La fatica del corpo e la forza della testa. Così Nadal ha vinto a New York

Nadal
I quotidiani celebrano la vittoria di Rafa Nadal agli Us Open in cinque set contro il russo Daniil Medvedev. Un incontro durato quasi cinque ore, che L’Équipe ha inserito come la terza finale dello Slam più bella degli ultimi anni. È il 19esimo grande torneo conquistato dallo spagnolo, adesso a un solo titolo da Roger Federer.

 

Mai visto così sofferente, assicura L’Équipe. Accompagnato da sei uomini della sicurezza – ha raccontato Julien Rebouillet – che lo hanno aiutato a fendere la folla, si sta dirigendo verso il centro media. Imbocca una scala. Il suo volto si stringe all’improvviso per il dolore. Un crampo lo ha colpito alla coscia destra. Zoppica ancora. Nessuna ferita, ma non è usuale vederlo così. Era esausto, domenica sera ha pianto.
Paolo Rossi su Repubblica riferisce una frase di zio Toni. Zio di Nadal, non di Rossi. «Rafael non è un giocatore di tennis, è una persona infortunata che gioca a tennis e questo è molto difficile». Effettivamente – scrive Rossi – ha rischiato la fine della carriera nel 2009 e nel 2012, per colpa del logoramento delle cartilagini. Ginocchia, caviglie, addome, adduttori, polsi, spalle, schiena: in realtà non c’è una parte del suo corpo che non l’abbia tormentato.
Di suo pugno Toni Nadal ha scritto come di consueto su El País dicendo che abbiamo assistito a una delle migliori finali che io ricordi di Rafael. E io ricordo bene tutto. Mio nipote era il favorito ma ha incontrato un giocatore NextGen che, a differenza degli altri giovani giocatori, è meno carismatico ma più combattivo. In nessun momento si è arreso, nemmeno quando la partita è diventata molto dura per lui. Ci sono quasi tutti gli ingredienti per considerarlo un grande incontro. Un gran numero di punti giocati fino al limite, in una combinazione di tecnica, tattica, forza e incertezza

 

Federico Principi su l’Ultimo Uomo considera che alla fine Nadal per vincere, ovviando ai suoi insoliti problemi mentali, ha dovuto ribaltare la sua narrativa: se nel corso della sua carriera è quasi sempre uscito da situazioni delicate aumentando la costanza, il coraggio, l’intensità e l’aggressività tutte insieme, per battere Daniil Medvedev ha dovuto pescare in fondo a tutto il suo repertorio tecnico, mescolando le carte in tavola in tutti i modi possibili. E non c’era bisogno di questa grande finale per chi lo conoscesse abbastanza bene, ma forse era necessaria invece per una parte più reazionaria dell’opinione pubblica, per poter finalmente comprendere fino in fondo la straordinaria completezza tecnica e tattica di Nadal.
Kevin Mitchell sul Guardian sottolinea come Rafa ha riconosciuto a Medvedev non solo le qualità del tennis di Federer e Djokovic, ma l’ingrediente in più che serve per essere diverso dagli altri. «Il modo in cui ha combattuto, il modo in cui ha giocato, è il modo per vincere», ha detto Nadal. «Credo davvero che avrà molte possibilità di vincere». Diceva sul serio. Non seguirà in giro per il mondo la carriera di Medvedev, ma non sta ancora scomparendo. È un campione straordinario e unico.
Federica Cocchi sulla Gazzetta fa notare che Medvedev è andato a tanto così da una svolta epocale: vincendo, avrebbe spalancato le finestre, cambiato l’aria del tennis. Sarebbe stato finalmente il primo vincitore nato negli anni Novanta, decennio finora bruciato dai cannibali degli Ottanta. Il russo, nuovo numero 4 al mondo ai piedi dei Big Three, potrebbe sconvolgere l’ordine costituito. «Mi ricorderò sempre di questa partita incredibile, fino a quando avrò 70 anni».

 

La pressione, la sua gestione e il controllo. Dentro la testa dei campioni
di MASSIMILIANO GALLO

 

Quanto conta la preparazione mentale nello sport ad alto livello. Tre esempi delle ultime 48 ore.

