17 MARZO 1985 DI MARIO SCONCERTI
““Il ciclismo è arrivato alla Sanremo dopo una tristissima settimana di itinerari appenninici. Il fuggi fuggi generale che ha pesantemente caratterizzato la Tirreno-Adriatico è stato però solo l’ultimo di una lunga serie di indizi. Sembra che il ciclismo si sia ormai convinto di essere solo un eterno trampolino di se stesso. Ogni corsa è una preparazione per l’altra, ogni ritiro è dunque legittimo: si fuggono le difficoltà di oggi per poter essere pronti a quelle di domani. Piccoli campioni e giovani rampanti fanno della pioggia, il freddo o le salite degli oggetti inquinanti la scientificità della loro preparazione. Hanno tutti una tabella nascosta da rispettare in base alla quale è umano non rispettare gli impegni.
La sensazione è che da questo punto di vista Moser sia stato un pessimo esempio. O comunque un esempio non capito, male interpretato. Moser, con i suoi calcolatori, le sue frequenze, le sue ruote lenticolari, non ha scoperto il ciclismo di domani, ha piuttosto adattato i mezzi di oggi al ciclismo di sempre. Non a caso prima di essere il primo dei nuovi campioni, Moser è stato soprattutto l’ultimo dei vecchi. Molti sembrano però aver scambiato il suo esempio, le sue metodologie d’allenamento e d’approccio alle gare, come una sorta di nuovo doping. Ma se due pasticche o un’iniezione non hanno mai trasformato un gregario in fuoriclasse, non può bastare adesso scimmiottare l’organizzazione-Moser per averne effetti equivalenti. La scienza ha semplicemente permesso a Moser di sfruttare fino in fondo la sua forza. Ma la vera differenza era dentro di lui”.