Nell’andata dei sedicesimi di finale di Champions League, la Juventus è stata sconfitta in casa 2-0 dal Barcellona, finalista dell’ultimo torneo. Reti di Putellas al 39’ e Torrejon al 72’. Sul primo gol grave incertezza di Sara Gama capitana della Nazionale. 5.600 gli spettatori allo stadio di Alessandria. Nel finale, catalane in dieci. Il ritorno a Barcellona il 25. Lo scorso anno, la Juventus venne eliminata ai sedicesimi dalle danesi del Broendby. Questa sera alle 19 Fiorentina-Arsenal. Le inglesi hanno vinto il campionato. Lo scorso anno le viola vennero eliminate agli ottavi dal Chelsea: sconfitte 1-0 in trasferta e 6-0 in casa. L’ultima Champions è stata vinta dalle francesi dell’Olympique Lione.
Fabiana Della Valle sulla Gazzetta ha scritto che “non è ancora tempo di miracoli. La Champions League delle Juventus Women è iniziata in salita, con una sconfitta per 2-0 nella gara di andata dei sedicesimi di finale contro il Barcellona. Tutto secondo pronostico, perché le spagnole erano una delle squadre da evitare come la peste nel sorteggio, ma nonostante questo le ragazze hanno dato l’anima, spinte da una tifoseria che ormai si è appassionata anche all’altra faccia del club bianconero e non ha mai smesso di incitare”. El Paìs in Spagna sottolinea invece che “la squadra di Cortés ha imposto il suo gioco di pressione e possesso su una Juventus difensiva. Le azulgrana, eccellenti nel dominio e nel recupero palla, hanno trovato difficoltà nell’ultimo passaggio nel tiro a Giuliani. La Juve ha giocato d’attesa, a proprio agio con il calcio verticale e le ripartenze affidate a Girelli. Al gioco veloce delle italiane, il Barcellona ha risposto con una difesa alta, pronta a fare il fuorigioco”. Sintesi: come tra gli uomini.
Comincia la Serie A
Sabato comincia la serie A. Le campionesse d’Italia sono le giocatrici della Juventus che hanno vinto l’ultimo torneo a 56 punti con un punto di vantaggio sulla Fiorentina. Capocannoniera è stata Valentina Giacinti (Milan) con 21 gol. Miglior attacco per la Fiorentina con 70 gol. La Juventus ha invece subito 8 reti in 22 partite: miglior difesa del campionato. Dodici le squadre iscritte: Empoli Ladies, Fiorentina Women’s, Florentia San Gimignano, Hellas Verona Women, Inter Women, Juventus, Women, Milan femminile, Orobica, Pink Bari, Roma femminile, Sassuolo femminile, Tavagnacco. Quattro novità rispetto allo scorso anno. Inter e Empoli sono state promosse per aver vinto il campionato di Serie B. Altre due – Atalanta Mozzanica e Fimauto Valpolicella (o Chievo Verona Valpo) – hanno rinunciato a re-iscriversi. E così sono state ripescate Pink Bari e Orobica che in teoria sarebbero retrocesse in Serie B. In estate l’Atalanta Mozzanica si è sciolta.
Le donne in panchina. Dove sono? Su dodici squadre, le allenatrici sono appena tre: Elisabetta Bavagnoli alla Roma, Marianna Marini all’Orobica e Rita Guarino alla Juventus. Tutte e tre confermate. Non sono più sulla stessa panchina dello scorso anno Carolina Morace che allenava il Milan e Sara Di Filippo ex tecnico del Verona. Entrambe sono state rimpiazzate da uomini: Maurizio Ganz per le rossonere e Emiliano Bonazzoli per le gialloblù. Le calciatrici italiane hanno lo status di dilettanti. Possono dunque avere contratti al massimo di tre anni con uno stipendio lordo annuo che non può superare la cifra di 30.658 euro. A differenza del passato, come spiega Money, lo stipendio percepito può essere cumulato con i rimborsi spesa che al massimo sono di 1.220 euro lordi al mese. In totale, nella migliore delle ipotesi, una calciatrice italiana arriva a guadagnare circa 40.000 euro lordi l’anno.
Scrive Ultimo Uomo: “Una cifra che potrebbe sembrare quasi dignitosa, se non si tenesse in conto una cosa: dato che il calcio tecnicamente non è il loro lavoro, le giocatrici non ricevono i contributi previdenziali (un problema “risolto” negli sport individuali con l’arruolamento nelle forze armate). E, dato che si allenano tutti i giorni per poter giocare ad alto livello, non possono permettersi un altro lavoro a tempo pieno. Date queste premesse, la mancanza di un contratto vero e proprio non è solo una questione di soldi, ma anche di qualità della vita durante gli anni in campo e dopo“.
