Dieci anni di Open. Il libro che ha cambiato il racconto sportivo

Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono
Andre Agassi, la prima frase di Open

 

La recensione del NY Times. La notizia più accattivante è che Open è uno dei libri più appassionatamente anti-sportivi mai scritti da un atleta superstar – privo in modo decisamente brusco di ogni omelia trionfalistica e di gratitudine. … Quasi ogni pagina di Open irradia una dura consapevolezza, in gran parte grazie alla scelta ispirata del collaboratore di Agassi, J. R. Moehringer, autore del libro di memorie The Tender Bar, con la sua melodia di voci. Agassi afferma di averlo letto nel 2006, durante il suo ultimo US Open, e di aver così reclutato Moehringer per aiutarlo a scrivere il suo libro. Il risultato è non solo un memoriale sportivo di prim’ordine ma un autentico bildungsroman, divertente in modo cupo ma anche angosciato e pieno di sentimento. | Sam Tanenhaus, NY Times, 20 novembre 2009


Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita
Andre Agassi, Open


All’inizio l’idea non piacque proprio a tutti. Di Open, biografia di Agassi, annunciato da Knopf, a firma del Pulitzer J.R. Moehringer, quale libro irrinunciabile sulla vita di un enfant du siècle sportivo, giungono al vecchio aficionado alcune scoraggianti anticipazioni: forse più adatte ad una inchiesta relativa allo sgombero dei rifiuti napoletani. Nel nobile scopo di aumentare le vendite, e le sue percentuali, Andreino sputa nel piatto in cui ha mangiato, a partire dal 1985 anno in cui, non ancora sfuggito alle mani di Bollettieri, aveva iniziato ad esibirsi in tornei juniores ai quali partecipava, a volte, con le labbra abbellite di rossetto. Non pensavamo, almeno io, si potesse dare in pasto a lettori di serie C simili porcherie, a meno che le anticipazioni non siano, anche loro, dopate. | Gianni Clerici, la Repubblica, 29 ottobre 2009


Quando uscì in Italia. Mi sono bastati un paio di capoversi per capire che mi ero imbattuto in un libro importante. … Il problema con i libri che ami è che non smetteresti mai di citarli. Per farvi capire quanto Open mi sia piaciuto avrei la tentazione di fare un gigantesco copia/incolla. Ma credo sia più pratico limitarmi a consigliarvene l’acquisto. È raro imbattersi in un così stimolante compendio di personaggi e situazioni. … Come ogni libro americano che si rispetti è un’opera sulla caduta e sulla redenzione. Ma, a ben vedere, non è questo il dato più significativo. Ciò che Agassi sa raccontare meglio è il senso di tedio e gratuità che non smette di assediarci. E che, paradossalmente, rende amare sia le vittorie che le sconfitte. Una vacuità descritta con la grazia di Sophia Coppola. Un vuoto che può essere colmato solo da ciò che Agassi romanticamente chiama l’«ispirazione». Il primo successo a Wimbledon – il primo agognatissimo Grande Slam da lui ottenuto – viene così commentato: «Vincere non cambia niente. Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta». Esiste una verità più beffarda e inequivocabile? | Alessandro Piperno, la Lettura, 1 agosto 2011


Contagioso. La fatica “letteraria” di “Andreino” occupa piuttosto il terreno della confessione. Giocando col tempo come un elastico, Agassi ripercorre la sua storia di uomo e di tennista scoperchiando accessi segreti, rivelando scoop e illuminando le zone più in ombra di quell’appendice dello star system che è diventato il proscenio agonistico dei grandi eventi sportivi. L’effetto narrativo è contagioso | Stefano Gallerani, Alias, maggio 2011


