Fanno i loro calcoli, puntano e perdono proprio come noi,
semplici mortali che giochiamo senza calcolare niente
Fëdor Dostoevskij
All-in, il vizio a perdere della NBA: l’ultimo azzardo è Antetokounmpo
La Roma pare lo sta facendo su Zirkzee, la Ferrari l’ha fatto sul 2026 [ma nel 2024 lo aveva fatto sul 2025, e nel 2023 lo aveva fatto sul 2024], i siti della Brianza giurano che pure la Varesina lo fa a Breno, perché non può più sbagliare. Aiuto, siamo circondati. L’all-in è dappertutto. Mica solo nello sport. Ogni tanto lo fanno Conte [l’altro] o Schlein in politica, qualche giorno fa lo faceva Amazon applicando prezzi da Black Friday su molti articoli.
Ma il posto dove l’all-in si sente a casa è la NBA. Torna ciclicamente. Perché l’NBA ama le scommesse totali, “adora l’idea del colpo che cambia tutto”, ma quasi mai sopravvive alle sue conseguenze. Così almeno dice Howard Beck su The Ringer – e chi siamo noi per dar torto a The Ringer. Beck dice che cominciarono a Brooklyn, dall’epoca di Mikhail Prokhorov, quando i Nets provarono a comprare il futuro con Paul Pierce e Kevin Garnett. “Era una mossa pensata per lo shock e per il terrore”, per dare l’illusione della grandezza immediata. Due anni dopo non restava nulla, mentre a Boston hanno ripetuto l’azzardo con Jaylen Brown e Jayson Tatum. “Guardata oggi, quella trade è unanimemente considerata una delle peggiori della storia della lega”.
La verità? Diciamola. L’all-in non funziona. Non nella NBA. Eppure è diventata la norma, con squadre che sacrificano tre, quattro, cinque prime scelte per inseguire il presente. Lo hanno fatto i Clippers e sono andati a sbattere, lo hanno fatto i Nets, i Sixers, i Suns. Cambia il logo di chi ci prova, ma non cambia l’epilogo. “L’all-in è fantastico finché non va tutto storto” scrive The Ringer. E quasi sempre va tutto storto.
Il punto non è solo tecnico. È anche psicologico e culturale, quasi antropologico. «L’NBA non è particolarmente avvezza a imparare dai propri errori», dice un dirigente a Beck. I proprietari sono impazienti, i general manager sono sotto pressione, le stelle sono spesse scontente del posto in cui si trovano: così tutti convergono verso la stessa tentazione. “Prendiamo tutto adesso, il resto lo sistemeremo dopo”.
Eppure, nella lunga lista di azzardi, Beck individua appena due casi davvero riusciti: Anthony Davis ai Lakers e Jrue Holiday ai Bucks. Due sacrifici che nessuno rimpiange. Tutto il resto è una distesa di occasioni mancate e di carriere spezzate, un collezione di finestre chiuse prima ancora di aprirsi.
Il prossimo all-in si chiama Giannis Antetokounmpo. È l’oggetto del desiderio attuale. Ha portato un anello ai Milwaukee Bucks dopo mezzo secolo. Ha assaggiato il nettare buono del successo e non si capacita del fatto che restando nel Wisconsin la possibilità di vincere un altro anello sia abbastanza rara. Periodicamente intorno a lui si sollevano voci di uno scambio. The Ringer non dice che non verrà scambiato. Dice qualcosa di più inquietante: “Se qualcuno lo prenderà facendo all-in, la storia suggerisce che probabilmente se ne pentirà”. Perché oggi le scelte al Draft pesano di più, valgono più che mai. I contratti ai rookie sono ossigeno, il nuovo sistema salariale punisce chi brucia il futuro.
“La lezione è qui, evidente. Ma nessuno sembra disposto ad ascoltarla”. Così fa la NBA, guidata dal denaro, dalla visibilità, dall’urgenza di vendere biglietti e sogni. E così, conclude amaramente The Ringer, “qualcuno farà all-in per Giannis. E qualcun altro lo farà per la prossima stella scontenta. Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato è che non impariamo mai niente”.