Lo Slalom del 29 settembre | Cosa leggere, sapere e vedere

 

 

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2  giorni a Rarcellona vs PSG

     

►  JANNIK SINNER ha vinto poco fa il suo quarto di finale al torneo di Pechino. Ha battuto in due set l’ungherese Marozsan e domani giocherà con De Minaur – l’australiano sconfitto a suo tempo nella finale NextGen, poi in finale di Coppa Davis, insomma il solito impiccione, diciamo la verità. Tra poco c’è Lorenzo Musetti. 

◇  La Nazionale maschile di pallavolo si è confermata campione del mondo nelle Filippine e Tadej Pogacar si è confermato campione del mondo in Ruanda. 

◇  Ieri mattina abbiamo fatto in tempo a celebrare Marc Marquez e il suo nono titolo mondiale. Stamattina i giornali gli rendono omaggio. Giorgio Terruzzi sul Corriere della sera dice che ha eguagliato Valentino, mettendo la freccia per un sorpasso che pare già prossimo, circondato da una solitudine difficilmente mutabile. Per meriti propri, intendiamoci, e per qualche latitanza altrui. Cioè: bravo, ma senza avversari. 

◇  In serie A il Napoli ha perso la prima partita a San Siro contro il Milan facendosi raggiungere a 12 punti. Con la Roma in testa ci sono tre squadre e sono in tutto sette nel giro di tre punti. Atalanta Juventus e Cremonese sono imbattute. In coda invece nel raggio di due punti ci sono otto squadre, cinque hanno il loro nome nell’albo d’oro del campionato [Torino, Lazio, Fiorentina, Verona e Genoa], una ha vinto nella sua storia qualche coppa europea [Parma]. 

◇  L’Olimpia Milano ha vinto la Supercoppa italiana maschile di basket [su Brescia], Schio quella femminile [su Venezia]

 

  

E ancora adesso io volo

Claudio Baglioni, Gagarin

 

  

Generazione di Imprendibili

Su Fenomeni bisogna intendersi. Fenomeni in che senso. Certo: un asso, un prodigio, un portento. Ma certe volte un  fenomeno può essere un vanesio esibizionista [vuole fare il fenomeno], in qualche altre caso è un problema, un caso, una questione [il fenomeno del bullismo], oppure diciamo la verità il fenomeno è tutta apparenza, è percezione dei sensi. Ci sono schiere di insegnanti di filosofia che al liceo non ti farebbero scambiare un fenomeno con un noumeno, con l’idea di Platone o la realtà di Kant, imprendibile, la sostanza ultima delle cose che resta in fondo inconoscibile, come una volta disse pure quella somma pensatrice della Magna Grecia a proposito del mare d’inverno, un concetto che il pensiero non considera. 

Ecco. Onestamente. Senza offesa. Se quella degli anni Novanta era una Generazione di Fenomeni, allora questa è una Generazione di Imprendibili, gli uomini accanto alle donne, l’Unione Italietica capace di arrivare a due titoli mondiali nello stesso anno come nella storia della pallavolo ha fatto solo l’URSS. 

Niente miracoli – ha scritto Valentina Desalvo su Repubblica – ma un modello costruito nel tempo che ha dato non solo risultati ma consapevolezza, metodo, investendo sui giovani, sui tecnici, sui centri federali

È la chiusura di un anno perfetto. I club femminili hanno vinto la Champions League con Conegliano, la Coppa Cev con Novara e la Challenge Cup con Roma – che in campionato è perfino retrocessa. Conegliano ha aggiunto il Mondiale per club. Tre di queste quattro finali sono state derby italiani [con Milano, Scandicci e Chieri]. Perugia ha vinto la Champions maschile, Civitanova ha giocato la finale di Challenge. Sono i picchi di un mondo fatto di 364.430 tesserati, di cui il 77% donne. 

