Coppa d’Africa 2026 | Il ponte sotto lo stretto di Gibilterra: per unire Marocco e Spagna

 

Il paese

Il ponte sotto lo stretto

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    DI AMIRA IOZZI BOUDERBALA

La prima volta che i marocchini sentirono parlare di questa idea, non avevano ancora la VAR e nemmeno le tv satellitari. I geometri disegnavano gallerie sui taccuini, mentre il Tunnel sotto la Manica diventava realtà. Se Calais e Dover sono separati da cinquanta km, perché non si può fare anche qui, dicevano ingegneri e sognatori, qui dove la distanza tra Punta Paloma e Punta Malabata è inferiore. Ingegneri e sognatori lo dicono ancora, soprattutto tra una partita e l’altra della Coppa d’Africa. Il Marocco è un’unica onda di cori rossobianchi, ma a Tangeri la gente parla di quest’altra onda, quella che scorre sotto lo Stretto di Gibilterra, dove qualcuno sogna di scavare una galleria che porti fino alla Spagna.

Ne parlano perché una società tedesca ha appena detto che si può fare. Il passaggio sotto il mare non è più una fantasia da bar, ma un dossier su cui i governi di Rabat e Madrid promettono di prendere una decisione entro il 2027. Una linea sotterranea, Tarifa–Tangeri in 30 minuti. L’Europa e l’Africa senza il sale sulle valigie.

Il re Hassan II ci aveva creduto più di tutti. Nel 1978, alla Casa Bianca, lo propose a Jimmy Carter con l’entusiasmo di chi intravede due mondi che si stringono la mano. “Potrebbe ispirare gli altri”, gli disse. Carter annuì. Il progetto gli pareva soprattutto curioso, ma forse troppo avanti sui tempi.

A Tangeri, nel caffè vicino alla stazione, un uomo sfoglia un giornale sportivo e mi fa un gesto con la testa. “Saremmo una squadra sola, Africa e Europa. Se parte un treno da Casablanca, arriva a Madrid come Hakimi sulla fascia”.  Ridono anche i più scettici: 10 anni di lavori, nove miliardi di euro – ma qualcuno sussurra molto di più, come successo per la Manica. La galleria arriverebbe a 475 metri di profondità, sfiorando la dorsale del Camarinal, una montagna sottomarina che taglia lo Stretto come un difensore ostinato.

Lo chiamano il corridoio euro-mediterraneo che manca. Oggi qui passano 300 navi al giorno, merci che rimbalzano da un continente all’altro senza mai fermarsi per davvero. Il tunnel riporterebbe tutto a terra: persone, vagoni merci, storie. C’è l’Africa più giovane che si fa sempre più impaziente. Il sogno di Hassan II è lo stesso che sento nei tifosi marocchini: avanzare. Non si può restare per sempre sulla linea laterale del mondo.

Qualcuno a Rabat ripete la frase del vecchio re come fosse un motto: “Siamo un albero con le radici in Africa e le foglie verso l’Europa”. Per questo, forse, l’idea non è mai morta, perché racconta un Marocco che non vuole scegliere tra due appartenenze, ma abbracciarle entrambe. Quando il Marocco segna, le tv esplodono e i bar vibrano. In quei momenti, a guardare il mare, pare di vedere le luci spagnole che tremano dall’altra parte. Fra quattro anni dovremo organizzare i Mondiali insieme, noi e loro, loro e noi. Noi potremmo essere meno noi, loro meno loro, e forse staremmo meglio tutti. Un giorno – forse – un treno passerà sotto quelle onde, lento e silenzioso come un respiro. E noi potremo dire che Africa ed Europa hanno imparato a giocare la stessa partita.

Tutti i reportage di Amira Iozzi Bouderbala

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