Nell’America che ha appena assegnato i titoli universitari di pallacanestro, il dibattito sulla partecipazione delle atlete transgender alla scena dell’agonismo femminile incrocia una proliferazione di leggi statali, emanate per limitare la pratica alla base. Il magazine online Andscape ha dedicato un lungo servizio alla materia, chiedendosi quanto la scena sia compatibile con il titolo IX degli emendamenti sull’Istruzione, un atto legislativo fondamentale per l’equità di genere che compie cinquant’anni. Dice: “Nessuna persona negli Stati Uniti può, sulla base del sesso, essere esclusa dalla partecipazione, non ricevere i benefici o essere soggetta a discriminazione, nell’ambito di qualsiasi programma educativo o attività che riceve assistenza finanziaria federale”.
Lo spunto nasce dalla conferenza stampa tenuta prima della semifinale dall’allenatrice di Louisiana State University [LSU], la squadra che poi avrebbe vinto il torneo. Kim Mulkey ha riflettuto sulla sua dolorosa esperienza infantile di esclusione. Esclusa perché era una ragazza. All’età di 60 anni, Mulkey ha detto che ricorda ancora la sofferenza. Mulkey ha potuto avere una straordinaria carriera da atleta, in gran parte grazie al titolo IX, introdotto quando lei aveva 10 anni. Si sono aperte opportunità, lei ha giocato da playmaker con Louisiana Tech University, ha vinto due campionati nazionali.
Dal 1972, Mulkey ha potuto assistere alla crescita degli sport femminili. La partecipazione è aumentata, le opportunità e l’accesso illimitato allo sport per ragazze e donne sono diventate la norma.
William C. Rhoden allora si domanda: cosa fa il Titolo IX per le atlete transgender? Con una immagine felice, definisce la questione dell’inclusione “un amaro tiro alla fune”, che ha contrapposto la legge federale a legislature statali aggressive, mettendo alleati tradizionali ai lati opposti. Venti stati hanno approvato leggi che impediscono a studenti transgender di partecipare allo sport seguendo l’identità di genere non biologica.
“Il titolo IX – chiede – accoglierà le transgender come la legge del 1972 accoglieva le atlete?”.
Andscape ne ha parlato in questi giorni con tre coach presenti alle Final Four: la stessa Mulkey, Dawn Staley [Carolina del Sud] e Kenny Brooks [Virginia Tech].
Il parere di Mulkey è che sia necessario creare una categoria a parte. Ha detto «spero di rispondere in modo sensibile, perché penso che tutti noi conosciamo qualche transgender» e poi l’ha motivato così: «Debbie Antonelli, opinionista di basket, ha un bambino con dei bisogni speciali, e per queste persone abbiamo delle Olimpiadi speciali, vero? Abbiamo trovato un posto in cui competono. Credo che con il tempo avremo un campionato o qualcosa del genere per gli atleti transgender. Sono sensibile alle esigenze di una parte, ma anche a quelle dall’altra».
Kim Mulkey è considerata negli USA un’allenatrice divisiva. Così l’ha definita il New York Times in un ritratto a lei dedicato dopo il successo nel torneo. Molte giocatrici ne apprezzano – diciamo così – la franchezza e l’approccio duro. Tranne Brittney Griner, la giocatrice finita in carcere in Russia e liberata dall’amministrazione Biden con uno scambio di prigionieri.
Mulkey è stata la sua allenatrice universitaria a Baylor, dove ha vinto tre titoli. Griner si è sempre detta irritata di fronte ai consiglio di Mulkey, che la invitava a nascondere la sua omosessualità mentre giocava per una scuola di forte impronta religiosa. La loro relazione è stata messa alla prova quando Griner è stato arrestata. Durante una conferenza stampa a settembre, Mulkey ha interrotto la domanda di Cory Diaz del Daily Advertiser: «Non credo di aver sentito nulla da lei su…» | Mulkey ha risposto: «E niente sentirai».
Griner raccontò di essere stata esortata da Mulkey a coprirsi i tatuaggi e a cancellare dai social tutto ciò che fosse riconducibile alle sue relazioni sentimentali con altre donne: «Tienile dentro le porte chiuse».