È la rivelazione di un’anima. Le 500 pagine descrivono una parabola più simile a quella disegnata da San Giovanni della Croce, che non a quelle che lampeggiano nei memoir delle celebrity. Open è un romanzo di formazione impossibile perché racconta la crescita di una identità negli anni in cui la società dei disvalori negava la possibilità di un progresso interiore, abbagliando i giovani con promesse di felicità scadenti, e con quei trofei luccicanti che, in un giorno di ira, Agassi distruggerà nella sua casa di Las Vegas. È evidente, fin dalle prime pagine, che Open sia un libro sul padre e sulla paternità. Un’investigazione su cosa significa essere se stessi. Il premio Pulitzer J.R. Moehringer ha aiutato Agassi nella stesura del libro, affilando le confessioni di un campione sullo stile di un Bret Easton Ellis in gran forma. Per ora è il miglior libro del 2011. | Francesco Longo, il Riformista, 14 settembre 2011


La voce. Beh, non l’ha scritto lui, d’accordo. L’ha scritto J. R. Moehringer, uno che nel 2000 ha vinto il Pulitzer per il giornalismo: e che, obbiettivamente, è di una bravura mostruosa. Non bisogna pensare però che si sia limitato a fare da ghostwriter: gli è riuscito di dare ad Agassi una voce (una vita l’aveva già, e micidiale) e una diabolica abilità nel raccontare. Risultato: di Moehringer ti scordi subito e ti ritrovi in viaggio con un Agassi che non ti saresti mai aspettato e che non smette un attimo di parlare. | Alessandro Baricco, la Repubblica, 13 novembre 2011


Snobismi. Di Open mi aveva parlato Andrea Bajani, che mi aveva detto che era uno dei libri più strani e più convincenti che aveva letto negli ultimi mesi. Stavo per comperarlo, quando è cominciata la rubrica che Baricco tiene su la Repubblica, rubrica nella quale Baricco parla dei cinquanta libri più belli che ha letto negli ultimi dieci anni, e il primo libro che ha consigliato di leggere è stato Open, di Andre Agassi. Di conseguenza, Open, che era uscito nell’estate del 2011 e che da mesi non era più esposto sui banconi delle librerie, è tornato a essere esposto sui banconi delle librerie e in quella dove vado io, la Coop Ambasciatori, a Bologna, ce n’era una pila all’ingresso. Allora non l’ho più comprato. Non volevo che, chi mi avrebbe visto leggere Open, magari in treno, pensasse «Guardalo, quello lì che sta leggendo il libro consigliato da Baricco su la Repubblica». | Paolo Nori, Libero, 15 giugno 2012


Non voleva scriverlo. Moehringer era inizialmente riluttante. Un certo numero di suoi amici avevano lavorato a progetti di libri con atleti, e tutti lo sconsigliavano. In genere, lo avevano avvertito, l’atleta ti dà circa 30 ore e poi non ti parla più fino a quando non gli consegni un manoscritto, dopodiché traccia una linea su tutto ciò che hai scritto di interessante. Ma Agassi, noto per aver logorato gli avversari sul campo, si è messo a perseguitarlo. “Volevo vedere la mia vita attraverso l’obiettivo del vincitore del Premio Pulitzer”, ha detto, aggiungendo che lui e il signor Moehringer, a volte sembravano “fratelli nati da una madre diversa”.
Il signor Moehringer e il suo datore di lavoro, nel frattempo, non andavano più d’accordo. “Il giornale mi aveva chiesto di andare a Palm Springs e scrivere un profilo dello scimpanzè più vecchio del mondo, il Cita dei film di Tarzan”, ha ricordato, alzando leggermente gli occhi. “Ci sono andato, ho incontrato lo scimpanzé e ho fatto il pezzo. L’ho scritto con la voce dello scimpanzé”. I redattori gli chiedevano di riscriverlo e riscriverlo, al punto che pensava di smettere. “Ma i miei amici mi hanno convinto a non farlo”, ha continuato. “Hanno detto che sarei passato alla storia come il ragazzo che ha lasciato a metà la storia di uno scimpanzé”. Ci sono state altre riscritture, Moehringer non ha smesso. Chiese un prestito e chiamò Agassi. Stava leggendo il libro di memorie di Bertrand Russell, pieno di connessioni, conclusioni e abili riassunti in una frase. “Ho pensato, beh, cosa succederebbe se Andre fosse l’esatto contrario? Potrebbe essere un bizzarro Bertrand Russell: tempo presente, senza virgolette, una specie di flusso di coscienza”. | Charles McGrath, NY Times, 11 novembre 2009


