Quale Napoli esiste adesso intorno al Napoli
Trentatré anni di attesa e un giorno in più, con la partita forse decisiva slittata da oggi a domani. I giornali di ogni parte del mondo hanno inviati a Napoli. Ieri il Financial Times indagava sui motivi dell’Evento, una troupe danese è andata nella redazione del Mattino, i francesi de l’Équipe hanno due pagine sul “terzo titolo che scandisce anche la trasformazione di una città, diventata una delle mete turistiche più ambite”.
Ora, a parte la foto alla vecchina sdentata che regge la bandiera del Napoli con il numero tre inciso dentro lo scudetto – non c’è una sola donna dai 70 in su che nelle foto abbia i denti, a Napoli – anche dalla Francia si preoccupano di mostrare uno scudetto diverso, uscito dai cliché – e forse a dirlo e ridirlo, già questo è diventato un nuovo cliché.
Valentin Pauluzzi racconta di aver sentito le note di ‘A voce ‘e mamma, “uno dei classici del repertorio napoletano, di Claudio Villa” [ehm] da uno smartphone “sepolto nella tasca interna di una giacca appesa alla porta di un vecchio fabbricato di pescatori”, al rione Mergellina, sulla minuscola spiaggia dei Tre Scalini. Gli serve per dipingere nel suo pezzo quella che chiama “la Napoli delle cartoline, solare e melodiosa, spesso accompagnata da riferimenti calcistici, l’asino, ‘o ciuccio, il simbolo del club, e naturalmente Diego Armando Maradona, orgoglio napoletano nel mondo”.
I TURISTI
Ecco, dice L’Équipe, questa Napoli pare differente dalla città che secondo l’Istituto Demoskopika ha accolto nel 2022 circa cinque milioni di turisti, con le previsioni di un aumento del 12% per quest’anno. “Una volta giunti a Roma e averla visitata – scrive Pauluzzi – il riflesso del turista non è più quello di prendere un treno per il Nord, verso Milano o Venezia”.
Il boom è cominciato un po’ per caso, perché quando il Caso di mette la mano in genere lascia il segno. L’incubo del terrorismo che seguì l’attentato al Bataclan mutò le rotte tradizionali del turismo nel Mediterraneo. Meno Sharm, meno Tunisia, qualcuno fu bravo a far puntare le prue delle navi verso Napoli.
Nel week-end di Pasqua hanno soggiornato in città 220mila visitatori, anche perché “i risultati della squadra hanno alimentato da qualche mese più interesse per questa città piena di nastri, bandiere, murales, sagome di cartone in bianco e azzurro, sia nei quartieri più frequentati che in quelli periferici, in qualche caso non ancora recuperati”.
L’INCOMPIUTA
È il caso di Bagnoli, di quest’area gigantesca dove la dismissione della fabbrica Ilva-Italsider doveva produrre un grande lavoro di trasformazione urbana su 2 milioni di metri quadrati, ma dove la riqualificazione si è limitata a produrre un pontile per una passeggiata sospesa sul mare. È meraviglioso, in effetti. Andateci appena potete. È un piccolo paradiso dei perditempo e dei runner, 700-800 metri che puntano verso Ischia, con la sagoma di Nisida sulla sinistra, il Monte di Procida a destra, il vento che sbatte sempre in faccia. Ma altro non c’è: né gli alberghi promessi, né la cittadella dello sport, né un lavoro che sia proporzionale alla mole di discussioni in consiglio comunale e sui giornali a proposito della rimozione della colmata a mare, il disegno di una nuova linea di costa, un nuovo piano regolatore, le insidie di andare a scavare e sollevare l’amianto sepolto. Sul pontile, a dirla tutta, non c’è nemmeno un bar. E allora aspettiamo, come sempre, aspettiamo qualcosa, il Grande Evento, seguendo la traccia di Nicola Pugliese nel suo romanzo Malacqua, il Godot napoletano, uno dei cinque romanzi più lucidi sulla città. I trentatré anni di Bagnoli cadranno nel 2025. Ma la sua riqualificazione è perfino più improbabile di quanto fosse un terzo scudetto.
