Allenatore deve essere maestro, amico y poliziotto
Vujadin Boskov
Quelli del calcio si dividono in due partiti. Gli Antonio Conte e i Simone Inzaghi che giocano una partita parallela sulla linea di metà campo. Li riconosci perché arrivano alle interviste senza voce. Oppure i Claudio Ranieri, che se ne stanno con le braccia conserte per tutto il tempo, casomai mimano qualcosa, al limite – ma proprio al limite – si piegano su un fianco. Hanno imparato tutto da Liedholm. In mezzo c’è il fascino delle sfumature, incarnata dal fischio di Giovanni Trapattoni. Ci sono i finti calmi, come Max Allegri che a un certo punto getta via il cappotto o Walter Mazzarri che resta in camicia, si tocca l’orologio e morde bottigliette di plastica. Così come ci sono i finti vulcani, alla Luciano Spalletti – che brucia brucia brucia, ma più spesso passeggia con il capo chino e gli occhi sul prato, tutti derivati dalla radice prima. Non ce n’è uno che non si sottragga alla domanda: quanto conta un allenatore nel calcio?
Il quesito tormenta soprattutto quelli che vincono. Nella società in cui tutti sappiamo fare meglio il lavoro di un altro, li guardi e pensi: eh grazie, con quei giocatori vinco anche io. Anzi no: vincerebbe pure uno più scarso di me. Ci sono passati più di tutti Pep Guardiola e Luis Enrique, alla guida del Barcellona. Quanto conta, dipende. Si dovrebbe poter misurare l’incidenza in partita (che so – con le sostituzioni), ma pure il peso con il lavoro durante la settimana, quello che raramente consideriamo nel giudicare chi è un vincente. Zeman per esempio non ha scudetti, un Mourinho (e non solo) può deriderlo, ma decine di giocatori sono arrivati in Nazionale migliorando con lui dal lunedì al sabato.
Nel basket il lavoro assomiglia di più a una trasmissione di conoscenze. Si dice che un coach debba sapere, debba saper far fare, ma soprattutto debba saper essere.
Adesso il mondo del tennis è in crisi, perché si è sgretolata una delle colonne ideologiche, il principio secondo cui chi gioca è sempre solo, deve sapersela cavare, deve sapere dov’è la luce quando s’è infilato in un cunicolo stretto della mente e la prima di servizio non entra più. L’autorizzazione al coaching fin qui sanzionato – i suggerimenti di un allenatore durante la partita – sono una rottura degli schemi e del canone. Non è una figura innaturale. La Coppa Davis ce l’ha sempre avuta. Prima che fosse assimilata al calcio con il nome di commissario tecnico, aveva un nome romantico e meraviglioso: capitano non giocatore.
Il capitano non giocatore dello staff di terapisti, osteopati e mental coach che oggi segue giocatrici e giocatori, se ne doveva invece stare fermo e muto in tribuna. Dall’11 luglio non più. La finale di Wimbledon sarà l’ultima partita della storia in cui bisognerà parlarsi con le sopracciglia o con qualche altro trucchetto da briscola. Dopo, via libera.
Chissà se c’entra qualcosa questa fragilità psicologica che sta emergendo nello sport contemporaneo, più che altrove nel tennis. Centinaia di testi mettono in risalto il ruolo di un coach in quell’ambito. Damon Burton e Thomas D. Raedeke in Sport psychology for coaches sono arrivati a sostenere ormai 14 anni fa (2008) che “i risultati per i record di domani non saranno il risultato di un allenamento fisico più duro, ma di un allenamento mentale più raffinato”. Il via libera al coaching sposta l’accento in quell’area. Come dice Checco Zalone a quel bimbo in Sole a catinelle: ti sblocco domani.
Forse si tratta solo della fine di un’ipocrisia: tanto dal box al campo le indicazioni arrivano lo stesso. In un caso e nell’altro, dentro il tennis sta succedendo un Quarantotto.
Nick Kyrgios è uno di quei tipi che spesso si ritrova a dimenarsi dentro un imbuto, spettatore di una lotta che avviene tra l’Ego e il Sé. Eppure crede che la caduta del crimine del coaching sia «la perdita di un tratto unico che nessun altro sport aveva. Il giocatore doveva capire le cose da solo. Questo era il bello. Cosa succede se un giocatore di alto livello gioca contro un avversario che non ha o non può permettersi un allenatore?».
Se ne sono dette di tutti i colori, nell agorà pubblica dei social, l’ex immenso doppista Todd Woodbridge e il più grande guru che giri oggi su un campo, Patrick Mouratoglou, l’allenatore di Simona Halep dopo aver rotto con Serena Williams. Ebbene, Mouratoglou ha applaudito la decisione dell’ATP «per aver legalizzato una pratica che va avanti in quasi tutte le partite da decenni. Basta con l’ipocrisia», ha twittato. Non solo. Mouratoglou ha confessato. Ha ammesso che nella controversa finale agli US Open del 2018, ha dato consigli a Serena Williams dal box quando non poteva. L’arbitro di sedia Carlos Ramos se n’era accorto e aveva inflitto un warning a Serena. Serena gli diede del ladro e il portoghese la sanzionò ancora, con un verbal abuse, concedendo il game all’avversaria. Era Naomi Osaka, che si portò sul 5-3 nel secondo set. Fu un punto di svolta per tutte le persone in quel momento in campo. Serena andò in crisi di nervi, si scagliò contro Ramos: «Non ho mai rubato in vita mia, sono una mamma, ho una bambina e tu mi derubi. Ogni volta è la stessa storia. Lo fai perché sono una donna? Ti devi scusare con me». Seguirono giorni di dibattiti su abusi di posizione dominante, razzismo e sessismo. Serena non ha più vinto una finale di uno Slam, Ramos venne fermato e non poté arbitrare le Williams, Osaka conobbe le conseguenze della pressione.