Non ha voluto firmarlo. Come Emmanuel Carrère, J.R. Moehringer ama raccontare (anche) vite che non sono la sua. Il Festival di Mantova lo presenta come lo scrittore che «è arrivato al successo scrivendo il libro di un altro», ma è vero che questo giornalista nato a New York nel 1964, che ama Hemingway e Cheever, Faulkner e Alice Munro, ma anche Calvino e Pavese, ex-corrispondente del Los Angeles Times (ha vinto il Pulitzer raccontando Gee’s Bend, una cittadina dell’Alabama), ha iniziato il suo viaggio nelle biografie partendo da se stesso. … Un successo senza nome, anzi con il nome del tennista, perché nel libro di Agassi la firma di Moehringer non compare in nessun modo, soltanto un accenno nei ringraziamenti alla fine. «La decisione è stata esclusivamente mia», dice alla vigilia del suo arrivo al Festivaletteratura | Cristina Taglietti, la Lettura


Say my name. J.R. diverte il pubblico di piazza Castello raccontando di quella volta nel bed & breakfast del New England quando, vagabondando da un canale all’altro, inciampò in un talk show notturno seguito da 6 milioni di telespettatori. L’ospite era proprio Agassi, che incassava a petto gonfio i complimenti del conduttore per il suo libro. «Continuavo a urlargli attraverso lo schermo say my name, di’ il mio nome – riferisce Moehringer – Se solo lo avesse fatto, le vendite del mio romanzo The tender Bar (in italiano “Il bar delle grandi speranze”, ndr) sarebbero lievitate». Non lo fece. | Igor Cipollina, la Gazzetta di Mantova, 7 settembre 2013


Niente: neanche leggendolo. Capisco benissimo che il risvolto di un libro debba apparentarsi a una reclame, tanto da incuriosire ancor più l’acquirente già interessato dalla copertina. Rimasi tuttavia un pochino perplesso nel leggere, nella prima edizione di Open (Alfred Knopf 2009) l’autobiografia di Agassi, l’irresistibile affermazione “il segreto mondo del tennis, e quello esteriore della fama, non sono mai stati descritti così puntualmente”. Lo si sarebbe potuto battezzare “Sputo Boomerang”. | Gianni Clerici, la Repubblica, 28 settembre 2012


Dieci. Questa è stata l’infanzia di un numero uno che ha odiato sempre il tennis («È lo sport in cui parli da solo»; «Soltanto i pugili possono capire la solitudine dei tennisti»; «Tra tutti gli sport, il tennis è il più simile all’isolamento carcerario»), che ha trionfato ovunque (ovviamente anche all’Olimpiade, missione compiuta), che ha sposato attrici e campionesse, che è stato accusato di essere un ciarlatano, che ha scritto la sua vita come si scrivono le sconfitte (mentre la si legge come se fosse una vittoria). Il libro di Agassi uscì un paio di anni fa ed è rocambolescamente tornato in questi giorni in classifica. Capita solo ai grandi libri. Voto: 10 | Antonio D’Orrico, la Lettura, 16 settembre 2012