Un mondo che Giorgio Burreddu su Domani ha chiamato Volleywood. Dove la federazione investe 10 milioni di euro per ricerca del talento nelle scuole, investimenti alti ma oculati

La scuola resta il luogo principale del reclutamento, come accade per l’atletica leggera – l’altro movimento in ascesa. Le schede delle convocate e dei convocati agli ultimi Mondiali di Tokyo erano piene di professori di educazione fisica che hanno indirizzato lei o lui allo sprint, al mezzofondo, al salto. Quelle scuole che secondo un rapporto di Save the Children sono dotate di una palestra solo nel 46,4% dei casi, lasciando più della metà degli studenti senza uno spazio per l’educazione motoria. Una disparità più marcata al Sud. In Calabria solo il 23% delle scuole ha una palestra, in Sicilia non si va oltre il al 30% . Chi ce l’ha, fa i conti con le condizioni. Sei palestre su dieci negli istituti primari e secondari risalgono agli anni ’80, un impianto su cinque non è accessibile alle persone portatrici di una disabilità. 

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L’omaggio della VAR a Carlo Sassi

Quando nel giro di tre ore gli arbitri italiani sono andati due volte alla VAR in Sassuolo-Udinese e hanno cancellato tre gol in Pisa-Fiorentina, tutto è stato definitivamente chiaro. Era un omaggio a Carlo Sassi e al mezzo secolo impiegato dalla moviola per arrivare dagli studi di una tv a un campo di calcio. Era il 22 ottobre del ’67 quando Gianni Rivera segnò il gol del pareggio, il pallone aveva battuto contro la parte interna della traversa ed era ricaduto in campo. Il gol di Hurst un anno dopo Hurst. Fu la sera in cui Carlo Sassi inventò la moviola alla Domenica Sportiva, dimostrando con un fermo immagine che si era trattato di una decisione sbagliata. 

Poiché tra la storia e la leggenda vince sempre la leggenda, ogni tanto si tramanda che quella sera l’arbitro Lo Bello in studio ammise l’errore. In realtà sono due episodi diversi. Le scuse di Lo Bello sono del ‘72. Otto anni dopo Sassi voleva lasciare. Lo disse in una intervista al Manifesto. Quando vi fu lo scandalo scommesse che coinvolse parecchi calciatori, la moviola non era iniziata da tanto tempo. Decisi di non farla più: ma come, pensavo, io stavo lì a fare le pulci all’arbitro cercando di vedere quanto non aveva visto lui e poi si viene a scoprire che i calciatori si mettevano d’accordo sull’esito delle partite?.

Maurizio Crosetti su Repubblica ha scritto una volta che fino a quella data, la moviola serviva solo nel cinema. Inventata da Iwan Serrurier nel 1924, cambiò la vita ai montatori permettendo di studiare e tagliare le singole inquadrature. Ma nel destino di uno strumento che all´inizio veniva prodotto e venduto per 20 mila dollari in un bellissimo mobile di legno, c´era una rivoluzione del costume e persino del linguaggio: perché oggi, per moviola, si intende qualcosa di rallentato e ripetuto in serie, una specie di nuovo occhio implacabile. Non è solo uno strumento, è una metafora. Sarebbe diventata telebeam, moviolone, supermoviola. Sarebbe diventata un cabaret, fino a farsi strumento giuridico tra le mani dei notai di Lissone, quelli che vanno a cercare un extra movimento del braccio su un pallone che spiove dal cielo mentre tieni gli occhi chiusi ai confini dell’area di rigore, stabilendo che si tratta di una pena da sanzionare con un tiro libero davanti alla porta semi spalancata dalla distanza di 11 metri. 

Non possiamo farne una colpa a Carlo Sassi, e quando oggi si chiede che nella sala VAR ci stiano degli ex calciatori, vale la pena ricordare che Sassi sì, aveva giocato. Era stato capitano del Sacrofano nella Prima Categoria laziale ai tempi in cui era un dipendente del Banco di Roma e aveva avuto la ventura di incrociare Garrincha come compagno di squadra. Quel Garrincha lì, arrivato a Roma con la donna di cui era innamorato, la cantante Elza Soares, e ingaggiato da quella squadra di dilettanti per tre amichevoli, alla modica cifra di 80 mila lire a uscita. Sassi aveva fatto pure un provino per l’Inter. «Mi presento e sono così emozionato che entro in campo con le scarpe da calcio, pantaloncini, maglione e camicia. Mi sono dimenticato di cambiarmi la parte alta». 

Era figlio unico di un dirigente della Pirelli, mamma casalinga. Liceo scientifico e Bocconi. Un giorno al bar, un amico gli presentò la moglie che lavorava in Rai. Si sentì dire che stavano cercando gente nuova, si fece convincere. Se quel giorno Carlo Sassi non avesse preso il caffè, oggi forse non avremmo la VAR e il Pisa avrebbe battuto la Fiorentina. 

