Mettiamola così: tu sei un nero a Boston
Non c’è bisogno che ti aiuto io per farti fottere
Dal film The Departed
Dieci anni fa due bombe piazzate nei pressi del traguardo della maratona di Boston, in Boylston Street vicino a Copley Square, causarono la morte di 3 persone, tra cui un bambino di 8 anni, e il ferimento di altre 264. Dopo le edizioni tenute con le restrizioni per la pandemia, domani si torna su quelle strade nel ricordo dell’attentato, attribuito ai fratelli ceceni Tsarnaev. Tamerlan, 26 anni, rimase ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia, Dzhokhar all’epoca 19enne è stato arrestato e condannato a morte. L’esecuzione era stata cancellata nel luglio 2020, due anni dopo è stata ripristinata su richiesta del presidente Donald Trump. La Corte costituzionale sta esaminando tuttora 4 ricorsi legali. La sindaca di Boston Michelle Wu, che nel 2013 stava correndo la sua prima maratona, ha partecipato a una cerimonia di commemorazione con la governatrice Maura Healey.

Il ritorno alla maratona dopo una foto
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Quando il dito scattò e scattò e scattò, John Tlumacki non aveva visto la sua faccia. Aveva nell’obiettivo solo un corpo accartocciato a terra, ai piedi suoi e degli agenti di polizia. È la foto che sta qui sopra, l’immagine simbolo dell’attentato alla maratona di Boston. Tlumacki era in strada per lavoro. È un fotoreporter del Boston Globe e prima di tornare domani in strada, sentiva che gli toccava fare un viaggio, cercare quel signore di 78 anni caduto sull’asfalto allo scoppio della prima bomba su Boylston Street, vicino al traguardo, quando i vincitori erano già arrivati da due ore. Aveva istintivamente iniziato a scattare. Bill Iffrig indossava una maglietta arancione, aveva tre agenti davanti a sé, uno con una pistola spianata. Lo aiutarono a rialzarsi, a passare il traguardo.
Tlumacki andò avanti, continuò a scattare foto ai feriti e Bill non lo ha mai più incontrato. Fino a qualche giorno fa, quando è volato a Marysville, nello stato di Washington, per conoscerlo, per vedere finalmente la sua faccia, per fotografarlo di nuovo dieci anni dopo.
Suo figlio Mark conserva su una scrivania una copia incorniciata della foto, finita a suo tempo sulla copertina di Sports Illustrated. Bill vive con sua moglie Donna, entrambi soffrono di demenza senile. Quando Mark ha ricevuto la telefonata del fotografo, gli ha detto che non poteva sapere le condizioni in cui sarebbe stato il padre al suo arrivo.
Tlumacki stesso ha raccontato in prima persona per il Boston Globe quest’incontro, dieci anni dopo.
“Ho portato con me la stessa fotocamera Canon e lo stesso obiettivo con cui avevo fotografato Bill e i poliziotti nel 2013. Sorprendentemente funzionano ancora, anche se da allora sono passati altre migliaia di scatti. Attraverso alcune porte chiuse, Mark mi ha scortato negli alloggi dei suoi genitori. Ho visto Bill mentre la porta si apriva. Era seduto su una sedia a rotelle accanto a un tavolo con la copia incorniciata della foto. La sua testa era china nel sonno. Mentre sollevavo la macchina fotografica, Bill ha alzato lentamente il capo. Era come intontito. Quando mi ha visto, mi ha fissato per un momento e poi ha allungato la mano sinistra verso la copertina di Sports Illustrated. Ha appoggiato la mano lì, in un’apparente silenziosa conferma che sapeva chi io fossi”.
“Mi sono concentrato sul volto scolpito di Bill e come dieci anni fa ho scattato, sul volto di un uomo determinato, un uomo diverso. Il vecchio corridore della mia foto ora è un uomo incapace di stare in piedi da solo. Indossa scarpe da ginnastica con la chiusura in velcro, i suoi piedi sono appoggiati sul pavimento. Chiude gli occhi. Li riapre. Mi rendo conto che sa che sono qui. So quanto sia difficile per lui, so quanto sia difficile per me. Quando ho parlato con Mark di suo padre, delle sue sfide, del suo futuro, ha trattenuto le lacrime e mi ha detto che era il momento del caffè e delle ciambelle.