Il passaparola e soprattutto i tweet. Questa settimana, a 17 mesi di distanza, l’autobiografia è terza nella classifica della saggistica e lunedì 24 è salita al settimo posto delle vendite su Amazon, preceduta dal nuovo Ken Follett e dalle tre sfumature di grigio. … Come ha fatto un libro uscito ad aprile 2011, e che un anno fa sembrava essersi attestato sulle 15 mila copie vendute (malgrado una continuità di vendite soddisfacenti ancora dopo diversi mesi), a essere spinto per la prima volta in cima alle classifiche e a superare la cifra – agognata da qualunque editore italiano, soprattutto in questi mesi di crisi nera – di 110 mila copie vendute a oggi? … Alla fine di febbraio 2012, passato quasi un anno, inizia una serie di spinte inattese che daranno a Open il successo formidabile che non aveva ancora conosciuto. La prima è un tweet di Jovanotti – un milione di followers – il 29 febbraio. Dopo dieci giorni arriva Valentino Rossi, sempre su Twitter, un milione di followers. Il 7 aprile Roberto Saviano (200 mila followers) cita ancora su Twitter un passaggio del libro di Agassi. A maggio Linus lo definisce sul suo blog “di una bellezza stupefacente”. Poi a giugno è Daria Bignardi a scriverne prima – “Gran bel libro” – sul suo account di Twitter (100 mila followers) e poi nella sua rubrica sul settimanale Vanity Fair, alla fine di luglio: aprendo un nuovo fronte di attenzione femminile per un libro di maschi fino a quel momento promosso da maschi. E lo stesso giorno il sito di Repubblica mette in grande evidenza un articolo che dà conto del nuovo successo “da Twitter” di Open, citando Jovanotti, Rossi e Bignardi. | Il Post, 24 settembre 2012


Cosa aveva scritto Daria Bignardi. Se non lo avete ancora letto, vi invidio: è la lettura ideale per quest’estate olimpica. Se, come me, rabbrividite mentre inquadrano gli atleti ai blocchi di partenza e pensate: «Non vorrei essere al suo posto», se conoscete il fascino e la paura della gara e del risultato, se avete provato il tormento e l’ossessione del perfezionismo, se nessuno vi odia più di quanto voi odiate voi stessi, Open, la biografia del tennista Andre Agassi, vi farà soffrire ed esaltare per cinquecento pagine. Anche se non ho mai guardato una partita di tennis fino alla fine, anche se sapevo vagamente chi fosse Andre Agassi, ho goduto ognuna di quelle maledette cinquecento pagine, e ora che sono finite vago inconsolabile divorando romanzi come ciliegie nella speranza di riprovare quell’emozione. Ma nessun altro libro quest’estate mi ha appassionato così tanto | Daria Bignardi, Vanity Fair, 31 luglio 2012


«Il suo pregio è che si può leggere senza conoscere il tennis, che è anche il suo limite. Non è un libro sul tennis, ma usa il tennis per costruire il Grande Romanzo Americano, edulcorando una realtà molto più controversa di come è stata narrata». | Matteo Codignola


Sì, ma come va a finire? Tutto sommato, l’unica cosa del libro che mi è spiaciuta è il finale. L’eroe si sposa, vince e scopre se stesso. Lieto fine, ma non è questo che mi è spiaciuto. È che l’eroe scopre il senso della vita iniziando ad occuparsi degli altri, i suoi figli innanzitutto, ma anche gli altri veri: apre una scuola per bambini che non hanno la possibilità di studiare. Volontariato. Tutti felici. Sipario. È che io non ci credo. A me risulta che la ricerca del senso è una sorta di partita a scacchi, molto dura e solitaria, e che non la si vince alzandosi dalla scacchiera e andando di là a preparare il pranzo per tutti. È ovvio che occuparsi degli altri fa bene, ed è un gesto così dannatamente giusto, e anche inevitabile, necessario: ma non mi è mai venuto da pensare che potesse c’entrare davvero con il senso della vita. Temo che il senso della vita sia estorcere la felicità a se stessi, tutto il resto è una forma di lusso dell’animo, o di miseria, dipende dai casi. Peraltro, è anche possibile che mi sbagli. È giusto un pensiero istintivo – un certo modo di vedere il mondo | Alessandro Baricco, la Repubblica, 13 novembre 2011


