L’Italia espulsa dal calcio mondiale

È successo. Lo spirito del De Rossi di Kaiserslautern si è incarnato in Bastoni, poi quelli di Robi Baggio e Franco Baresi sono migrati da Pasadena in Pio Esposito e Bryan Cristante. Solo che a Kaiserslautern e Pasadena, l’Italia mondiale aveva una storia e un presente, l’Italia di Zenica è un mucchietto di polvere e cenere su cui resteremo a dibattere chissà per quanto. Lo spazio per gli spettri e per i fantasmi finisce qua. Tutto il resto è realtà viva, viva e presente. Non un fallimento simbolico o evocativo, ma pieno, materiale, contemporaneo.

È successo, forse per aprirci definitivamente gli occhi, qualche settimana dopo i 10 gol presi dall’Atalanta con il Bayern e un mese dopo l’uscita di scena dell’Inter in Norvegia e della Juventus in Turchia. È successo nello stesso giorno in cui si sono qualificate per Europei e Mondiali la Under-19 e la Under-17, nel giorno di altri quattro gol segnati dall’Under-21, ma non per confortare e dirci che il futuro sarà migliore, casomai per porre un’altra questione su cosa sarà di questi implumi che riescono ancora a essere protagonisti a livello giovanile e poi boh, mentre i loro migliori coetanei nel resto d’Europa e del mondo sono già in nazionale maggiore.

Dentro la sconfitta in Bosnia c’è stato quasi tutto, così da rendere ogni analisi esatta e al tempo stesso parziale, purtroppo già sentita. Il minutaggio che manca, la sfiducia che si tramanda, la paura di promuovere troppo presto, la tentazione di spiegare tutto con formule di comodo — i vivai, gli stranieri, il carattere — senza toccare fino in fondo il nodo vero, la povertà della guida e dell’immaginazione, l’assenza di studio e di innovazione.

Zenica non è una disgrazia romantica. È il punto in cui molte insufficienze, coltivate a lungo, hanno smesso di nascondersi. Non si sa neanche bene quando datare la genesi di Zenica, ma certamente l’ultimo tratto della crisi è stato imbarazzante, dalle modalità dell’esonero di Spalletti alla scelta di un Ct senza curriculum e senza argomenti, se non quelli più primitivi e superati, circondato da un cordone sanitario nel nome della retorica del 2006. Ma neppure questo abbiamo voluto vedere, accogliendo con mille violini suonati dal vento un 3-1 contro l’Estonia e un 5-4 in Israele. Il carattere, Rino ha portato il carattere.

Il calcio italiano non è crollato in Bosnia. È arrivato in Bosnia già svuotato. Zenica è il punto in cui molte insufficienze, lasciate sedimentare per vent’anni, hanno smesso di potersi travestire da incidente. Non mancano i talenti. L’ultimo campionato sta provando a dircelo. Manca un sistema che sappia riconoscere il proprio tempo e farsi da parte, lasciare spazio a questa piena che negli altri sport ha preso il comando. Le nostre domeniche sono piene di commenti che rimpiangono il vecchio calcio di una volta, i vecchi difensori di una volta, le vecchie maglie di una volta, i vecchi telecronisti di una volta, i vecchi preti nei vecchi oratori di una volta, i numeri dieci di una volta, i presidenti di una volta. C’è stata sempre una volta, e così la prossima non viene mai.

Il calcio italiano rimpiange un ordine del mondo in cui non doveva spiegarsi, perché coincideva quasi da solo con l’idea stessa di sport. È un ambiente che continua a voltarsi indietro e a chiamare tradizione ciò che spesso è solo paura del presente. Come se il meglio fosse già stato speso, come se il compito di oggi non fosse capire che cosa sta nascendo ma custodire ciò che non torna. Il punto non è che il calcio italiano non abbia più materia: è che fatica a riconoscere la materia nuova, a darle fiducia, a immaginare una forma diversa da quella che lo ha reso grande.

Ora, non per ridurre sempre la questione a un Re Taumaturgo – e per giunta sempre lo stesso. Servirebbe un Velasco quarantenne, non lui, un portatore di discontinuità credibile. Non solo un commissario tecnico o un motivatore, ma qualcuno capace di spostare il discorso e cambiare il lessico, le priorità, il rapporto con i giovani, con l’errore, con il lavoro. Uno che non rimetta ordine nel vecchio salotto, ma apra le finestre. Velasco, più che una persona o una soluzione trasferibile, è il nome che diamo a questa facoltà rara: entrare in un ambiente saturo di abitudini e rendere vergognose le sue pigrizie. Per restituire al sistema un’idea più esigente di sé. Solo che il Velasco vero, quando ci provò, dal calcio italiano venne rigettato.

I nostri buoni giovani trovano un sistema che li usa poco, li aspetta male e li corregge troppo. Entrano in un calcio che chiede prudenza e spesso li trasforma in giocatori più timidi, più funzionali e meno liberi.

Il calcio italiano continuerà a raccontare le sue sconfitte come un’eccezione rispetto al passato, ma da tempo non è così, da tempo il passato è sempre più passato. Viviamo di rimozioni, rinvii, alibi, lacrime sempre uguali. Ogni volta la sconfitta produce un piccolo repertorio di indignazioni e di ricette, poi tutto torna com’era. Per questo il fallimento non è episodico e non riguarda i singoli ct, ma riguarda un ambiente, tutto, pure noi che rimastichiamo parole e che guardiamo, che siamo indispettiti dalle pause del campionato e che normalmente dobbiamo arrivare a pagina 20 per trovare l’Italia. Dopo il calciomercato.

Il calcio italiano si sente ancora il centro e non lo è più. Questa perdita di centralità non l’ha capita. Intorno, lo sport italiano è cresciuto, si è differenziato, ha prodotto altri modelli, altri pubblici, altri desideri. Il calcio ha perso tesserati, attrattiva e immaginario. Continua a selezionare e guardare i ragazzi con criteri che sembrano venire da un’altra epoca. Quella Nazionale di calcio così raccontata in questi giorni come il fuoco intorno al quale radunarsi per i nostri riti di socialità estiva è invece il luogo dove il resto del Paese giovane non si ritrova.

Per questo non basta invocare il carattere, la maglia, l’orgoglio, la razza azzurra. Servirebbe un gesto più difficile. Smettere di trattare il passato come una stanza in cui rientrare e cominciare a pensare il calcio come un luogo da riaprire.

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Il racconto del calcio e la retorica dei bambini [26 marzo]

 


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