«Papà, sei pronto per la ciambella?» gli ha urlato. Lo ha fatto sedere accanto a me al tavolo della cucina e abbiamo mangiato e bevuto insieme. Abbiamo riso e guardato le foto che Mark aveva di suo padre quando ha passato il St. Helens Mount, prima che scoppiasse la bomba
Ha significato molto per me fotografare di nuovo Bill. Nel tempo trascorso a scattare, ascoltare e parlare, ho sentito di aver chiuso un cerchio con la maratona di Boston.
Ho fatto un viaggio lungo per scattare una fotografia semplice a un uomo che è stato un’ispirazione. Ho stretto la mano a Bill e sono andato via. Spero che abbia capito quanto lo ammiri e come quella fotografia non svanirà mai dai nostri ricordi”.
Il ritorno alla maratona dopo un infarto
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Se un giorno Meghan Roth immagina di tornare a correre di nuovo alla maratona di Boston, non è per l’idea di conquistare Heartbreak Hill o per arrivare al traguardo. È per il pensiero di rivedere quel passaggio a 7,4 miglia, dove il suo cuore si è fermato durante la corsa del 2021. Lan sua storia è raccontata da Cindy Boren sul Washington Post. È stata una delle edizioni organizzate con le restrizioni della pandemia, spostata in autunno e nel mese di ottobre. Roth perse i sensi, andò in arresto cardiaco, sbatté contro un marciapiede. Ebbe la fortuna di essere circondata da una squadra di pronto soccorso improvvisata, formata proprio per accorciare il più possibile i tempi di un’emergenza. La runner del Minnesota venne portata in ospedale, dove le è stato impiantato un defibrillatore cardioverter impiantabile. Pochi giorni dopo era a casa.
Roth ha ripreso a correre e ad allenarsi, quest’anno non se la sente ancora di tornare alla maratona con un pettorale, conta di farlo nel 2024, ma nel frattempo sarà a Boston per una campagna di sensibilizzazione sull’importanza dei corsi di formazione per il pronto intervento. La sua vita è stata salvata così. Quel giorno era una madre 34enne di un bambino di 10 mesi, alle prese con una gara che immaginava potesse essere il primo passo di una nuova carriera, dopo la qualificazione olimpica ottenuta nel 2019.
«Ripensavo a tutto il lavoro fatto tornando dal parto – ha detto al Washington Post – ero entusiasta, sarebbe stato il modo peggiore di morire. Quello che mi è successo è ancora un mistero. Abbiamo fatto ulteriori test, tutto è tornato in regola, i dottori dicono che il mio cuore è sanissimo e forte. Non nulla di cui preoccuparmi e nulla da temere nel tornare a correre».
Il ritorno alla maratona dopo lo shock
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Il New York Times ha raccolto ricordi e testimonianze di donne e uomini presenti a Boston dieci anni fa.
Dave Fortier, 57 anni, fondatore di One World Strong: «Ero al posto sbagliato nel momento sbagliato. Stavo per finire la corsa. Per diversi secondi non ho saputo di essere stato colpito, il mio corpo era pieno di dolori. Non avevo mai corso più di 20 miglia. Non riuscivo a sentire niente, solo un ronzio nelle orecchie, non è mai più andato via. Ci sono diversi secondi che non ricordo. E poi diverse persone in giacche gialle, sentivo pulsare il piede. C’era un buco nella scarpa, una pozza di sangue, e lentamente tutto è tornato a fuoco. La mia famiglia era su Boylston Street ed era tutto ciò a cui pensavo. Non mi sono reso conto di aver finito la maratona finché non sono arrivato in ospedale e ho ricevuto l’e-mail automatica dell’organizzatore che lo attestava. Non ricordavo di aver oltrepassato il traguardo. Se sei un sopravvissuto e sei rimasto ferito, ricevi un pettorale automaticamente ogni anno».