La risposta del padre. Indoor, in uscita da Piemme, è la risposta ad Open. Mike Agassi contro Andre Agassi, questo è il capitolo finale. Il tie-break di una partita durata 36 anni. 
~ Dov’è il Drago, la macchina che con 2.500 palle al giorno ha torturato l’infanzia di Andre?
«Ho chiamato uno per portarla via e gli ho pure dato 50 dollari per il disturbo. Se sapevo che sarebbe diventata simbolo del male l’avrei tenuta e messa in un museo. È vero, ho attaccato una pallina da tennis sulla culla di Andre e appena ha potuto prendere in mano qualcosa gli ho messo una piccola racchetta, ma devo dire che questo ha sviluppato la sua vista in modo straordinario. Andre non aveva bisogno di muovere gli occhi per vedere. Per questo trovava angoli impossibili».
~ Sembra che parli di un prototipo più che di un figlio.
«Tagliamo corto. Sono stato un tiranno? Sì. Sono stato duro e severo? Sì. Ma lo ribadisco: meglio un padre, un genitore, a fianco del figlio sportivo, che un allenatore. E anzi ai genitori di oggi dico: ribellatevi. Non fatevi rubare i vostri ragazzi dai centri tecnici, dalle scuole specializzate, dai guru. Amano per contratto, se lo fanno, non per sangue».
~ Ha letto il suo libro, Open?
«No. Ma so che ha venduto bene. E che mio figlio ha avuto carattere raccontando tutte le cose sbagliate che ha fatto. Non è un bugiardo».
~ Perché non legge?
«Sono analfabeta. È un segreto che ho tenuto per tanti anni. Nascosto anche alla mia famiglia. Nemmeno mia moglie sapeva. A 23 anni ero studente a Chicago, ho raccolto un uccellino e per rimetterlo sul nido con una scala sono caduto e ho sbattuto la testa. 17 giorni di coma. Ho perso la capacità di mettere a fuoco, non avevo più visione laterale. Non potevo né leggere né scrivere. Mi industriai, pagavo i miei compagni perché mi ripetessero le lezioni, iniziai a registrate tutto, e a barare. Patente, esami, moduli da compilare. Si trova sempre un modo, con la mancia». | Intervista di Emanuela Audisio, la Repubblica, 27 aprile 2015


Che cosa è successo dopo


Ogni vita raccontata è esemplare
Marguerite Yourcenar

 

Il dopo Moehringer. L’uomo che avrebbe cambiato il tennis per sempre non ha mai giocato una partita e pensava che il lavoro più bello del mondo fosse il cronista di baseball. Nove anni fa John Joseph Moehringer prestava ad Andre Agassi la sua abilità nel mettere insieme parole, lanciando verso un successo planetario la biografia Open, senza firmarla (“perché un’ostetrica non torna a casa col bambino”), e il tennis buttava giù l’ultimo diaframma fra sé e la letteratura. Se dopo il premio Pulitzer per un reportage su una comunità fluviale dell’Alabama, questo corrispondente del Los Angeles Times non avesse interrotto un articolo sui discendenti di Cita lo scimpanzé per dedicarsi ai palleggi e ai tormenti del Kid di Las Vegas, forse non ci saremmo mai neppure accorti che David Foster Wallace aveva vissuto Federer come un’esperienza religiosa. | Il Venerdì, dicembre 2018

 

le altre biografie


Zlatan Ibrahimovic. “Il campo d’allenamento del Malmö era a 7 km da casa e spesso dovevo farmela a piedi: qualche volta la tentazione era troppo grande, soprattutto se mi capitava di vedere una bella bici. Una volta ne adocchiai una gialla con su un sacco di scatole e pensai: “Perché no?”. Così la presi. Ma dopo un po’ cominciai a farmi delle domande, tipo c’è qualcosa di strano in queste scatole, e allora capii: era la bicicletta di un postino, stavo andando in giro con la posta del quartiere! (…) Un’altra volta mi portarono via l’ultima bicicletta che avevo rubato, chi la fa l’aspetti, e io stavo impalato lì fuori dal campo a pensare al da farsi: fregai una bici nuova che era lì fuori dagli spogliatoi. (…) Tre giorni più tardi tutta la squadra fu convocata per una riunione sul furto della bicicletta dell’allenatore in seconda…”  | Io, Ibra. Con David Lagercrantz (Rizzoli, 2011)