I GRATTACIELI
Oppure prendiamo il Centro direzionale – e qui torniamo a L’Équipe – uno dei simboli del dinamismo Anni Ottanta, quando venne progettato mentre la città era sotto lo scacco di una guerra di camorra, eppure era potente, aveva ministri e sottosegretari nei pentapartito al governo della Prima Repubblica. Fu sotto l’ombrello di questa tutela politica che il Banco di Napoli sostenne l’operazione di finanziamento dell’acquisto di Maradona. Fu con la caduta di quel mondo, travolto da Tangentopoli, che iniziò il declino finanziario del club, senza più riferimenti e protezioni fra i notabili dc, un giorno all’improvviso esposto alle richieste degli istituti di credito che esigevano il rientro di certe cifre, diverse svariate decine di miliardi. Il Centro Direzionale doveva essere un business district, così lo chiama il giornale francese, ma è stato “contaminato dalla proverbiale incuria, tra parcheggi sotterranei trasformati in squat, scale mobili rotte, aiuole invase dai rifiuti. I tanti cartelli affittasi appesi alle finestre degli uffici vuoti lasciano pochi dubbi sul fatto che le sedi delle grandi aziende italiane siano rimaste davvero a Milano o a Roma”.
L’INNOVAZIONE
E tuttavia, la Apple ha scelto Napoli come sede della propria Academy, la seconda al mondo dopo quella di Brasilia. È dentro il polo tecnologico dell’Università Federico II, nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, un tempo lato del “triangolo rosso” che in periferia portava voti al PCI, poi detto il Bronx, adesso con la suggestione di diventare la Silicon Valley del sud, nell’ex area della fabbrica Cirio dismessa, dove nella scia della mela di Jobs sono arrivati Cisco, Deloitte e Accenture, Tim, Autostrade, Ferrovie, Leonardo. In città sono presenti 1.400 startup innovative, il 10% del totale d’Italia. Sono eccellenze nascoste sotto una coltre di mozzarelle di bufala, pizze e sfogliatelle.
Se Steve Jobs fosse nato a Napoli
Era un pomeriggio di gennaio, quando pure a Napoli capita di incocciare in un muro di freddo. Fuori facevano due gradi e quel sole mite che anche in inverno riscalda le mattinate in via Toledo era appena scivolato dietro i palazzi. Stefano Lavori e Stefano Vozzini, compagni di banco alle superiori, e poi amici inseparabili dopo il diploma, si erano incontrati fuori del bar della piazzetta dell’Augusteo, come facevano tutti i pomeriggi.
Lavori si alzava ogni giorno alle sei per uscire con il padre, che aveva un banco di abbigliamento itinerante e girava con un furgone bianco. Lo portava nei mercati rionali di Napoli e della provincia. Il martedì a Marano, il mercoledì a Mugnano, il sabato a Chiaiano e via così. Ogni giorno un luogo diverso. Vendevano maglioni, camicie, jeans, giacche di pelle: tutto economico. Nel furgone stipavano ceste di vestiti e transenne di metallo che diventavano basi su cui poggiare cassettoni che riempivano di panni da vendere. Padre e figlio passavano al mercato tutta la mattina; a pranzo mangiavano insieme e poi smontavano. Tornavano a casa, nei Quartieri Spagnoli, verso le quindici e se ne andavano diritto a dormire. Alle cinque, Stefano Lavori scendeva con la faccia che sapeva di sapone.
di antonio menna. Se Steve Jobs fosse nato a Napoli [Sperling & Kupfer, 2012]
LA DIMENSIONE POP
Il neo-turismo napoletano deve molto alle serie tv, finanche a Gomorra, che una quindicina d’anni fa il sindaco Iervolino accusava di aver corrotto l’immagine della città.