Deve essere accaduto qualcosa che ha frenato lo sviluppo del calcio femminile in Italia. Nel luglio del 1970 allo stadio di Torino la folla sfondò i cancelli per vedere Italia-Danimarca, finale di un torneo presentato come campionato mondiale, ma senza nessuna parentela con la Coppa attuale della Fifa, lanciata solo vent’anni più tardi. Antonio Tavarozzi su la Stampa raccontava: “La fame di calcio è sempre viva per il tifoso italiano, non importa se in campo ci sono uomini o donne (…) Quasi 50mila persone hanno assistito alla partita, ma solo 24mila hanno pagato il biglietto. Gli altri sono entrati sfondando i cancelli, con il beneplacito delle forze dell’ordine e degli organizzatori una volta che tutti i tagliandi disponibili erano stati esauriti. Così l’incontro ha avuto una cornice da fantascienza, se si pensa che a giocare erano delle ragazze pressoché sconosciute“.
Lo spirito del tempo | Ma il Corriere della sera poteva raccontare tutto così: “Con così pochi anni di vita, il calcio femminile ha già le sue stelle, soprattutto Patrizia Rocchi, milanese, forse meno brava, ma certo più bella di tutte le altre: dicono che volessero ingaggiarla per un campionato in Corea, con favoloso ingaggio. La capitana della squadra, Elena Schiavo, ventunenne, udinese, è l’unica delle sedici ragazze della rosa che faccia la calciatrice di professione a centomila lire al mese. […] A titolo di curiosità, aggiungeremo che la pratica del calcio non sembra incidere negativamente sull’aspetto fisico delle giocatrici, che non hanno affatto quelle gambe tozze ed eccessivamente muscolose comuni a molti loro colleghi maschi. Anche se nessuna delle ragazze – e non sembri poco cavalleresca l’osservazione che è soltanto cronistica – può essere definita proprio una bellezza”.
Gli ultimi Mondiali hanno dato l’impressione che fosse alle porte una svolta ulteriore. L’estate scorsa sul Foglio Simonetta Sciandivasci ha scritto: “E adesso? È stato bello? Affermativo, certamente, e per certi versi è stato pure istruttivo: per le agnostiche del calcio è stato un bel modo di capire che il calcio è una noia mortale indipendentemente dal sesso di chi lo gioca. Per certi altri versi, invece, è stato molto poco paritario: innanzitutto, niente bandiere dell’Italia per strada, ai balconi, nei bar, nei ristoranti, nelle bocciofile, e dire che siamo un paese sovranista […]. Ci mancherà? No, neanche un po’, e qui veniamo alle cose paritarie: il sollievo che sia finalmente tutto finito è identico a quello che si prova, naturalmente se si è agnostiche del calcio, quando finisce il Mondiale dei maschi, o la Champions and so on. Tuttavia, e torniamo alle cose impari, questa è diventata una delle cose che le donne non dicono“.
> Un nuovo vocabolario per lo sport
Come il resto della società italiana, anche lo sport ha un’esigenza nuova: rivedere una parte del suo lessico. È stato lampante durante l’ultima estate, quando in una telecronaca di pallanuoto femminile si è sentito parlare di azione a uomini pari e con l’uomo in più. Non è una disciplina nuova, la pallanuoto femminile, ma è presentissima tra noi l’urgenza di ridefinire il ruolo della donna. Certi dettagli raccontano le rivoluzioni meglio degli editoriali. Ai Mondiali femminili di calcio si è dibattuto sull’opportunità di usare la parola portiera anziché portiere. Se n’è occupata in modo molto alto Giulia Siviero sul Post. Chi si diceva contrario, la trovava cacofonica. Ma una cacofonia nasce da uno scarso uso. Finché non si usava, anche il sostantivo sindaca ci pareva assurdo. A complicare la scena è poi giunta una sensibilità femminile, chissà quanto minoritaria, che chiede per sé il sostantivo al genere maschile. Laura Giuliani ci tiene a essere chiamata portiere e non portiera, Augusta Montaruli in Parlamento vuole essere deputato e non deputata. In ogni caso, la pallanuoto può chiamare superiorità numerica l’uomo in più, e almeno questo dibattito finirebbe qui.