Mike Tyson. Spesso dico di essere stato la pecora nera della famiglia, ma a pensarci bene per gran parte della mia infanzia sono stato un bambino docile. … È possibile che abbia ereditato il gene del ko da mia nonna. Lorna, la cugina di mia madre, mi raccontò che la signora per cui lavorava Bertha veniva picchiata dal marito, e questa cosa la mandava in bestia. Era una donna robusta. «Toglile le mani di dosso» disse un bel giorno all’uomo. Lui credeva che scherzasse, ma Bertha gli sferrò un pugno e lo mandò con le chiappe a terra. L’indomani, quando la rivide, lui la salutò tutto gentile: «Come sta, signorina Price?». Smise di maltrattare la moglie e diventò un agnellino. | True. La mia storia. Con Larry Sloman (Piemme, 2013)


Francesco Totti. Dopo un paio di giorni, però, noto che quando ci incrociamo nei corridoi di Trigoria lui tende a girare al largo. Che è successo? Domenica non gli ho passato un pallone? Non me ne curo granché, Antonio ha di queste lune, se gli vai dietro ogni volta diventi pazzo. Quando però il periodo di gelo si allunga a una settimana, e soprattutto viene esteso per la prima volta a Vito, chiedo a Montella – lui ed Emerson sono quelli più in confidenza con Antonio – se ne sa qualcosa. Vincenzo non si fa pregare: «È offeso con te perché gli hanno detto che hai preteso 15 mila euro di provvigione sulla sua partecipazione dalla De Filippi». Resto di sale. È una gigantesca bugia, e non capisco chi possa avergli detto questa cretinata. «Gliel’ho chiesto, perché anche a me la storia puzza», continua Montella. «Non me l’ha voluto dire. Dice solo che l’ha saputo nello spogliatoio». | Un Capitano. Con Paolo Condò (Rizzoli, 2018)


Dino Zoff. Ho sempre giocato per me stesso. Per ambizione e per narcisismo. Andavo in campo e m’inebriava il gusto di sapermi lì, isolato in quella porta, da solo. Poi un giorno è finita. E, quando è finita, mi sono accorto che c’era almeno un altro motivo per cui mi piaceva quello che facevo: il profumo dell’erba. Solo i portieri sanno che questa non è una frase retorica. Perché solo i portieri sanno cosa significa davvero il profumo dell’erba. Gli altri calciatori non ne hanno idea. Perché loro sull’erba corrono, al massimo ogni tanto scivolano oppure, oggi, si rotolano un po’. Ma il portiere no. Il portiere ci lavora con l’erba. E praticamente ogni suo gesto, ogni suo intervento finisce sempre allo stesso modo, con il naso dentro l’erba. E così, piano piano, quell’odore vegetale tanto intenso, pulito e infantile si stratifica sopra tutte le altre sensazioni, le modifica geneticamente; l’eccitazione dell’adrenalina, le nevrosi della paura, gli spasimi di dolore avranno per me sempre quell’odore. E allo stesso modo l’erba vorrà sempre dire eccitazione, paura e dolore. | Dura solo un attimo la gloria. Con Marco Mensurati (Mondadori, 2014)


Mauro Icardi. Mi tolgo maglia e pantaloncini e li regalo a un bimbo. Peccato che un capo ultrà gli vola addosso, gli strappa la maglia dalle mani e me la rilancia indietro con disprezzo. In quell’istante non ci ho più visto, lo avrei picchiato per il gesto da bastardo appena compiuto. E allora inizio a insultarlo pesantemente: ‘Pezzo di merda, fai il gradasso e il prepotente con un bambino per farti vedere da tutta la curva? Devi solo vergognarti, vergognatevi tutti’. Detto questo gli ho tirato la maglia in faccia. In quel momento è scoppiato il finimondo. (…) Nello spogliatoio vengo acclamato come un idolo… I dirigenti temevano che i tifosi potessero aspettarmi sotto casa per farmela pagare. Ma io ero stato chiaro: ‘Sono pronto ad affrontarli uno a uno. Forse non sanno che sono cresciuto in uno dei quartieri sudamericani con il più alto tasso di criminalità e di morti ammazzati per strada. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio, e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo’. | Sempre Avanti. Con Paolo Fontanesi (Sperling & Kupfer, 2016)