Meb Keflezighi, 47 anni, campione della maratona di Boston 2014: «Fu significativo vincere l’anno dopo, era una celebrazione della vita. Avevo programmato di correre anche nel 2013 ma mi sono infortunato, ero a Boston come spettatore. Così nel 2014 scrissi i nomi delle vittime sulla mia pettorina – Martin, Sean, Krystle, Lingzi – con un pennarello. Volevo rappresentarli nel miglior modo possibile. Quando il presidente Obama mi ha chiamato, ho capito quanto fosse stata monumentale quella mia vittoria».
Chris Troyanos, 66 anni, coordinatore medico della Boston Athletic Association dal 1996: «Abbiamo reagito come meglio potevamo. Al traguardo ero in una tenda medica in Dartmouth Street. Sono uscito quando ho sentito la prima bomba e poi è esplosa la seconda. Le persone erano nel panico, venivano verso di noi, c’erano fumo e odore di polvere da sparo. Avevamo una tenda enorme e le pareti si sono gonfiate, dentro e fuori, la gente non sapeva e non capiva cosa fosse successo, ci è voluto del tempo. Vedevo parti di corpi umani e sangue sul marciapiede. Tornare nel 2014 fu molto difficile per tutti noi. Di fatto era il ritorno sulla scena di un crimine».
Allison Elliot, 35 anni, spettatrice. «Avevo un collega che correva. Stavo giusto arrivando al mio posto per veder passare la corsa. Ho sentito un colpo di frusta al collo, una commozione cerebrale, ho perso l’udito, ho avuto delle ustioni alla faccia per i detriti. Ho provato a scappare e in quel momento è scoppiata la seconda bomba. L’anno successivo mi sono iscritta alla corsa ma non l’ho finita. Si può tornare in un luogo dove è successo qualcosa di orribile e trasformarlo in qualcosa di potente. Sono tornata ogni anno. Una volta c’era lo stesso clima di 10 anni fa e sembrava tutto uguale ad allora. Ma è stata una sensazione di pace».
Marc Fucarile, 44 anni, handbiker. «Eravamo andati a sostenere un nostro amico che correva nel 2013, un marine. Tutto il nostro gruppo è rimasto ferito, tre di noi su quattro hanno perso gli arti. Ho corso a Boston nel 2016 e nel 2017, per mostrare a mio figlio e alle persone che ci hanno sostenuto che potevo farcela. Sono ancora qui. Quando ho iniziato a uscire con la mia attuale moglie, Nikki, lei ha detto: Mi piacerebbe vederti fare una maratona. Le ho detto che se l’avessi fatta ancora una volta, sarebbe stato per il decimo anniversario. Non vedo l’ora di chiudere questo cerchio con la maratona di Boston. Ho smesso di concentrarmi su di me e voglio utilizzare tutto ciò che ho imparato negli ultimi 10 anni per concentrarmi sugli altri».
Chris Tarpey, 63 anni, volontario. «Ero solito fare volontariato al traguardo, leggendo le informazioni sui corridori. Vedere le persone alzare le braccia e baciare il suolo, era il momento preferito della giornata. Nel 2013 stavo aspettando che un’amica di mia moglie arrivasse. Eravamo a Hereford, Commonwealth Avenue, lei era in ritardo e così abbiamo iniziato a incamminarci verso il traguardo. Poco prima che la bomba esplodesse, si è aperto un punto sulla mia sinistra. Quella mossa avrebbe potuto salvarmi da lesioni più gravi, dalla perdita dell’udito e dalle schegge nella gamba. Non avrei mai pensato di correre la maratona, invece mia figlia è morta quel giugno in un incidente alle Hawaii. Ho provato a raccogliere fondi per una borsa di studio a suo nome. L’ho fatto per sei anni di fila».
Audrey Epstein Reny e Gillian Reny, madre e figlia, spettatrici.
«Eravamo in gruppo davanti a Marathon Sports. Gillian è rimasta ferita in modo più grave. Nove di noi hanno corso l’anno successivo. L’intera città sembrava conoscere qualcuno che era rimasto coinvolto. Volevamo trasformare una tragedia in qualcosa di positivo, non solo per la nostra famiglia, ma anche per restituire qualcosa ai medici che ci hanno salvato la vita. Non volevo che la mia vita fosse influenzata da questo evento. Ero giovane. Non sono riuscita a elaborare quello che era successo. Mi importava di andare al ballo di fine anno».
