spogliatoi saluta sempre tutti e non sorride mai a nessuno. Perché dovrebbe? Il tennis che le ha insegnato suo padre non è mai stato un gioco, no, per lei stare in campo è come chiedere vendetta, l’unico modo per ottenerla è vincere, vedere le sue avversarie perdere. Quando passa tutto il dolore che si prova quando si è bambini? Forse mai. | Giorgia Mecca, il Foglio, 22 aprile 2017
Dopo 28 anni e cinque titoli di Slam, sono pronta a scalare un’altra montagna, per competere su un altro terreno. La voglia incessante di vittorie non diminuirà mai. Indipendentemente da ciò che mi aspetta, metterò la stessa attenzione, la stessa etica del lavoro e tutte le lezioni che ho imparato. Ci sono alcune cose semplici che non vedo l’ora di vivere: il senso di calma con la mia famiglia. Trattenersi davanti a una tazza di caffè al mattino. Fughe inaspettate per il weekend. Allenamenti a mia scelta (ciao, lezione di danza!). Il tennis mi ha mostrato il mondo – e mi ha mostrato di che pasta sono fatta. Come mi sono messa alla prova, come ho misurato la mia crescita. Qualunque cosa dovessi scegliere come mio prossimo capitolo, come mia prossima montagna, continuerò a spingere. Continuerò ad arrampicarmi. Continuerò a crescere
➣ Come si immagina l’ultimo match? «L’ultima partita, l’ultima stretta di mano, l’ultimo applauso… Non ci penso troppo. Uscire dal campo per sempre sarà una forte emozione ma non drammatizzo. Se c’è stato un inizio, deve esserci una fine. E non sarà la fine del mio mondo». | Intervista di Gaia Piccardi, Corriere della sera, 11 gennaio 2019