McEnroe. Mentre contemplavo New York che si risvegliava, mi sentivo ottimista. Avevo una serie infinita di possibilità davanti a me. L’arte, il tennis, la televisione…Pensai che forse un giorno avrei potuto addirittura dedicarmi alla carriera politica. Si sono viste cose molto più strane. Accidenti, se Jesse Ventura è stato il governatore del Minnesota, chi può dire dove riuscirò ad arrivare io? Dico sul serio. | Non puoi dire sul serio. Con James Kaplan (Piemme, 2015)


Maria Sharapova. Dalla sua cabina privata una giocatrice non può vedere l’avversaria, ma sente i rumori, e quello che giunse alle mie orecchie mentre mi cambiavo era il pianto dirotto di Serena Williams. Gemiti gutturali strozzati, singhiozzi ininterrotti.
Me ne andai il prima possibile, ma lei sapeva che ero lí. Spesso ci si domanda perché mi sia sempre stato cosí difficile battere Serena; negli ultimi dieci anni mi ha dominato, sconfiggendomi 19 volte su 21. Spesso questa mia difficoltà viene spiegata citando la potenza di Serena, il suo servizio e la sua sicurezza, oppure confrontando i nostri stili di gioco, e senza dubbio c’è del vero in tutto questo, ma il motivo reale va trovato in quello spogliatoio, dove io mi cambiavo e lei piangeva.
Penso che Serena mi odiasse perché ero la ragazzina esile che l’aveva sconfitta a Wimbledon contro ogni pronostico, perché l’avevo vista in difficoltà. Ma soprattutto mi odiava perché l’avevo sentita piangere. Non mi ha mai perdonata per questo. Non molto tempo dopo il torneo so che disse a un’amica, che poi me lo ha riportato: – Non perderò mai piú contro quella stronzetta. | Inarrestabile (Einaudi, 2018)


Gianluca Vialli. Ho bisogno di dialogare con la paura. La paura vera, quella che ti fa chiudere in bagno e piangere; paura di non riuscire a dire le parole che servono. Ne parlo con Cunningham: «Dottore lei crede che io possa guarire pensando in modo positivo che io guarirò». Lui, uomo di scienza mi risponde di sì. È tutto quello che mi serve. Ci costruisco intorno una nuova routine e mi ci dedico anima e corpo: mi sveglio presto, medito su piccole frasi fondamentali, cerco il silenzio, mi focalizzo sui dettagli piacevoli, faccio esercizio, leggo e scrivo un pensiero positivo ogni giorno… Scrivo su una serie di post-it gialli le frasi che sono nel mio libro. Mentre vi scrivo queste righe ho finito la chemio e i trattamenti radio ma ancora non so come andrà a finire questa partita, lo scoprirò più avanti. | Goals. (Mondadori, 2018)


Arrigo Sacchi. Osservo le coppe mentre pedalo sulla cyclette. Sono fermo, ma è come se andassi loro incontro. Le guardo e sento di meno la stanchezza. Non sono orgoglioso di quei metalli, sono orgoglioso delle idee, dei valori, del lavoro che rappresentano e degli uomini che hanno interpretato quei valori. | La Coppa degli Immortali. Con Luigi Garlando (Baldini+Castoldi, 2019)