“L’ufficio turistico – dice l’Équipe – ha quasi trasformato la cattiva reputazione delle vele di Scampia in una risorsa, anche se non vi fa mai riferimento, preferendo evidenziare Elena Ferrante, autrice della tetralogia L’amica geniale, un vero e proprio tuffo nella Napoli disagiata degli anni 50. Le giovani eroine Lenù e Lila – continua Pauluzzi – sono serie candidate a entrare a far parte della ristretta cerchia di ambasciatrici della città, come sui muri scheggiati sono gli attori Totò, Massimo Troisi, Sofia Loren, Bud Spencer, il cantante Pino Daniele. Una cultura pop che include anche i calciatori”.
A un’analisi così – e viene dall’estero – che gli vuoi dire?
Giovanni Gugg, docente di Antropologia culturale alla Federico II, spiega ai francesi che «una vittoria sportiva non cambia la città, ma la voglia di riscatto è evidente, la necessità di sentirsi sul gradino più alto del podio va oltre lo sport. Napoli è una città diversa dall’ultimo titolo, o forse è la stessa città con una grande capacità di mutare forma. Se è così, allora la domanda da porsi è se questa metamorfosi sia quella di un serpente che cambia pelle o quella di una crisalide che diventa una farfalla».
DICONO DI NAPOLI
Il Foglio Sportivo: “Dove c’era Diego adesso c’è Di Lorenzo e Napoli canta” – Luciano Spalletti a sorpresa lo ha voluto capitano. È l’immagine di una squadra così diversa da quella di Maradona
Giuseppe Pastore scrive: “Il terzo scudetto ha preso la lista dei secolari luoghi comuni su Napoli e sul Napoli e l’ha accartocciata come si fa con lo scontrino della tintoria. Una città in cui è impossibile programmare, un allenatore che non vincerà mai niente le cui squadre si squagliano a primavera, un ambiente immaturo. Di Lorenzo, in particolare, simboleggia la sconfessione di uno dei cliché più insidiosi e auto–assolutori: Napoli città individualista, in cui non si fa sistema né massa, ogni tanto devota a qualche dio che passa senza sostare troppo a lungo. L’immagine del Napoli di Spalletti e Di Lorenzo è l’antitesi di quella del Napoli di Maradona, che ha ingiustamente dimenticato i nomi dei due allenatori (Ottavio Bianchi e Albertino Bigon) che vinsero il tricolore, fagocitati dalla narrazione diego-centrica”.
La Stampa: “Ricomincio da tre” – Giulia Zonca scrive: “Ognuno cura un pezzo di orgoglio, è un disegno capillare, anche per tenersi occupati mentre il tempo si muove lentissimo e non va sprecato. Riempire di celeste un sampietrino, scrivere la formazione sulla saracinesca del garage, inchiodare sciarpe all’insegna, mantenersi vivi e non uscire di testa proprio nel mezzo del conto alla rovescia. … Sono passati molto più di 33 anni qui perché i due scudetti dell’era Maradona erano contro il sistema, erano da sbattere in faccia al mondo convinto che da queste parti fosse tutto pericolo e camorra. È ancora Gomorra, contraddizioni portate con consapevolezza, ma è pure tour di americani sulle strade dei romanzi di Elena Ferrante, copertine di Topolino, gite scolastiche che si muovono in torpedone per il Rione Sanità, a fotografare graffiti dove, un tempo, certe guide straniere sconsigliavano il passaggio. È una Napoli che piace e chiama, una città che stavolta condividerà il tripudio con chi la attraversa e che sull’altare del terzo scudetto ci mette un pezzo di reputazione. Se davvero Napoli è cresciuta non passerà dall’estasi all’esplosione. … Più di 30 anni fa i pronostici sono saltati, stavolta sono stati forzati stagione dopo stagione perché questo è un altro Napoli per un’altra Napoli che adesso dipinge le strade e domani le stravolgerà e se riesce a farlo senza danni, allora forse è più di uno scudetto”.
