
Arrivò e vinse subito. Ma proprio subito. Nei primi otto mesi all’Arsenal, Mikel Arteta mise da parte una Coppa d’Inghilterra e un Community Shield. C’era il Covid, era tutto più silenzioso intorno al calcio ma tutto era più rumoroso dentro il calcio. Arteta parve un regalo del cielo per Londra. Profumava ancora di vice Guardiola e già si atteggiava a erede di Wenger. Troppo, pensarono gli dèi del calcio, così dispettosi da infliggergli il peggiore dei mali. Il discredito.
Arteta è diventato nel tempo una specie di superficie riflettente dell’ansia del giornalismo sportivo. Non viene giudicato solo per quello che fa, ma per il nostro bisogno continuo di trovare un difetto nuovo nelle cose che sta facendo. Quando l’Arsenal giocava bene e si fermava a un passo dal titolo, la sua colpa era l’incompiutezza. Ora che l’Arsenal è primo in Premier e stasera si gioca un posto in finale di Champions il difetto è diventato l’estetica. Il disvalore di prima.
I giudizi su Arteta sono sempre un metro più in là. All’inizio gli è stato chiesto di rendere l’Arsenal competitivo. L’ha fatto. Poi di reggere una corsa lunga. L’ha fatto. Poi di andare avanti in Europa. L’ha fatto. Ora gli viene chiesto di tornare un pochino quello sbagliato, di vincere restando conforme a una certa idea di Arsenal – più fluido, più leggero e più wengeriano. Una parola.
Ma Arteta è in viaggio verso un altro luogo. Ha ricostruito l’Arsenal quasi contro quella forma di nostalgia. Ha messo dentro il controllo l’aggressività e il nuovo demonio dei calci piazzati. Ha attrezzato una squadra che non si accontenta più di sedurre. A una porzione del racconto dà fastidio, perché il nome dell’Arsenal viene ancora associato a un’immagine antica di sé stesso.
Oh, attenzione. Non è tutta isteria. Una parte delle critiche possono avere senso. L’Arsenal a volte ha davvero fasi rigide e prudenti negli ultimi trenta metri. Non sempre ha dato la sensazione di avere una soluzione pronta per una partita chiusa. La discussione sul centravanti e sulla produzione da azione manovrata, sul peso creativo di Ødegaard-Saka o chi per loro non è inventata. È solo che diventa caricaturale quando una squadra è in corsa per la Premier e per la Champions, ma viene raccontata come se fosse in crisi d’identità.
Bisogna dirselo, perché non riguarda solo Arteta. Il giornalismo sportivo non sopporta il processo lungo. Deve trasformare ogni calcio d’angolo in un verdetto. Se perdi sei incompiuto. Se vinci e soffri, sei cinico. Se giochi bene ma non vinci, sei romantico. Se giochi male per cavartela, sei un apostata. Non sono mai giudizi semplici, c’è sempre un capo d’imputazione.
Su Arteta, e su qualche altro Arteta, pesa la sua esposizione. Ha una gestualità intensa e la faccia di uno che vive ogni rimessa laterale come un referendum su di sé. Quindi attira giudizi forti. È una calamita di ossessioni. La verità è che l’Arsenal è tornato una squadra enorme, e questo ritorno ha la sua firma. Potrà di nuovo perdere tutto, la Premier e la Champions, perché il calcio è crudele e pieno di trappole, pieno di scherzi. Ma il lavoro sulla stabilità al vertice non può essere sbrigato con una macchietta, dentro l’insulsa domanda se sia meglio giocar male e vincere o giocar bene e perdere.
È una domanda mal posta. Un trucco retorico. Prende due cose vere — il piacere del gioco e il peso del risultato — e le costringe a litigare come due partiti politici. Obbliga a scegliere tra due estremità, entrambe povere. Come se il calcio fosse una mezza porzione: o prendi la bellezza senza conseguenze, o la vittoria senza qualità. Ma il calcio vero vive nel punto in cui queste due qualità smettono di essere nemiche.
Il risultato non è un dettaglio volgare. Le squadre vengono costruite per quello. Una squadra che gioca bene ma perde sempre, non può dire di giocar bene. Sta lasciando fuori un pezzo importante del suo gioco. Però vale anche il contrario. Vincere non assolve da tutto. Il calcio ha una quota di disordine molto più alta di ogni altro sport. Un risultato da solo non basta a raccontare la qualità di un gruppo di lavoro. Dice solo cosa è successo.
Il dibattito casca dinanzi alla definizione di cosa sia giocare bene. Spesso viene ridotto a un’estetica fatta di possesso, palleggio, dominio territoriale, costruzione dal basso, superiorità posizionali. Tutte cose importanti, ma non sono il bene in sé. Una squadra può giocare bene anche difendendo bassa, se lo fa tenendo distanze corrette, tempi giusti, uscite pulite, coraggio nel contrattacco. Può giocare bene, insomma, senza sembrare bella. Può giocare bene in modo ruvido, persino sporco. Giocare bene vuol dire aumentare le probabilità di vincere attraverso un’idea. Vuol dire stare dentro una partita con gli strumenti adatti ai propri giocatori. L’offesa al calcio è aver giocatori per far qualcosa in più e non farlo.
Per questo giochisti e risultatisti sono due parole orrende non solo sul piano lessicale, ma proprio sul piano mentale. Servono a chiudere il discorso prima di cominciarlo. Il giochista caricaturale finisce per trattare il risultato come una seccatura. Il risultatista caricaturale finisce per trattare il gioco come una decorazione. Entrambi prendono il calcio e lo dimezzano…
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