Questo è un lavoro che va fatto unendo i puntini.
Se ne sono accumulati abbastanza sulla scena.
L’ultimo lo ha aggiunto Judy Murray, la madre di Andy, lo scozzese che 4 anni fa era il tennista numero uno al mondo. La signora Judy ha 61 anni ed è nel tour a vario titolo da una quarantina. Ieri ha detto al Times che le partite di cinque set andrebbero abolite. Andrebbero giocate sempre due su tre. Perché i giovani non ce la fanno a guardare tennis per cinque ore di fila. Si può reagire in due modi. Il primo è rispondere che se i giovani non ce la fanno, beh, allora che non lo guardassero. Il secondo è provare a capire.
A novembre Gerard Piqué si è inventato una Coppa Davis – manifestazione centenaria – con un vestito nuovo (tre set, il super tie-break, i gironi) e da imprenditore l’ha imposta ai puristi. Essendo un calciatore è stato vissuto come un invasore. Ma Patrick Mouratoglou, che non è un barbaro arrivato dalle lontane terre del nord, ma un signore che sta nel tennis da venticinque anni, ha deciso di far sembrare Piqué un ragazzino dalla fantasia limitata. Ora noi possiamo pensare finché vogliamo che Mouratoglou abbia scelto una via estrema per indagare i nuovi bisogni. Pensare che si è inventato una formula di tennis in cui il tennis come lo abbiamo sempre chiamato è solo nel nome. Eppure a Judy Murray, il cui figlio ha vinto Wimbledon – quel posto dove ci si veste ancora di bianco e si mangiano le fragole con la panna – a Judy Murray il tennis di Mouratoglou piace. Ne è divertita. Come è possibile?
| Dovette succedere così negli anni benedetti in cui, per esempio, nacque l’Illuminismo, o nei giorni in cui il mondo tutto si scoprì, d’improvviso, romantico. Non erano spostamenti di truppe, e nemmeno figli che uccidevano i padri. Erano dei mutanti, che sostituivano un paesaggio a un altro e lì fondavano il loro habitat.
Forse è un momento di quelli. E quelli che chiamiamo barbari sono una specie nuova, che ha le branchie dietro alle orecchie e ha deciso di vivere sott’acqua. Ovvio che da fuori, noi, coi nostri polmoncini, ne caviamo l’impressione di un’apocalisse imminente. Dove quelli respirano, noi moriamo. E quando vediamo i nostri figli guardare vogliosi l’acqua, temiamo per loro, e ciecamente ci scagliamo contro ciò che solamente non riusciamo a vedere, cioè l’ombra di un’orda barbarica in arrivo. Intanto, i suddetti figli, sotto le nostre ali, già respirano da schifo, grattandosi dietro alle orecchie, come se ci fosse qualcosa, là, da liberare. È lì che mi vien voglia di capire.
di alessandro baricco, I barbari (Fandango, 2006)
Dieci anni fa esatti, alle 14 e 07, iniziava a Wimbledon il quinto set di una partita sospesa per oscurità il giorno prima. Dopo altre sette ore di battaglia, con i due giocatori ancora in parità, 59 a 59, il match venne di nuovo fermato per il buio. Erano le 21 e 10. Isner-Mahut finì al terzo giorno, superate le 11 ore totali di partita. Gianni Clerici su la Repubblica parlò di risultato apocalittico. “Un risultato – scrisse – che resterà negli annali, nonostante la mediocrità della partita. Ma spesso la storia è noiosa”.
Dopo dieci anni esatti, per passi progressivi, con i set a quattro, con l’accelerazione di una pandemia che ha televisizzato tutto il televisizzabile, siamo finiti dove siamo. Alle carte del Monopoli. Scandalizziamoci pure, ammettendo però che nessuno di noi ha visto tutte le 11 ore di tennis tra Isner e Mahut.
Ci sono adolescenti che sanno tutto della NBA senza guardare la NBA. Detta così è tremenda, lo so, e loro stessi contesterebbero l’affermazione. I soliti giornalisti – direbbero per esempio gli adolescenti di casa mia. Ma è vero che sanno tutto della NBA guardando la NBA in modo diverso: sia da come la guardava la mia generazione, il sabato pomeriggio, una partita su Italia 1 con Dan Peterson che gridava di mettere la pasta sul fuoco; sia da come si guardava fino a cinque anni fa.
In genere la NBA di un adolescente contemporaneo inizia a ora di colazione, con i cereali nel latte prima di uscire e andare a scuola. Si apre Instagram e si vede com’è andata la notte. Le grafiche con le statistiche, gli highlights, le tre migliori giocate, perfino l’arrivo dei giocatori al palazzetto per sapere chi si veste meglio.
Giorno per giorno si accumula competenza. È fatta di frammenti ma solida, solidissima, che a NBA 2K non ti fa sbagliare la squadra da prendere né le sostituzioni da fare. Noi guardavamo 40 minuti di Doctor J per capire quanto fosse grande nei tre minuti in cui cambiava la partita. Loro guardano direttamente i tre minuti in cui Harden ribalta il risultato. È meglio, è peggio, e chi lo sa? Mi viene in mente il figlio di un amico, che di fronte alla passione per il ciclismo di suo padre – ore e ore pomeridiane nel caldo di luglio aspettando una volata al Tour – si domandava perché nel ciclismo non si corresse solo l’ultimo chilometro. Ci sono mondi fatti per non capirsi.
NBA 2K è formidabile anche perché consente di giocare con le squadre del passato, così – sempre in modo alternativo – ti fai una cultura, o quantomeno un’erudizione sulla storia. Un adolescente di oggi può sapere che Wilt Chamberlain è stato il miglior rimbalzista della storia senza averlo mai visto. Proprio come capitava a noi. Noi lo sentivamo dire a Dan Peterson, loro lo vedono dalle skill e dalla valutazione.