 

I rituali di Nadal e i 25 secondi
La mente di uno sportivo è un ingranaggio delicato. Nel tennis in modo particolare. La finale degli Us Open tra Nadal e Medvedev è cominciata con una decisione del giudice di sedia. Per regolamento, tra un punto e l’altro, il tennista al servizio non può attendere più di 25 secondi per riprendere il gioco con la prima palla. Nadal, che ha un elaborato rituale preparatorio, è solito sforare. Consuetudine non sempre gradita ai suoi avversari. Domenica, a Flushing Meadows, il giudice di sedia gli ha immediatamente chiamato un warning. Da quel momento, avrebbe pagato ogni sforamento dei 25 secondi con la perdita del primo servizio; avrebbe giocato quel punto direttamente con il secondo servizio. Nadal ha giocato i cinque set con questa spada di Damocle sulla testa. Senza praticamente mai battere ciglio, tranne una rimostranza al primo cambio di campo successivo al warning. Decisione formalmente giusta, forse frettolosa, che ovviamente ha destabilizzato il tennista spagnolo. Non a caso, nel primo set Nadal ha messo in campo una percentuale di prime palle vicina al 40%: molto bassa. È come se fosse stato privato di un punto di riferimento. Ha dovuto accelerare la preparazione al servizio e fare ricorso alla sua solidità mentale. E ha finito col vincere nonostante alcune penalità subite nei momenti decisivi del quinto set.
Medvedev e l’accompagnatrice di performance | Il giorno della finale degli Us Open tra Medvedev e Nadal, l’Équipe ha intervistato Francisca Dauzet, definita l’accompagnatrice di performance di Medvedev. Ha spiegato che tipo di lavoro sta compiendo col tennista russo che ha un passato di sfascia racchette.
«È un lavoro che non può essere imposto, dev’essere il giocatore a richiederlo, deve aver maturato la decisione». «È un modo francese di interpretare questo lavoro come un’accettazione di debolezza da parte del giocatore. Io non la porrei: “Ho un problema”; la porrei: “Ho voglia di esplorare parti di me che non potrei esplorare da solo”. Tutti abbiamo bisogno di essere accompagnati». «Abbiamo iniziato poco prima di Wimbledon 2018. In un anno c’è stata una evidente evoluzione, sia come giocatore sia come persona. Tutti possono constatarla. Per me lui ha in sé una specie di genio che gli altri non riescono a scorgere».
Il lavoro di Leclerc sulla freddezza | Di Charles Leclerc, domenica a Monza, ha colpito la capacità di mantenere la concentrazione e di non commettere errori – tranne una frenata lunga – pur guidando sempre sotto pressione, con alle spalle prima Hamilton e poi Bottas. La freddezza mentale? «Non è una mia dote naturale, anzi da bimbo ero molto emotivo, ci ho dovuto lavorare molto». Proprio come Medvedev. Alessandra Retico, lunedì su Repubblica, ha scritto: “Aveva 12 anni quando papà Hervé, ex pilota di Gp3 scomparso due anni fa, lo accompagnò davanti alla porta di Formula Medicine a Viareggio per far valutare il figlio alla struttura di specialisti del corpo e della mente inventata dal dottor Riccardo Ceccarelli, che ci ha raccontato: «Mi fece subito impressione. Todt voleva che facessimo un profilo del ragazzo. Fu facilissimo. Aveva qualcosa di speciale: fiducia in sé stesso, personalità, intelligenza. Quando hai a che fare con un talento che ha qualcosa più degli altri, c’è poco da ottimizzare. Un fuoriclasse sin da allora. Anche se sprecava troppa energia, non la controllava, guidando i kart. Lavorammo sull’economia delle forze mentali. Apprese in fretta. Già in F3 non faceva più errori di rabbia o frustrazione. Rimasi colpito dalla sua velocità nello sviluppare una mentalità da professionista». Al debutto in F2 a Montecarlo, il padre Hervé era ricoverato in coma a pochi km dal circuito. Charles fece i tempi migliori su un tracciato che non conosceva. Due anni fa a Baku la pole, gara 1 e giro veloce a pochi giorni dalla morte del padre. «Sa staccare il cervello dalle emozioni». Un killer gentiluomo”. 

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