Repubblica: “I giorni di Napoli e del Napoli. Il terzo scudetto insegna: si può essere felici in due” – La guerra di camorra nell’era di Diego. Il fallimento del club nel rinascimento di Bassolino. Ora finalmente l’ascesa del calcio coincide con quella della città
Corriere dello Sport-Stadio: “C’è qualcosa di nuovo oggi in città” – Alessandro Barbano scrive: “Che cosa racconta questo scudetto? In un certo senso uno strappo rispetto alla crisi cronica della città e al suo mito noir. Il successo dei ragazzi di Spalletti è un punto di discontinuità con la recente storia di Napoli e con la sua attuale marginalità nel Paese. Perché è un’impresa del fare, visionaria e razionale insieme. … Maradona riscattava la subalternità di Napoli assediata dalla camorra e funestata dal terremoto, tradita dall’esito fallimentare dell’interventismo pubblico e dalla crisi della prima repubblica, che era anche eclissi della classe dirigente meridionale. Osimhen e Kvara non hanno nulla da riscattare, poiché Napoli oggi non è una periferia della nazione, ma piuttosto un’isola che vive di tempi e attese non più in connessione con il resto del Paese. Nelle forme dell’arte popolare e della comunicazione Napoli ricorre come eterna replicazione di una rivoluzione fallita che diventa mitologia del negativo, per usare una felice metafora di Raffaele La Capria. Gran parte di ciò che la napoletanità porta al successo negli ultimi anni è immagine sovraesposta degli eccessi e dei difetti di un’identità eletta a simbolo. Per questo la manutenzione dello scudetto chiama a una responsabilità ancora maggiore i suoi artefici, e cioè la società, la squadra, il tecnico, i tifosi e tutta la città. Il miglior modo per assolverla è non pensarla come una rivincita, meno che mai come un risarcimento. Ma piuttosto come un inizio di qualcosa di assolutamente inedito nel passato prossimo di Napoli. Da cui possono sbocciare altre sorprese”.
letture I napoletani senza Napoli
“Stiamo arrivando, non fate festa senza di noi. Noi siamo gli espatriati, non conta dove – da Roma a Londra, da Rio de Janeiro a New York, da Milano a Francoforte il napoletano torna a Napoli per vivere la gioia unica dello scudetto. Torniamo solo a Natale, a volte a Pasqua, a volte no. La frase in codice fra noi: “A Natale vai a’ casa?”, anche se poi una casa non c’è più, perché con gli anni i genitori muoiono e le amicizie si allentano. E se non ci mettiamo in viaggio, ordiniamo pastiere e casatielli via corriere e guai a mangiare di grasso la vigilia. “Casa” è Napoli e basta. La radice è recisa, però è ancora viva.
Ma c’è un altro “tipo” di napoletano. Siamo noi, quelli che restano a casa, davanti al televisore. Per il napoletano emigrato il Napoli è perfino più importante di Napoli. Non ci vedete in tribuna a Sassuolo, Torino, Milano, Verona, Amsterdam e Francoforte? Siamo migliaia – non i sei milioni di cui straparla qualcuno, ma comunque molti – e cerchiamo di raccontare ai nostri figli una memoria di Napoli che è largamente più positiva della realtà, mentre cerchiamo di sorvolare su tutto ciò che è “scuorno”. Non sventoliamo bandiere, portiamo volentieri sciarpe e giubbini azzurri, rispettiamo le regole del vivere civile che abbiamo imparato – prego i “rimasti” di contenere il furore – a rispettare.
