L’ultimo editoriale di Martin Kettle: l’ottimismo è un dovere

     

Per chi ha scritto di politica per decenni, il congedo non arriva all’improvviso. Il destino dell’ultimo pezzo da consegnare è sedimentato. Lo hai pensato a lungo, hai scelto le parole, dentro ci hai messo quel che volevi dire per l’ultima volta. È arrivato l’ultimo giorno in servizio per Martin Kettle, storico editorialista politico del Guardian, 41 anni alla stessa scrivania, trenta da opinionista. Nel suo ultimo intervento non ha scelto di parlare dal presente, o meglio: non solo del presente – ma dalla memoria di altri presenti che gli somigliavano più di quanto oggi siamo disposti ad ammettere.

“Viviamo in un mondo che sembra più compromesso, più fragile, più attraversato da crisi simultanee di quanto molti riescano a ricordare. Nel Regno Unito il morale nazionale appare esausto, la politica ispira poca fiducia, i media altrettanto, e l’idea che come paese abbiamo ancora abbastanza in comune per reggere insieme sembra sempre più sottile”.

È una diagnosi che riconosciamo come familiare. Ma Kettle la ribalta subito: ricordate un attimo cos’era la Gran Bretagna di metà anni Ottanta. Anche allora il paese sembrava rotto, immerso in un mondo altrettanto instabile. Le fratture erano diverse, certo, ma l’atmosfera no. La crisi, un’incertezza diffusa, il senso della fine di un ciclo. Eppure — questo è il punto che insiste a sottolineare — quelle sensazioni non durarono per sempre.

“Non tutto era davvero spezzato. Con fatica e con giudizi difficili, riuscimmo a venirne fuori. Non in modo perfetto, perché la politica e la vita non lo sono mai; talvolta pagando un prezzo, talvolta raccogliendo risultati; ma in modi reali e significativi. Ne siamo venuti fuori”.

Per Kettle, che iniziò a lavorare al Guardian proprio in quel decennio, gli anni Ottanta rischiano oggi di scivolare in una sorta di buco della memoria collettiva, come accadde ai Venti del Novecento per la generazione cresciuta nel dopoguerra. Eppure furono anni decisivi: un paese post-imperiale ancora prigioniero dei suoi riflessi, una guerra fredda logorante, una dipendenza strategica dagli Stati Uniti di Ronald Reagan — tutte cose che oggi appaiono quasi rassicuranti. Senza offesa. 

Era un’epoca di disgregazione industriale, di inflazione a due cifre, di disoccupazione, c’erano un conflitto sociale aperto e il terrorismo. Non per mitizzarla, avverte Kettle, né per proporla come modello. Anzi: fu un “decennio basso e disonesto”, che lasciò dietro di sé delle macerie. Ma fu anche un laboratorio da cui emerse una via d’uscita.

La lezione centrale che Kettle affida ai lettori nel suo commiato è che la cooperazione conta più della purezza. Storicamente è sempre stato così. Vale nei momenti estremi — e cita il fallimento tragico delle sinistre tedesche negli anni Trenta — vale nei contesti meno apocalittici. “In Gran Bretagna, dopo le lacerazioni degli anni Ottanta, la riconciliazione tra tradizioni politiche divise non fu una scelta ideale, ma una necessità. Neil Kinnock iniziò a muovere il Labour verso una posizione più ampia; quel processo sfociò poi nel New Labour di Tony Blair e nell’intesa tacita con i Liberal Democrats di Paddy Ashdown”.

Non è un’assoluzione. Kettle riconosce limiti, errori e compromessi — dalla regolazione dei mercati alle riforme costituzionali, fino alla guerra in Iraq. Ma insiste su un fatto: quella strada permise di governare e di cambiare qualcosa. Tre elezioni vinte non furono un incidente. La domanda chiave è se oggi – in condizioni diverse e forse più complesse – esista la volontà di adattarsi e cooperare di nuovo. Anche oltre i confini tradizionali dei partiti. Kettle richiama una frase di Theodore Roosevelt sul valore di chi entra nell’arena, sbaglia, sanguina, e però agisce. La politica, scrive, va sostenuta, non può essere presa dello scetticismo. “L’arena conta più della tribuna. È lì che si misurano i fallimenti e i progressi, ed è lì che, per necessità più che per virtù, la politica può essere spinta di nuovo a funzionare”.

È bello andarsene così, senza cedere alla tentazione che tutto sia peggio dei giorni in cui la nostra età era in fiore. Una volta Francesco Rosi ha detto che più si invecchia e più l’ottimismo diventa un dovere, anche a costo certe volte di doverlo celebrare con qualche accenno di finzione. Perché il futuro apparterrà più ad altri che a noi stessi, e non glielo possiamo intossicare con la nostalgia dei nostri vent’anni. 

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