Sì, ma chi corre. La gente vuole sapere chi correeeee
L’attacco di Kipchoge al quinto titolo di Major su sei
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Corre il più grande maratoneta di sempre Eliud Kipchoge, per la prima volta a Boston, all’inseguimento di un altro frammento di Grande Slam, il successo nella quinta delle sei Major. Corrono cinque delle donne capaci di scendere sotto le 2 ore e 18 minuti, un muro che fino a due anni fa era stato abbattuto da sole otto atlete in tutta la storia.
Non ci sono lepri per Eliud Kipchoge. “È il Babe Ruth della maratona”, così lo definisce Jonathan Gault di Let’s Run. Ha vinto 17 delle sue 19 maratone, se si contano anche i due tentativi di scendere sotto le 2 ore. È il favorito. Con un paio di domande. La prima: come gestiranno le sue gambe il percorso ondulato di Boston, con un dislivello di 100 metri nelle prime quattro miglia, una risalita di 60 tra il miglio 16 e il miglio 21, altri 60 metri di discesa fino al traguardo. “Per vincere a Boston, soprattutto negli ultimi anni – sottolinea Let’s Run – devi essere in grado di resistere a queste prime 21 miglia di martellate nelle gambe, e poi volare in discesa verso il traguardo. Sappiamo che Kipchoge può chiudere le maratone a un ritmo alto, l’ha fatto a Rio e negli ultimi 12 km sul percorso olimpico di Sapporo. Ma nessuno di quei tracciati presentava qualcosa di simile alle colline di Boston. Non che Kipchoge non abbia esperienza di colline. Si allena sempre sulle colline a Kaptagat, casa sua, su un viale soprannominato proprio Boston. Ma non le ha mai affrontate in una maratona”.
La seconda domanda è se Kipchoge tenterà di battere il record del percorso, 2 ore 3 minuti e 2 secondi, appartiene a Geoffrey Mutai dal 2011.
Gli avversari non mancano. Il 34enne Evans Chebet è il miglior maratoneta del mondo dopo di lui. Non aveva mai vinto nelle prime 10 maratone corse in carriera, compreso un ritiro a Boston nel 2018. Ma è anche vero che in 6 di quelle 10 corse è arrivato secondo. A partire dalla maratona numero 11, la svolta. Una vittoria in 2 ore 5 minuti a Buenos Aires nel 2019 gli ha fatto trovare quel che gli mancava, così ha vinto cinque delle sue ultime sei maratone, comprese Valencia [2 ore e 3 minuti netti nel 2020], Boston e New York nello stesso anno, il 2022 [2 ore 6 minuti e 51, 2 ore 8 minuti e 41], una doppietta che nessuno realizzava da Geoffrey Mutai nel 2011.
“Uno dei campi di gara più belli mai riuniti a Boston”, dice Let’s Run. Ci sono cinque dei sei vincitori di una Major dell’anno scorso, l’unico assente è Amos Kipruto, che difenderà il titolo a Londra la prossima settimana. Il campo maschile comprende anche Gabriel Geay e Shura Kitata.
Tra le donne si è ritirata dalla lista iniziale delle iscritte la campionessa di New York, Sharon Lokedi, sostituita dalla star keniota Hellen Obiri, due volte campionessa del mondo in pista. Non c’era mai stata nella storia una maratona femminile con cinque partecipanti sotto le 2 ore e 18 e con 16 donne sotto le 2 ore e 21.
“È solo merito delle scarpe? O il campo partenti di Boston di quest’anno è davvero bello?”, si domanda Let’s Run. Risposta: Un po’ e un po’. Le cinque wonder women sono l’etiope Amane Beriso [“il suo 2:14 a Valencia è uscito dal nulla”], le kenyane Sheila Chepkirui, Joyciline Jepkosgei, Angela Tanui, l’israeliana Lona Salpetro.
in tv domani ore 15.30 Eurosport