Sono quelli come Nikola Jokic che stanno cambiando di nuovo la pallacanestro. Un mammatrone come lui che dovrebbe starsene in area a prendere rimbalzi e si permette invece, come l’altra notte contro Orlando, di aggiungere 16 assist ai 17 punti. L’amore degli americani per statistiche e record ci dice che si è trattata dell’81esima partita con 10 e più assist, un traguardo che gli ha permesso di superare un tipino come Wilt Chamberlain tra i lunghi che passano la palla. Jokic sta andando a una media di 26,5 punti, 11 rimbalzi e 8,4 assist e per questo corre al titolo di MVP. Contro Joel Embiid. Un altro centro. Nessuno nel loro ruolo viene giudicato il miglior giocatore del torneo dallo Shaquille O’Neal del 2000. Ma se ci riusciranno, sarà proprio perché da Shaquille sono ormai distanti.
Nel basket contemporaneo un centro dà sicurezza alla difesa ma ha grande atletismo e capacità di giocare fronte a canestro. Usa il piede perno per giocare in post basso, aiuta sul lato debole, deve leggere le situazioni che si creano dal pick and roll. E perciò deve saper passare la palla.
L’evoluzione del gioco era andata finora nell’altro verso. Con i piccoli che rendevano superflui i lunghi. Lo swingman, nato tra anni ’70 e ’80, sapeva agire da guardia e da ala, fisico e tiro, consentiva i famosi mismatch sui piccoli dentro l’area o sui grandi grossi e lenti lungo il perimetro. Prototipo: Tracy McGrady.
I tweener, diventati poi combo-guard, erano i piccoli che costruivano e finalizzavano. Un play con molti punti nelle mani. Prototipo: Allen Iverson. Oggi si direbbe Russell Westbrook.
Ora la controrivoluzione ha fatto nascere dei lunghi più agili e più tecnici, meno lenti sul perimetro, perfino micidiali nel tiro da tre. In una lunga analisi per ESPN, Jackie MacMullan e Kirk Goldsberry certificano che “il lungo in post basso è una razza in via di estinzione nell’NBA. E se i numeri continueranno a seguire le tendenze attuali, potrebbe benissimo non esistere più entro cinque anni. I moderni strateghi della NBA sostengono che Embiid potrebbe diventare il grande simbolo del prossimo decennio, abbracciando la sua abilità in via di sviluppo dal perimetro. Eppure alcuni dei grandi nomi del gioco respingono l’idea”.
ESPN ricorda che “prima che l’NBA aggiungesse la linea dei 3 punti nel 1979-80, i centri avevano vinto 15 dei 16 premi MVP precedenti. Nessun centro ci riesce dal 2000, lo stesso anno in cui Michael Lewis ha pubblicato Moneyball.
“Quel libro – leggiamo – parlava di baseball, ma la sua idea generale – che cioè l’analisi dei dati può portare dei vantaggi – risuona in tutti gli sport. Se LeBron James è diventato il volto della NBA, Moneyball ne è diventato il cervello, e 16 anni dopo ogni front office utilizza i numeri per giustificare ogni transazione”.
I numeri dicono il gioco in post basso “sta morendo e rapidamente. Nella stagione 2013-14 c’erano 15,4 giocate in post basso su 100 possessi. In questa stagione sono solo 8,4 su 100. Il possesso medio dell’NBA in questa stagione vale 1,08 punti. Quello che termina con un’azione in area produce 0,96 punti, con tiro da 3 punti vale 1,12 punti. In una partita di 48 minuti della stagione in corso assistiamo in media a a 67 tentativi da 3 punti e solo 17 azioni in post basso”.
Charles Barkley pensa che «l’NBA abbia commesso un grosso errore quando tutti hanno cercato di modellarsi sui Golden State Warriors. Loro avevano i tre più grandi tiratori mai vissuti. Ora tutti sparano da 3. Ci sono sette squadre che tirano da 3 più di quando negli ultimi due anni abbiano fatto i Golden State Warriors. Ma l’idea di tirare da tre più spesso dei tre più grandi tiratori mai vissuti è alquanto stupida».