A me, io lo sport che preferisco è il calcio, perché si segnano molti gol
mentre nello sci e nel cavallo non si segna neanche un gol
Marcello D’Orta, Io speriamo che me la cavo
RIPARTENZE
Sono passati più del doppio dei 52 giorni trascorsi senza serie A durante i Mondiali. Stasera ricomincia la Champions a 113 giorni di distanza dall’ultima giornata dei gironi, dopo le molte sorprese che vennero prodotte. Anche se tendiamo a non ricordarle e a parlar male di una Coppa che tutti vogliono vincere e tutti vogliono cambiare.
Non è il migliore dei mondi, forse, ma non è così brutto come ce lo raccontiamo. Non è così brutto, di sicuro, come lo racconta chi ha interesse a buttarlo giù. Una Coppa immobile, si sente in giro ogni tanto, un’oligarchia. L’altro giorno, un esperto di diritto consultato dal Corriere dello sport-stadio parlava di «mancanza di equilibrio competitivo» dentro l’UEFA.
Può darsi che abbia ragione lui, ma 6 delle 16 squadre indicate dal rapporto Deloitte come le più ricche d’Europa, sono fuori. Otto delle prime 16 del ranking europeo d’inizio stagione, non sono arrivate agli ottavi di finale. Così come sono 8 su 16 le novità da stasera in campo rispetto alla stagione scorsa: un ricambio del 50 percento. Non sembra il quadro di un mondo così immobile.
| PAESAGGI I Minions ► A guardare cosa succede in casa dei più piccoli, si scopre che ci sono due portoghesi agli ottavi per il secondo anno di fila: in Champions non era mai successo. C’è una belga qualificata per la seconda volta in trent’anni. Hanno passato i gironi finanche tre italiane, per la terza volta in quattro anni: non è male per un campionato di transizione e di seconda fascia, come lo chiama Giuseppe Marotta da quando non lo vince più.
A guardare invece in casa dei più grandi, si scopre che la Spagna ha una sola squadra tra le 16 in corsa. Non succedeva dal 99. Sei anni fa, la Liga stava giocando la seconda finale tutta madrilena nell’arco di tre stagioni. Stavamo scrivendo che bisognava trovare un modo per porre un argine a questo dominio. Adesso scrivono la stessa cosa in Catalogna degli inglesi, perché il Barcellona è fuori dagli ottavi per il secondo anno consecutivo. Non accadeva dal 2004 e 2005, ma solo perché una volta non si era qualificato.
minions agli ottavi (club fuori dai cinque Paesi dell’élite)
2022-23: Porto, Benfica, Bruges | 21-22: Ajax, Benfica, Sporting, Salisburgo | 20-21: Porto | 19-20: nessuno | 18-19: Ajax e Porto | 17-18: Porto | 16-17: Porto e Benfica | 15-16: Benfica, Zenit, PSV, Gent, Dynamo Kiev | 14-15: Porto, Shakhtar, Basilea | 13-14: Zenit, Olympiakos e Galatasaray | 12-13: Celtic, Galatasaray, Shakhtar, Porto | 11-12: CSKA, Zenit, Basilea, Apoel
| PANORAMI Il dinamismo ► È una Champions bella e maltrattata, sul punto di essere di nuovo stravolta da una formula XXL, pensata e partorita dall’UEFA quando Ceferin era ancora il padrino della figlia di Agnelli: più partite di girone per sfamare l’ECA e sminare il campo da tentazioni super leghiste. Non bastò. Eppure, non c’è mai stato tanto dinamismo in Coppa quanto oggi. Sono fuori cinque delle squadre che hanno vinto la Coppa dal 92, una crema per un totale di 15 titoli. Con tutti i limiti nella sua applicazione e nella sua osservanza, il fair-play finanziario introdotto nel 2009 qualche effetto l’ha prodotto. Sette squadre che oggi occupano le prime 20 posizioni del ranking, quattordici anni fa erano più giù.