Jorge Valdano fa notare sempre più spesso che la platea dei fruitori di sport – i fruitori delle passioni e delle emozioni che lo sport sa accendere – non è fatta di soli tifosi. Esistono anche i clienti. “Solo con i tifosi i club non vanno avanti”. Quando parli con gli specialisti di marketing, il concetto di cliente è legato a quello di fanbase. La fanbase è un concetto culturale. Dentro ci siamo più o meno tutti: noi vecchioni spiazzati dai giochi senza frontiere della International Swimming League e quelli che una gara di nuoto altrimenti non la guarderebbero mai. La clientela è un concetto commerciale. Quelli che comprano i biglietti, gli abbonamenti alle tv, le scarpe che fanno correre la maratona sotto le due ore. «Se sei un tifoso cinese e la domenica hai davanti a te quattro televisori, in cui giocano lo United, la Juve, il Real, il Bayern: cosa scegli? Se cerchi le emozioni, guardi gli ultimi 5 minuti di una partita bloccata. Se cerchi l’allegria, guardi chi ti fa felice col pallone. Ed è là che va a finire il denaro. Il denaro non è stupido» diceva Valdano.
I clienti dello sport siamo ancora noi vecchioni, se ragioniamo nei termini classici delle banconote come mezzo di acquisto. Ma se la cultura digitale ha già modificato lo scenario delle monete con cui si compra un bene (un click, una mailing list, un account social), significa che la capacità d’acquisto è cresciuta pure per chi non è ancora entrato nel mondo del lavoro. Gli adolescenti. La musica c’è già arrivata con Spotify. Il festival di Sanremo, un tempio della tradizione pop, ha un paesaggio di partecipanti stravolto rispetto a cinque anni fa. Ha modificato la sua platea. Si vota con lo smartphone come per X Factor. Lo sport è su quella strada: ci sta mollando per fidelizzare un nuovo pubblico. Perché mai mettere in sottofondo il sonoro dei videogame alle partite a porte chiuse? Soprattutto: per chi? Per noi vecchioni?
un’intervista | Peter Moore (ceo Liverpool)
Lei ha detto che Fortnite, come simbolo dell’attrazione che i giochi elettronici esercitano sui giovani, rappresenta una sfida per il business del calcio. Cosa hanno a che fare i giochi elettronici con un settore come il calcio, che si basa sui sentimenti?
«Entrambi competiamo per il tempo dei giovani, per la loro attenzione. I riti di passaggio di molte generazioni erano legati al giorno in cui tuo padre ti portava alla partita. Andavi al campo, tuo padre ti faceva conoscere la squadra e non c’erano negoziazioni possibili. Qualunque fosse quella squadra, sarebbe stata la tua squadra. Non succede più. Non perché i giovani non siano interessati al calcio, ma perché l’offerta è più ampia attraverso la connessione. Ora possono fare molte altre cose nella vita: possono navigare, possono interagire sui social media. Lo vedi dal successo dei giochi elettronici: un’industria da 240 miliardi di dollari. Non c’è tempo. Questa è la chiave. Competiamo per il tempo. Competiamo per quei periodi in cui possiamo rimanere concentrati su qualcosa. Questo non esisteva quando ero un bambino: la mia generazione, nel dopoguerra, poteva solo essere ossessionata dalle figurine e dall’idea di andare allo stadio la domenica pomeriggio. Il calcio oggi richiede ore di attenzione. Il bambino moderno vive atomizzato: dieci minuti qui, quindici là. Tutti gli sport affrontano questo problema del pubblico. La NFL offre partite da tre ore e mezza. I fan del futuro si concentreranno davvero su questo?».
➣ Propone di accorciare le partite?
«No. Ma dobbiamo agganciare i fan più giovani. Stiamo prendendo in considerazione nuovi angoli di riprese tv, qualcosa che avvicini al campo di gioco, al concetto di visione reale, qualcosa di simile al gioco FIFA di EA. Questo è l’obiettivo. Selezionare i punti di vista con le telecamere che si muovono a 360 gradi e che consentono agli spettatori di interagire e divertirsi. Devi andare a pescare dove ci sono i pesci. Altrimenti, non li tirerai fuori dalle loro stanze: preferiranno guardare i loro youtuber preferiti o il Twitch Dream. Preferiranno giocare a Overwatch, Fortnite, a FIFA, Impact Legends. I giovani interagiscono con i loro amici in questo modo. Quando ero bambino interagivo giocando a calcio perché non c’era altro modo».
intervista di diego torres, El País, 9 ottobre 2019
Ecco. Potremmo scoprire un giorno che The Last Dance in pandemia è stato il prodotto ponte fra due generazioni, un momento storico di passaggio di consegne. È uno scenario abbastanza chiaro sebbene non del tutto scritto. Alla fine decide il mercato. La pallavolo eliminò il cambio palla e ha funzionato. Il calcio credeva che il futuro fosse nel golden gol e ci ha ripensato.
Possiamo provare a capire dove va il cambiamento e illuderci magari di riuscire a guidarlo, oppure chiuderci in casa e guardare le repliche di Ali-Foreman a Kinshasa, rimpiangendo when we were kings. Sarebbe bello aprire una discussione su questi temi, sul futuro dell’entertainment sportivo. In modo laico. Questo futuro che non riusciamo a capire, nei prossimi giorni per comodità lo chiameremo Sportify.
Poi io cinque set continuo a guardarli.
Ogni mattina, nella tua casella di posta, una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
*
Per supporto tecnico: digital@loslalom.it
Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it