La vittoria del Milan contro il Napoli

  Prima ancora che a San Siro fosse battuta la palla al centro, la situazione delle forze in campo era la seguente. Max Allegri disponeva nella sua metà del campo di un Pallone d’oro che finge di avere 40 anni [Luka Modric], dell’attaccante con il miglior quoziente di gol segnati per minuti giocati [Pulisic] e del giocatore piazzato ai primi due posti nelle voci statistiche di dribbling e contrasti [Saelemaekers – attenzione: dribbling e contrasti, il giorno e la notte]. Antonio Conte nella sua metà del campo aveva quattro difensori in officina di riparazione di cui tre titolari, un giovane centrale al debutto dopo qualche bagliore in provincia e un terzino sinistro al debutto [dalla parte di quel Saelemaekers satanasso]. Se dopo tre minuti il risultato era già di 1-0, onestamente di stupore se ne poteva vivere pochino. Allegri aveva in panchina Leao, Conte quel Lang pagato 30 milioni e utilizzato per 9 minuti con il Sassuolo, 10 con il Cagliari. Ultime tracce di lui da titolare: 87 minuti con il Sorrento. 

Se il Napoli è uscito da San Siro con una sconfitta che non somiglia a un rovescio, lo deve all’ingenuità di Estupinan che si è fatto buttare fuori. Paolo Condò sul Corriere della sera la definisce la dose di veleno che rischia di rovinare un primo tempo perfetto, calcio freddo ed elegante come un jazz, facilitato ma certo non interamente spiegato dalla moria di difensori avversari. L’inferiorità numerica obbliga invece il Milan a trasfigurarsi in un insieme gladiatorio — non più esibizione ma battaglia senza respiro.

Milan-Napoli ci lascia, scrive Condò, l’immagine dei due grandi vecchi del match e i loro opposti destini. Luka Modric è un padreterno che fa la cosa giusta in ogni modo e in qualsiasi momento, la bussola che prima abbellisce il gioco di Allegri e poi lo governa in mezzo alla tempesta. Una meraviglia. Sull’altro fronte Kevin De Bruyne continua a non incidere come si pensava, un po’ per deficit atletici, un po’ per l’assenza dei laser pass, i passaggi filtranti che affettano le difese, la sua specialità ai tempi del City. Conte l’ha sostituito ancora, e stavolta Kevin l’ha presa meno bene di Manchester. Se è un segnale d’orgoglio, ben venga.

Marco Ciriello sul Mattino dice che Modric non fa pesare la sua aristocrazia, ma la sua intelligenza. Fa l’animale mansueto nella terra dei predatori, ma alla fine il pallone è suo. Gioca da mediano, inchiodato dietro, scherma, disturba, blocca, imposta e resiste. La sua purezza tecnica arriva dopo, prima, prima di tutti, degli avversari e della tattica arriva la sua capacità di essere nel posto del vento, e di cambiarlo.

Francesco De Luca, ancora sul Mattino, aggiunge che questa sconfitta pone interrogativi su alcuni difetti della squadra da correggere. Perché non è stato soltanto l’handicap delle assenze di Buongiorno, Olivera, Rrahmani e Spinazzola a determinare questo risultato. Conte aveva detto, dopo il sofferto successo sul Pisa, che questa squadra ha bisogno di tempo e pazienza per completare il processo di crescita. Ma si aspetta lo scatto di Hojlund, inconsistente al Meazza, e la verifica dell’assetto tattico che rischia di essere un limite se De Bruyne non gioca sui suoi reali livelli.

 

 

LA TIGRE  Gian Piero Gasperini

Alla Roma mancano i gol degli attaccanti, si diceva fino a ieri mattina. Ora, a parte il fatto che i gol dei difensori valgono lo stesso, contro il Verona sono arrivati pure quelli del centravanti dimenticato.  Dentro una specie di paradosso e di incantesimo alla Jumanji, il Gasperini romanista si trova con un tesoro fra le mani che avrebbe desiderato avere a Bergamo  [la migliore difesa, un solo gol subito] e ora desidera trovare a Roma quel che all’Atalanta aveva in abbondanza, fino allo scialacquo. Eppure, se anche la Roma pare imperfetta, si trova lassù con Milan e Napoli. Se la serie A fosse una corsa di 100 metri, oggi saremmo al metro numero 13, e dunque si stanno solo rialzando dai blocchi di partenza, le squadre non sono neppure in piedi. Se non sei in piedi ma sei già davanti, non è una cattiva condizione. Chiedere a Noah Lyles che parte sempre male e deve fare gli ultimi 60 metri con la lingua di fuori. 