Le superstiti degli ottavi di finale della Coppa 2009 sono oggi in tutto sei. Senza il fair-play finanziario, l’Atlético Madrid sarebbe ancora materassaio, il Borussia non si sarebbe risollevato dal fallimento, l’Ajax non sarebbe rientrato in gioco con la sua Academy, la Juventus non avrebbe recuperato posizioni dopo Calciopoli. Aggiungiamo pure che nel 2009 il Lipsia era in quinta divisione e il Napoli aveva fatto la C tre anni prima. Di nuovo: non sembra il quadro di un mondo che impedisce le ascese.
| FRONTIERE Il caso inglese ► Per serietà abbiamo tenuto fuori dal ragionamento altre due ascese rispetto al 2009. Quelle di Manchester City e PSG. Sono due anomalie, due squadre-Stato, sarebbero arrivate dove sono anche senza fair-play finanziario [ehm]. Eppure la Coppa fino a stamattina non l’hanno mai vinta.
L’occhio si posa da qualche tempo sulle inglesi. Il loro dominio pare adesso una stortura, una mostruosità partorita dal Neo-Calcio. In realtà, così a lungo marginali in avvio [1 solo successo fra 1955 e 1976], l’Inghilterra è stato il paese delle 7 Coppe vinte in 8 anni tra 1977 e 1984, prima della messa al bando per l’Heysel, gli anni dell’asterisco, gli anni dell’equilibrio competitivo, direbbero i professori, il vuoto di potere inglese nel quale si infilarono Steaua, Porto, PSV, Stella Rossa e Milan di Sacchi.
Oggi sono arrivate in quattro agli ottavi di finale. Come l’anno scorso. Hanno giocato una finale tutta loro per due volte nelle ultime quattro stagioni. È tutto vero. Ma prima dell’ultimo quadriennio, tra 2009 e 2019 avevano vinto solo una Coppa con il Chelsea. Il Manchester United, a lungo la squadra più ricca al mondo, oggi terza secondo Deloitte, non fa una semifinale dal 2011.
Dentro questo sistema, nessuno impedisce al resto d’Europa di crescere quanto è cresciuta la Premier League. Gli inglesi si sono messi trent’anni fa sul mercato, con una disponibilità economica inferiore a quella di oggi, certamente inferiore alla Serie A dell’epoca, con un appeal dieci volte più basso. Hanno lavorato. Hanno scalato le gerarchie e le hanno ribaltate. Senza Palloni d’oro. Puntando sulle migliori menti di calcio in circolazione. Non c’è un regolamento che impedisce di fare altrettanto. Sono più ricchi. Lo sono diventati. Hanno imparato a vendere quel che avevano. Spesso era meno di quel che stava in vetrina altrove.
Nel marzo del 2015, Oliver Kay, all’epoca prima firma del calcio del Times, scriveva: “Che pessimo periodo per l’élite della Premier. E che ilarità deve causare altrove in Europa, dato che, con gli introiti commerciali e televisivi, al tempo in cui il fatturato annuale del West Ham sta per superare quello dell’Inter, i nostri club trovano sempre modi nuovi per prestazioni deludenti”.
Kay metteva l’accento sullo “stravagante reclutamento”, le spese folli per giocatori deludenti, parlava della noncuranza dei meccanismi difensivi, di una accentuata anarchia tattica. Diceva che servivano maestri di gioco in panchina. Li hanno presi. Dopo la finale degli Europei Under 21 del 2013, il Telegraph si era lamentato che nelle loro Academy non nascessero da tempo dei numeri 10 dotati di fantasia. “Uno alla Insigne” scrissero. Li hanno costruiti. Che cosa possiamo rimproverare agli inglesi?
| SCENARI L’alternanza ► Dal 2013 al 2017, gli anni degli editoriali citati, con le loro 20 squadre in Champions hanno raccolto 4 eliminazioni ai gironi e 9 agli ottavi di finale, con il picco di 2 semifinali, nemmeno una finale. Sono passati solo sei anni. Hanno corretto gli errori. Si sono sostituiti al potere della Liga. Noi stessi siamo passati dall’infatuazione per il modello spagnolo a quello per il modello inglese, dopo un breve flirt per il modello tedesco, un’avventura col modello francese e una sbandata estiva per il modello belga. Viene da chiedersi: ma allora un’alternanza esiste? Questa mancanza di equilibrio competitivo, di preciso, per chi la stiamo invocando?
Resta solo da dire che se avessimo agli ottavi di Champions una squadra scozzese, una rumena, una polacca e una svedese, il mestiere della negatività starebbe compilando editoriali sul livellamento dei valori, ovviamente verso il basso, con interviste a Bobo Vieri su quanto era bella la Coppa dei Campioni del 2003. Un anno nel quale sui giornali c’erano interviste a Sandro Mazzola su quanto era bella la Coppa dei Campioni negli anni Sessanta.