Non verremo a Napoli e non perché la nostra gioia non sia incontenibile come la vostra. È la scelta di non stare nel frastuono della città: a Napoli ci sono troppi “segni”, in senso semiologico, stordiscono. E questa scelta ha un costo, si perdono le emozioni vive. Vorremmo che i nostri concittadini si convincessero che non esiste una sola forma di “identità” e un solo tipo di amore per le radici – ce n’è un altro che rifiuta la mistificazione amorosa della Napoli città speciale e superiore alle altre. È come se a Napoli voi steste mangiando un sanguinaccio con troppo sangue e poco cioccolato, e a noi quel sapore non piace più. Gli striscioni con lo stemma borbonico ci disturbano, i richiami a una identità che sa di localismo inferocito ci danno i brividi. Lo scudetto non vale l’unità con gli scarti sanfedisti. Eppure noi continuiamo ad amare. Piangiamo due volte: perché il Napoli vince e perché Napoli non è come noi l’abbiamo sempre sognata. Ma comunque quando canterete allo stadio, fate come se in mezzo a voi stessi pur’io”.
di vittorio zambardino, Corriere del Mezzogiorno, ieri
parole Cosa dice il sindaco Gaetano Manfredi
➣ Quanto è cambiata dagli scudetti maradoniani?
«È molto diversa, è un’altra Napoli. Si è fatta internazionale grazie al numero ormai considerevoli di napoletani che hanno studiato all’estero, tanti giovani che si sono mossi. Hanno ridato alla città la globalità che le appartiene».
➣ Quando gli stranieri hanno iniziato a trovare Napoli più brillante che pericolosa?
«Prima c’era una narrazione sulla paura superiore alla realtà, la svolta viene dalla riqualificazione di zone difficili: la Sanità, i quartieri Spagnoli, Forcella, persino Scampia. Erano aree con sacche di criminalità notevoli e marginalità sociale e sono sinonimo di rinnovamento. Oggi gli stranieri comprano casa ai Quartieri Spagnoli».
➣ La festa scudetto è un banco di prova per Napoli?
«Siamo sotto i riflettori. Non aspettiamoci un party britannico, non saremmo noi, ma confido nel fatto che non ci siano eccessi».
➣ La maschera di Osimhen è una protezione o un legame con Pulcinella?
«Il legame esiste, nella sua maschera c’è l’eroe popolare che sta nel Dna napoletano, che lui lo sappia o no non è importante. Vedo bambini che girano con quella maschera, la sua e pure quella di un personaggio capace di richiamare Napoli nel mondo: una sovrapposizione romantica». – intervista di giulia zonca, la Stampa
voci Cosa dice lo scrittore Marco Ciriello
➣ Trentatré anni dopo, che città era e che città è?
«Completamente diversa. Trentatré anni fa si parcheggiava in piazza Plebiscito, il simbolo della rinascita, era la città di “Mi manda Picone”. Certo la Napoli di Maradona era più vivace, più violenta, più selvaggia. Oggi è più educata, più sistemata, più globalizzata e ha perso un po’ della sua fantasia. Maradona aveva creato una bolla che copriva tutto e adesso è come se Diego consegnasse lo scudetto a Osimhen. Negli striscioni, nei cori c’è la cultura napoletana degli anni ’80, da Massimo Troisi a Pino Daniele, che hanno preso il posto di Totò ed Eduardo. La cosa curiosa è che il secondo scudetto non se lo ricorda nessuno, non ne parliamo mai».
➣ Dopo Ottavio Bianchi, bresciano, e Alberto Bigon, padovano, ci voleva un toscano per rivincere lo scudetto a Napoli?
«Sì, perché per guidare la squadra e vincere ci vuole una certa distanza da Napoli. Sofia Loren, forse l’attrice italiana più importante del Novecento, è dovuta andare via da Napoli, gli stessi Troisi e De Crescenzo hanno dovuto prenderne le distanze. Napoli è una mamma oppressiva che se ci stai troppo insieme ti stritola. La leggono meglio quelli che vengono dall’hinterland, da fuori le mura e credo che sarà sempre così. Forse l’unico allenatore napoletano potrebbe essere Cannavaro, ma è ancora acerbo».