Ivan Zazzaroni sul Corriere dello sport-stadio elogia la capacità di soffrire, le mani di Svilar e l’operazione recupero dei valori dimenticati: Dovbyk, ancora parziale, dopo Hermoso e Pellegrini che anche contro il Verona ha creato momenti di superiore qualità, tant’è che è rimasto in campo fino alla fine. È una notizia. È impressionante la fiducia che i giocatori nutrono nell’allenatore, nei suoi metodi, il carisma che esercita su di loro. Una parola la spendo volentieri per Celik: non credevo che potesse diventare un giocatore utile, oggi lo è

 

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Le analisi

   

Il ruolo di Pogacar nella storia del ciclismo

Era un inganno. Quando Tadej Pogacar aveva provato a farci credere d’essere pentito per la fuga di cento km ai Mondiali di un anno fa, la migliore peggior idea che gli sia mai venuta [se ne parlava qui], stava cercando di sviarci, stava cercando di camuffare il proposito di farlo ancora. E l’ha rifatto.

Ha messo a cuocere la corsa a 104 km dal traguardo. Quando le gambe degli altri erano lesse, se n’è andato. S’è fatto da solo 66.6 km , una quindicina in più che in Svizzera nel 2024, ma ancora 24 in meno rispetto a Vittorio Adorni nel Sessantotto [la sua corsa di allora], perché ci sono rivoluzioni che non si possono eguagliare neppure se sei Tadej Pogacar.

Solo alle Strade Bianche del 2024 se n’era stato in solitudine per più tempo, 81 km e 100 metri per arrivare in Piazza del Campo con 2 minuti e 44 sul secondo. Qui, in Ruanda, ha dato un minuto e mezzo a Remco Evenepoel – bandiera bianca a 100 km dall’arrivo – e ancora 2:16 a Ben Healy. Dal quinto posto in giù sono tutti arrivati oltre i 6 minuti e 40. Il ventesimo a 10 minuti, il trentesimo a 12. Il trentunesimo non c’è. Gli altri 135 iscritti si sono ritirati.

È la vittoria numero 105 nella carriera di Tadej Pogacar. L’ultima volta che un corridore aveva vinto Mondiale, Tour e Liegi era stato nel 1971 e quel corridore si chiamava Eddy Merckx. È l’ottavo ciclista nella storia che non restituisce la maglia iridata e per l’immaginifico Alexandre Roos che ne ha scritto su L’Equipe siamo solo in attesa di dargli la corona di miglior ciclista della storia. 

Nella sua cronaca racconta di come Tadej abbia fatto a pezzi questo grande anello così diverso dal solito circuito, lontano dai quartieri residenziali, dalle ambasciate e dagli hotel sterilizzati, per scalare il Monte Kigali, in mezzo a una folla immensa oltre l’ipercentro della capitale, tra i quartieri operai, la stazione degli autobus, il mercato di Nyabugogo, una sensazione un po’ più palpabile e reale della vita. Pogacar si è aperto la strada sul selciato di questo muro di Kigali le cui tribune naturali erano stipate fino al soffitto, in mezzo alle piccole case dipinte di giallo, arancione, a volte viola, ai tetti di lamiera ocra, alle strade sterrate

Ha corso le ultime due ore di mezza del Mondiale sotto lo sforzo della velocità massima. Gli sono rimasti accanto per un po’ solo Juan Ayuso e Isaac Del Toro – e nel pieno di una corsa per la maglia iridata è stato più semplice capire due cose. La prima: perché Pogacar li abbia voluti come gregari nella UAE. Secondo: perché i due siano sempre più insofferenti al pensiero. I Mondiali di ciclismo parevano a un certo punto una seduta d’allenamento di gennaio, al caldo della Spagna. Il capitano li ha mollati là e si è dato a quella che Roos chiama una nuova follia che tende a passare inosservata di questi tempi, diventata quasi ordinaria: non molto tempo fa eravamo felici quando le operazioni iniziavano negli ultimi 20 chilometri. Tadej Pogačar se n’è andato e nessuno lo avrebbe più rivisto, perché nessuno lo fa mai.