Durante la detenzione in Russia, non ha mai parlato di lei. Due ex giocatori di Baylor l’hanno criticata per questo. Ma la maggioranza delle sue giocatrici la adorano, come ha detto Angel Reese: «Perché non è ipocrita. Certe volte hai bisogno di qualcuno che ti umili».
Il parere di Brooks, l’unico capo allenatore afroamericano di una squadra di basket femminile presente nella Conference 5, è di parere diverso. «Come uomo nero, dopo tutto quel che abbiamo passato per arrivare dove siamo, come potrei ostacolare le opportunità di qualcuno? Non posso avere una mentalità chiusa uguale a quella che la gente ha avuto nei nostri confronti per molto tempo, sarei ipocrita se volessi chiudere la porta a delle persone che si manifestano per quello che sono. La società è di fronte a nuove sfide e sta cercando di conoscerle, noi facciamo parte della società, quindi dovremo navigare insieme».
Dawn Staley, anche lei afro-americana, ha detto qualcosa di analogo: «Lavoriamo in un ambito nel quale aiutiamo i giovani a cercare chi sono. Potremmo non essere d’accordo su quale decisione prendono, ma io voglio persone che vivano la loro verità, qualunque essa sia. Sono felice per le persone che scoprono chi sono il più rapidamente possibile, il resto lo lascio a Dio».
Un parere contrario è invece venuto dalla guardia di LSU, Alexis Morris: «Sostengo tutto ciò che rende felici le persone. Se non ti senti a tuo agio nel corpo in cui sei nato, ti sostengo al 100% nella tua scelta. Ma non credo che le atlete transgender dovrebbero fare sport con noi, penso che abbiano bisogno del proprio campionato. Non penso sia giusto che gli uomini possano passare tra le donne e competere negli sport femminili, perché alla fine sei sempre un maschio, hai ancora il fisico di un maschio. Non sei come Dio ti ha progettato».
Qui Andscape interviene con una considerazione che spesso viene trascurata. Scrive Rhoden: “La nozione di superiorità fisica maschile è un tropo familiare tra chi si oppone alla partecipazione transgender. Viene messo erroneamente in correlazione il testosterone con il talento atletico”.
Nicole Morse, direttrice del Center for Women, Gender and Sexuality Studies presso la Florida Atlantic University dice: «La transizione medica altera profondamente la fisiologia delle donne trans. Inoltre le donne cis possono battere e battono regolarmente le donne trans nelle competizioni. Il presupposto che gli uomini siano sempre più forti delle donne è un mito sociale che ignora la diversità tra uomini e uomini, tra donne e donne, così come la realtà biologica che il sesso binario è esso stesso un mito sociale, imposto in parte attraverso la violenza contro le persone intersessuali, comprese atlete.
«Come ebrea ricostruzionista, credo in un Dio che crea persone trans e queer, e celebra tutti i modi in cui possiamo essere umani. Ma in una democrazia laica, non importa in quale Dio si creda. Dobbiamo prendere decisioni politiche basate sulla verità, sui fatti, e i fatti non supportano l’affermazione che le donne trans abbiano un ingiusto vantaggio sulle donne cisgendere negli sport».
Fin qui, potrebbe ancora trattarsi di un parere, in un panorama diviso finanche a livello scientifico. Il punto di Andscape è un altro. Il Titolo IX. “Nessuna persona negli Stati Uniti può, sulla base del sesso” eccetera eccetera. Sport come il nuoto e l’atletica leggera lo fanno. Il basket femminile, soprattutto a livello di Divisione I, ha dovuto affrontare la questione transgender in rari casi. Nel 2010, Kye Allums, membro della squadra femminile di Washington, è diventata la prima studentessa-atleta pubblicamente transgender nella storia della NCAA. Ha iniziato a identificarsi come un uomo. Il mese scorso, l’amministrazione Biden ha proposto una nuova serie di regole del titolo IX, ampliando le protezioni per gli studenti transgender ai college. “Con costernazione dei sostenitori di LGBTQIA – sottolinea Andscape – l’amministrazione non ha fatto chiarezza su come intende affrontare la partecipazione negata a chi pratica l’atletica”.
Le conseguenze del bando in atletica
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Il giornale inglese The Independent racconta come poche ore dopo che World Athletics aveva annunciato di aver bandito le donne transgender dallo sport femminile d’élite, una persona abbia taggato Parkrun UK in un tweet chiedendo: “Seguirete le linee guida e bandirete le donne transgender dall’atletica femminile a tutti i livelli?”.