➣ Quando è stata posata la prima pietra di questa vittoria?
«Con Benitez. L’allenatore spagnolo sta a Napoli come Croce sta alla storia d’Italia. Quando allenava qua scriveva sull’Independent paginate intere su Napoli e dintorni – la reggia di Caserta, Pompei – raccontando agli inglesi quello che vedeva. Non era solo l’allenatore del Napoli, era diventato il nostro ambasciatore nel mondo. Ha faticato a entrare nelle grazie dei napoletani, non è stato facile, ma è stato molto bravo. Voglio ricordare anche Mazzarri, il primo che ha fatto intravvedere la possibilità di vincere, ma aveva tanti limiti».
➣ Pregi e difetti di Spalletti?
«Difetti? Quel suo tenere a bada, come se fosse un colono inglese e noi l’India d’Italia, ci trattano tutti un po’ così e questo non mi piace. Spalletti, però, meritava di vincere già quando è tornato a Roma, ha fatto benissimo e forse quella mancata vittoria ha scatenato in lui recriminazioni e atteggiamenti sbagliati, come quando rincorre Allegri per dargli la mano. Spalletti è come un patriarca, dovrebbe smettere di polemizzare ogni volta, quando vince e quando perde, il suo ruolo è quello di gestire dei ragazzi e non parlo solo dei giocatori del Napoli. Io ho sempre creduto che da un giocatore medio possa venire fuori un allenatore bravo, però in campo non c’è solo la tattica ma anche tanta emotività, allora è meglio un gesto in meno che uno in più, stai dominando la stagione, mettiti in pace. Come quando dice ai ragazzini di andare a scuola, come se Napoli fosse il terzo mondo».
➣ Nord e Sud, anche il calcio è lo specchio del Paese?
«Non ho mai creduto nel riscatto sportivo del Sud contro il Nord. C’è il Catania, il Catanzaro promosso, adesso il Napoli, ma un titolo non è una rivincita, quella la fai con un ciclo. Rivincita è dare un’occasione a tutti e poi da cosa dovrebbe riscattarsi il Sud? Lì dove io vedo più futuro che per il Nord: l’arretratezza selvaggia preserva il carattere delle persone. L’Italia intera dovrebbe settarsi su Mennea, l’uomo del Sud che si sacrifica per vincere diventando italiano. Anch’io desidero un Sud senza mafia e senza emigrazione, ma c’è un Sud che accoglie e un Nord che respinge. Le vittorie non spazzano via il razzismo né i problemi».
➣ Napoli-Italia che rapporto è stato, che rapporto è?
«C’è una Napoli aristocratica che storce il naso quando sente il nome di Garibaldi, che si sente derubata dall’Italia, che rimpiange il non essere più capitale del Regno delle Due Sicilie. Però, come ho accennato, il napoletano non crede a niente, recita delle parti, come i lazzari che si lavano le mani con il limone prima di incontrare i francesi per non far sentire l’odore della polvere da sparo; quella è la Napoli che recita a soggetto. Di contro c’è una Napoli che ha accolto e amato Caravaggio, Leopardi e Anna Maria Ortese, tre ‘stranieri’ che trovano pace qui. A Napoli, per esempio, Caravaggio trova una dimensione amorosa pacifica, fugge dal padre e trova l’amicizia, ha una taglia sulla testa ma nessuno se lo canta. La Ortese critica Napoli ma riesce a vederla come nessun’altra. Tutti e tre hanno trovato qui la propria dimensione. Un episodio: durante le quattro giornate i tedeschi furono attaccati da tutta la città e quando questi vollero trattare e cercano il capo non c’è, era un movimento anarchico, era tutta la città che gli aveva detto: “ve ne dovete andare”. Questa è Napoli».
➣ Pregi e difetti di Napoli?
«L’esagerazione, nel bene come nel male». – intervista di francesco caremani, The SpoRt Light [ci si abbona qui]