Carlos Arribas su El Pais paragona la sua lunga fuga a una fanfara gioiosa: tamburi, tromboni, trombe di bronzo lucente che celebrano la sua vittoria. Nel cuore delle tenebre, le acacie viola fioriscono rigogliose. Tutto si illumina in pieno, celebrando il mito di Pogačar e le gesta eroiche di Remco Evenepoel, sfortunato duellante, abbattuto. I tamburi scandiscono il ritmo delle ultime pedalate sofferte come scandivano al galeotto Charlton Heston il ritmo del remo dai perfidi colonizzatori romani di Giudea in Ben-Hur: un ritmo forzato, da condannato

È un Pogacar fresco e sognatore. Il Pogacar consumato dal Tour – fa notare El Pais – tanti giorni a pensare sempre al giorno successivo, è scomparso. Rinasce il Pogacar felice dei giorni senza domani, delle classiche di un giorno, quello che ha tanto goduto della primavera di Roubaix, anche cadendo e perdendo, di Fiandre, di Liegi, dei percorsi polverosi di Siena. Quello degli autunni lombardi e della caccia all’arcobaleno. 

È stata una corsa brutale, nella quale c’è spazio per apprezzare il 13esimo posto di Paul Seixas, 19 anni, il ragazzino in cui la Francia comincia a credere, alla sua prima corsa di 270 km, e su un percorso del genere. 

Il miglior compagno di squadra di Tadej Pogačar – dice Roos – è stato il percorso, perché è troppo facile per lui vincere su un tracciato difficile. Quel che per gli altri è un inferno, per lui è un paradiso. Era partito altrettanto indietro a Zurigo l’anno scorso, ma questa seconda vittoria non è stata niente di simile, molto più netta, molto meno incerta. Tutto questo contro il gruppo più competitivo della storia, il più compatto, quello meglio preparato. Non c’è più molto a cui aggrapparsi. A 27 anni Pogacar sta diventando il più grande corridore della storia

La rivista Rouleur ricorda che secondo L’Équipe Magazine questa sua stagione sembra un continuo spartiacque tra leggenda e realtà: ci si interroga se sia già più grande di Eddy Merckx, se debba vincere un quinto Tour per essere considerato il migliore di sempre, o se il suo dominio renda le gare meno spettacolari. Ma sulla strada non ci sono dubbi: Pogačar corre in una categoria a parte, e per un altro anno indosserà la maglia arcobaleno, simbolo della sua unicità e della sua forza.

 

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Dai campi

   

Il golf e l’ostilità verso l’Europa

L’Equipe prova a scherzarci, che altro possiamo fare. Così il titolo di stamattina sulla vittoria in Ryder Cup dice che “L’Europe great again. E vabbè. Ma gli americani a un certo punto ci hanno creduto. Hanno pensato davvero di poter ribaltare una sconfitta che pareva netta nell’ultima giornata. Il Guardian la chiama una sorprendente reazionedegli Stati Uniti, che hanno vinto otto dei primi nove match di singolo sotto il sole cocente, ma stoppati da quella che il giornale inglese considera la diligente pianificazione di Donald [No, non lui, Donald nel senso di Luke Donald]. 

Una Ryder Cup segnata dall’aria che tira e da quelli che il Guardian chiama momenti di alta tensione, con il pubblico che ha talvolta oltrepassato i limiti del fair play. Rory McIlroy e Shane Lowry sono stati insultati da parte dei tifosi americani. 

Il Times considera emblematico il momento in cui la presentatrice Heather McMahan ha incitato la folla a intonare un coro volgare contro McIlroy. Ha dovuto dimettersi sotto il peso della condanna ufficiale da parte della PGA of America. Ma intanto l’incidente ha contribuito a creare un’atmosfera sempre più ostile. McIlory ha definito inaccettabile tutto questo. La sua compagna è stata colpita da una birra lanciata dalla folla. Keegan Bradley, vice-capitano degli Stati Uniti, ha replicato: e allora a Roma? Bradley ha difeso i tifosi americani, definendoli «appassionati» – ecco – e paragonando la situazione a quella della Ryder 2023 in Italia. Tié. 

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