Pelé odiava le veglie funebri. Di una sola cosa diceva di aver paura, della morte. Ogni volta che il suo fedele amico Pepito Fornos gli parlava di un funerale, cercava una scusa per non passare. Rispondeva che sarebbe andato solo al suo, perché non c’era il modo di evitarlo. Pelé odiava l’idea di vedere persone morte, racconta la Folha nelle ore dell’ultimo omaggio al corpo del più grande calciatore nella storia dei Mondiali, “perché la morte offre l’immagine opposta a quella che voleva proiettare, un’immagine di invincibilità”.
Brera aveva orrore del disfarsi della pannocchia in una pozzanghera. Pelé ha voluto mostrarsi per l’ultima volta al mondo sotto tanatoprassi, non una imbalsamazione definitiva, ma uno stato di conservazione del corpo che dura fino a un paio di settimane. Ha rigettato finché ha potuto la fissità della morte che lo spaventava. «Non fatemi passare per il solo che ne abbia paura – disse una volta – altrimenti perché prendete tutte queste medicine?». Ma s’è congedato alla maniera dei faraoni, i soli che potessero permettersi il lungo e costoso procedimento della conservazione materiale di ossa, organi e viscere. Restavano uguali nell’aspetto terreno per essere riconosciuti nell’aldilà dalle altre anime, così come per le strade di New York i mortali riconoscevano Pelé quando passeggiava, una volta accanto a Robert Redford fece la gara a chi firmava più autografi e vinse 7-5. «Non succederebbe a un idolo dai capelli bianchi», disse per spiegare come mai se li tingesse.
Anche Diego se n’è andato senza che tutto il corpo potesse consumarsi. Il suo cuore è in una cella frigorifero, sotto la custodia del Dipartimento di anatomia patologica della polizia scientifica di Buenos Aires. Se Pelé ci lascia come un sovrano egizio, Maradona ha avuto il mos teutonicos dei re medievali, dei nobili, dei dignitari di alto rango delle corti, quelli che venivano sorpresi dalla morte lontano dalla terra d’origine. Venivano allora sventrati e immersi nell’acqua bollente, per separare gli organi dalle ossa. Una parte andava sepolta, un’altra affrontava il viaggio di ritorno verso casa senza l’inconveniente legato alla decomposizione. Fu papa Bonifacio VIII, nel settembre del 1299, a giudicarlo abominevole agli occhi di Dio e ripugnante per la mente umana. Emise la bolla De sepolturis nota anche come Detestande feritatis abusu, dettando di fatto le regole della Chiesa cattolica per la sepoltura.
Che l’ultimo omaggio a Pelé avvenga mentre a Roma è esposto un altro corpo, proprio il corpo di un papa, rende la coincidenza più suggestiva. Ne ha scritto Elisabetta Moro sul Mattino, due folle di fedeli in due continenti diversi, un rito a San Pietro, un altro a San Paolo, un duplice lutto collettivo di “una comunità che al tempo stesso soffre, ma anche vive. E forse vive proprio perché accetta di soffrire e condividere la sua pena con gli altri. Entrambi hanno toccato il cuore di milioni di persone. Per ragioni diverse e forse addirittura opposte. L’uno con le omelie, l’altro con le acrobazie. Uno per il suo altissimo magistero teologico e l’altro per la sua stellare maestria calcistica. L’uno per la linearità della sua esegesi biblica, l’altro per il sentimento diagonale, come lo chiamava Chico Buarque”.
Due corpi fissi per vincere la mummificazione di due mondi, il calcio e la Chiesa, ai quali si riesce a dare un senso solo nel dinamismo. “I piedi di Pelé, fotografati da Annie Leibovitz, in questi giorni – scrive Elisabetta Moro – campeggiano come reliquie sulle prime pagine dei quotidiani di tutto mondo. E il calco in bronzo realizzato dall’artista romano Dante Mortet consegna quei due piedi fatati all’immortalità. Lo stesso vale per il vicario di Cristo nato in Germania. Perché il suo corpo è stato la sede di un potere ultraterreno, almeno per i credenti. Così il fatto di avere quasi toccato le spoglie di questi due personaggi significa essere stati a stretto contatto con il loro carisma e con il loro stesso potere”.