“Era solo il post di una persona con un centinaio di follower – scrivono dall’Inghilterra – ma il tweet è stato visto da quasi 20.000 persone in 24 ore”.
Quando un ente sportivo come World Athletics prende una decisione del genere, “ci saranno inevitabilmente delle conseguenze indesiderate a tutti i livelli”, sottolinea allora The Independent.
Il dettagliato Trans Lives Survey del 2021 ha rilevato che il 77% delle donne trans che praticano sport ha sperimentato la transfobia e il 14% subisce abusi o discriminazioni ogni volta che va in campo o in pista.
Il transrunner australiano Ricki Coughlan sostiene che la decisione di World Athletics potrebbe «incoraggiare le forze dell’odio contro la comunità, perché la nozione di esclusione arriverà molto più in profondità che nel solo sport d’élite».
The Independent fa notare un concetto già sottolineato dal Washington Post nei giorni scorsi. “Non ci sono atlete trans che stanno abbattendo primati mondiali o stanno conquistando medaglie d’oro”. La ciclista canadese in transizione Kristen Worley ha detto nei giorni scorsi: «Sto guardando tutti i siti che danno la notizia, nessuno pubblica la foto di un’atleta in transizione, perché non ce ne sono».
Dal punto di vista sportivo, il tema più rilevante nel mondo dell’atletica leggera è quello relativo alle atlete DSD come Caster Semenya e Christine Mboma, ragazze cioè nate con una differenza nello sviluppo sessuale, con una produzione naturale elevata di testosterone. Il bando di partecipazione alle gare tra 400 metri e il miglio è stato esteso a tutte le discipline. Se vogliono proseguire nella loro attività, devono accettare cure ormonali per la riduzione del testosterone e devono tenere quel livello per un periodo molto più lungo che in passato.
The Independent fa notare come Coe abbia promesso “una revisione costante dei regolamenti, man mano che emergono fatti scientifici nuovi e ha annunciato un gruppo di lavoro di 12 mesi per considerare ulteriormente la questione. Ma solo un’atleta trans – scrive il giornale inglese – sarà incluso nel comitato composto da una decina di persone. Sembra improbabile che nel prossimo anno vengano alla luce nuove prove significative”.
La ricercatrice e atleta della Loughborough University Joanna Harper ha detto a BBC Radio 5: «Negli ultimi 12 anni World Athletics aveva permesso alle donne transgender di competere in gare internazionali abbassando il testosterone sotto una certa soglia. Eppure, nessuna donna transgender si è qualificata per competizioni d’élite. Non mi pare che le donne trans fossero sul punto di prendere il sopravvento. Se inoltre World Athletics è davvero interessata a ottenere più dati scientifici, bandire le donne trans dall’atletica internazionale non è proprio il modo migliore per ottenerli».
Christine Mboma si rassegna: farà la terapia
▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔▔
Dalla Namibia si è fatto sentire il ministro dello sport, deluso dalla sentenza con cui World Athletics ha di fatto messo fuori dai Mondiali un’eccellenza del paese come Christine Mboma, argento olimpico a Tokyo nei 200 [21.81], dopo essere stata costretta a scendere di categoria, esclusa dalle gare del mezzofondo dal precedente bando. Eppure si tratta di un livello naturale di testosterone. È come se il basket avesse deciso di escludere Margo Dydek dalle gare femminili perché era alta 2 metri e 18.
Christine Mboma si è rassegnata. Farà la terapia. L’ha lasciato intendere il suo coach Botha.
«Un’opzione è lasciare l’atletica, l’altra è andare in tribunale. La terza è ridurre i livelli di testosterone. Per la prima Christine non si sente pronta. È giovane. Potrebbe ancora avere una grande carriera davanti a sé. Per la seconda non abbiamo i soldi. Quindi, sì, in realtà non abbiamo scelta. Abbassare il testosterone è l’unica cosa che possiamo provare a fare, così dicono i regolamenti attuali».Per metterla nella giusta prospettiva, c’è dunque una persona, una donna, obbligata a sottoporsi a delle cure ormonali, per continuare a gareggiare.