Ecco.
Aveva ragione Ramos.
Mouratoglou aveva fatto i segni.
E Woodbridge non ci può passare.
Ha schiacciato con il dito indice su reply e su Twitter gli ha risposto che “è deludente vedere come un allenatore di così alto profilo ammetta apertamente di aver infranto le regole del nostro sport per così tanto tempo”.
La replica ha mandato in bestia Mouratoglou, che ha twittato altre tre volte in risposta, chiedendo a Woodbridge se a lui non sia mai capitato.
Mai. Mai. Mai. Ha giurato Woodbridge con le dita incrociate sulle labbra, così Mouratoglou ha chiuso: “Sei un modello eccezionale. Vorrei essere come te. Forse nella mia prossima vita”.
voci Gilles Cervara, l’allenatore di Medvedev
«Sono favorevole, soprattutto per rompere l’ipocrisia e la mancanza di coerenza sulle sanzioni. A volte l’arbitro non osa, invece osa il giorno dopo per un coaching che è stato meno appariscente. Alcuni allenatori vengono multati tre volte durante una partita, altri mai»
➣ È una disposizione che allenatori e giocatori si aspettavano?
«Sì, era attesa. Se ho capito bene le cose, la decisione è stata il risultato di una consultazione tra allenatori. Io stesso sono stato consultato. Ho risposto che dovevamo smetterla con l’ipocrisia. Gli allenatori fanno tutti dei gesti. Stiamo autorizzando qualcosa che già esiste. Convalidiamo la pratica»
➣ Cosa cambierà?
«Non molto. Perché la norma non permetterà a nessuno di avere un vero scambio come facciamo durante gli allenamenti. Nel coaching molte cose dipendono dal rapporto allenatore-giocatore. Il tennis è uno sport così cerebrale che per alcuni giocatori un allenatore che parla è perfino più fastidioso di qualsiasi altra cosa. Mi è capitato di vedere l’allenatore dell’avversario di Daniil dire a me stesso: – Continua, continua, fa l’effetto opposto, a me va bene.
➣ Quando si parla di coaching, si parla di comunicazione verbale e non verbale. Quanto è spontanea e quanto preparata?
«Entrambe esistono. Sui campi grandi, i box sono lontani e le indicazioni sono impercettibili. Diversamente, quando il contesto di un match lo consente, si possono predisporre codici e gesti, cose semplici. Si tratta di far passare un messaggio in un secondo, lo puoi fare solo preparandolo un minimo. Ma ci saranno sempre dei momenti proposti dalla realtà della partita che costringono a improvvisare».
➣ Cosa ne pensa della principale contro-argomentazione di chi si oppone a questa decisione, secondo cui una delle specificità del tennis è chiedere a un giocatore di trovare la soluzione da solo in campo?
«Non mi convince. Tutti gli sport individuali sono sport in cui gli atleti devono trovare soluzioni e dove gli allenatori possono allenare, non vedo perché il tennis dovrebbe essere diverso. Solo perché si chiama tennis, un allenatore a quattro metri dal suo giocatore, non può fargli arrivare un messaggio? Non capisco».
➣ Chi prende l’iniziativa per un coaching ?
«Per me deve venire principalmente dal giocatore, ecco perché non cambierà nulla di quello che faccio oggi con Daniil. Non farò di più, continuerò a fare le cose di prima. Penso invece che con questa nuova regola, gli allenatori penderanno più spesso l’iniziativa. Ma dovrà stare attento a misurare se il suo giocatore ne ha davvero bisogno. Non sono sicuro che tutti gli allenatori si porranno la domanda. Solo perché un allenatore parla, non significa che il giocatore stia meglio. L’allenatore deve saper dare le informazioni giuste, ma al momento giusto e nel modo giusto. È un’arte, a volte vicina al camminare sul filo del rasoio.
➣ Qual è il livello massimo di informazioni che un coach può trasmettere?
«Basso. A volte il confine tra coaching e incoraggiamento è sfumato. Ma l’incoraggiamento porta energia, quindi è una forma di coaching. Posso fare l’esempio dell’ATP Cup e della mia esperienza con la Russia. Abbiamo 1 minuto e 30 secondi. È poco, soprattutto perché non puoi passare il tempo a parlare. I giocatori hanno bisogno di tempo per sé stessi, per elaborare le informazioni, uno spazio mentale tranquillo a loro riservato. Se parli tutto il tempo, si stancano, li disturbi. Non parlo di Daniil che è un caso estremo, ma ricordo di aver cercato di contenere l’allenatore di Roman Safiullin che voleva trasmettere molte più informazioni di quelle che il giocatore potesse gestire. Il dosaggio è una faccenda fine» – intervista di cédric rouquette, Tennis Majors
«Quando torni negli spogliatoi, devi lasciare in pace i giocatori. Hanno bisogno di recuperare. Non devi attaccarli subito. Mi è successo da giocatore. Per quindici minuti, bla-bla-bla… Non serve. I messaggi non passano. Io mi concentro su due o tre cose forti. Soprattutto nelle grandi partite, quando tutti sono tesi» | Zinédine Zidane intervistato da L’Équipe