Eraldo Pecci. Nel tardo pomeriggio del mio primo giorno Maradona venne da me con una tv in mano. “Ci sono le partite di Coppa, ti serve una televisione”.
“Grazie Diego, ma vado a mangiare da Bruno e da Sandro, e le vedo là” (erano i nostri compagni Bruno Giordano e Alessandro Renica, le cui mogli Susanna e Monica mi avevano in pratica adottato per quel che riguardava i pasti, dato che vivevo da solo).
“Una tv in casa ti servirà comunque”.
“Ma non sono capace a fare niente manualmente, non saprei farla funzionare”.
“Ci penso io”. E si sdraiò a terra passando i cavi di qua, i fili di là, finché sullo schermo non spuntò l’immagine.
È Un esempio non centratissimo, ma rende l’idea. Quando Diego era in disgrazia, e sembrava che anche la vita gli sfuggisse via, non ho sentito una voce di ex compagni, o solo ex colleghi, alzarsi contro di lui. Anche questo rende l’idea. Comunque, a chi mi chiede chi era Maradona, io posso rispondere tranquillamente: “Il mio elettricista”. | Il Toro non può perdere (Rizzoli, 2013)


Totò Schillaci. La professoressa prosegue la lezione e mi spiega l’uso dei pronomi relativi. Ascoltando con attenzione le interviste in tv, ha notato che uso il pronome “di cui” in modo inappropriato, così mi illustra le basi dell’analisi logica. Finisce spiegandomi l’utilizzo del pronome “che” come soggetto e come complemento e mi chiede un paio di esempi per accertarsi che abbia capito.
«Sono stato dall’insegnante… che mi ha accolto a casa sua.»
«Bravissimo,» commenta «ora una con il “che” in funzione di complemento oggetto.»
«Be’, facile. Questa è la bocca… che vorrei baciare.»
Si concede tre secondi di pausa per scrutarmi; poi, con qualche titubanza, conferma l’esattezza della risposta: «Sì… è gius…».
La settimana dopo, vengo informato che avrò un altro insegnante di italiano. La signorina Marina ha interrotto la collaborazione per non precisati motivi personali e mi hanno affidato a un uomo che non ho intenzione di conoscere. | Il gol è tutto. (Piemme, 2016)


Chantal Borgonovo. Mi piaceva sentirmi leggera, mobile, costantemente libera. Sono rimasta una donna libera, sempre. Negli anni della SLA mi sono riprogrammata, ridefinita, minuto per minuto. Io, non Stefano, non il nostro amore, non la malattia: io mi sono lucidamente e liberamente votata ad arginare la morte. | Una vita in gioco. Con Mapi Danna (Mondadori, 2017)


Johan Cruyff. Mio padre, così come mia madre, è sepolto nell’Oosterbegraafplaats di Amsterdam, a pochi passi dal vecchio stadio dell’Ajax. Ogni volta che mi trovavo davanti a una decisione difficile, gli chiedevo un consiglio: “E tu, cosa ne pensi?” Una volta, avevo poco più di vent’anni, vivevo ancora ad Amsterdam e mi ero appena sposato. Le cose andavano bene ma in quel periodo all’Ajax c’erano parecchi litigi. Era inoltre un momento in cui avevo dubbi su diverse cose, perfino sulla presenza di mio padre: dopotutto dall’aldilà non è mai tornato nessuno. In quei giorni lo misi alle strette. Gli chiesi di fermare il mio orologio quando lui si fosse trovato nei miei paraggi. Sarà stata una coincidenza, ma la mattina successiva il mio orologio era fermo. Lo portai in un negozio di orologeria, di proprietà di mio suocero, e il giorno stesso cercarono il guasto. Non lo trovarono, ma riuscirono a farlo ripartire. Puntualmente, la mattina dopo la scena si ripeté. L’orologio era ancora fermo. Tornai in negozio e ancora una volta non trovarono alcun guasto. Quella sera dissi a mio padre che mi aveva convinto. Da allora il mio orologio ha ripreso a funzionare e non si è più fermato, tant’è che lo porto ancora. | La mia rivoluzione. (Bompiani, 2016)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.