Per provare a fare un bilancio sereno del secondo triennio Allegri alla Juventus, ora che probabilmente s’è chiuso con la Coppa Italia, bisogna avere la lucidità di chiedersi e di ricordare per quale motivo venne richiamato in panchina, e dunque che cosa gli venisse chiesto.
Si erano separati perché la Juventus sentiva di essersi incagliata in una secca. La secca era la vittoria di un pugno di scudetti largheggiando, ma un’uscita di scena prematura dalla Champions una volta aggiunto Cristiano Ronaldo. Una Juve che non era considerata all’altezza della sua storia, né soprattutto all’altezza delle sue ambizioni. Era stato salutato anche Giuseppe Marotta, perché Andrea Agnelli si era convinto che fosse giunto il momento di dare il potere ai quarantenni.
I quarantenni gli portarono prima Sarri e poi Pirlo. In un passaggio poco sottolineato della conferenza stampa di insediamento del primo, Agnelli parve freddino. Disse che in una società d’élite ciascuno ha un ruolo e ciascuno si assume le responsabilità delle proprie scelte. Era un avvertimento, nel cuore dei giorni in cui sott’acqua lavorava per la Superlega. Aveva comprato un accredito con Ronaldo, lo convinsero che non bastava, che il denaro non è stupido [copyright Jorge Valdano], follow the money e scopri che esso va dove lo porta lo show. Andava inseguito un calcio più presentabile, più internazionale, il calcio sexy di Sarri [L’Équipe] per vendersi meglio sul mercato delle idee.
Tornare alla casella Allegri significava invece tornare al via nel Monopoli Juventus. Tre capi area sarebbero usciti di scena insieme a lui. Era come se la Juventus ammettesse di aver buttato via due anni e svariate decine di milioni, scrisse Emanuele Gamba su Repubblica. Allegri tornava come un colpo di spugna su una rivoluzione mancata. Nella scatola con l’etichetta “rivoluzione mancata” stavano chiusi comunque uno scudetto, una Coppa Italia e una Supercoppa, ma l’occhio cadeva sulle solite delusioni europee.
Iniziava così una restaurazione. Per Allegri era una questione di orgoglio. Preferì rimettere i piedi nel bagnasciuga conosciuto anziché – si dice – aprire le vele nel mare aperto del Real Madrid. Così come si dice che sia stata la sua pigrizia a trattenerlo in Italia, sull’asse Torino-Milano. Forse non era pigrizia, forse dovremmo chiamarli affetti, relazioni, figli, adesso non importa. Aveva lasciato la Juventus presentando ad Andrea Agnelli un dossier sugli aspetti tecnici e quelli gestionali. Aveva suggerito soluzioni a partire dalla necessità di lasciar andare Ronaldo, la cui ombra ingombrante gli pareva che ostacolasse la crescita generale. Non era stato ascoltato.
Quando è tornato, Allegri ha chiesto allora pieni poteri. Di questi famosi pieni poteri si è molto parlato e scritto fino a un anno fa. Erano ovunque, in ogni titolo. La separazione da Paratici – indicibilmente legata al caso Suarez di Perugia e alle plusvalenze – favoriva questo trasferimento di competenze. Ma i pieni poteri hanno portato meno della rivoluzione mancata di Sarri e meno delle secche in cui la Juventus credeva di essersi incagliata. Oggi si è quasi radicata la convinzione che le disponibilità del club non siano-fossero le stesse di prima. È la fabula di chi crede così di poter assolvere Allegri dalle sue responsabilità, non solo di tecnico, ma proprio di figura dai famosi pieni poteri. Eppure, nel gennaio del 2022, appena due anni fa, con la forza della proprietà e delle sue ricapitalizzazioni, la Juventus andava a prendersi con un centinaio di milioni Dusan Vlahovic dalla Fiorentina, con la colonna sonora dei consueti mille violini suonati dal vento, quelli che si domandavano se non avesse comprato il miglior attaccante d’Europa, dimenticando Haaland, Mbappé e il fatto che Vlahovic avesse una presenza – una – nelle coppe europee.
L’arrivo di Giuntoli è stato il primo segno di una mozione di sfiducia votata dentro la Juventus a Max Allegri. È complicato sostenere che dal suo ritorno la Juventus non si aspettasse [almeno] uno scudetto. Alla Juventus non esistono anni di transizione, figuriamoci dei trienni. In ogni caso non è a Max Allegri che ci si rivolge per un gestire un periodo di passaggio. Questo triennio non è stato neppure un ciclo unico. In mezzo c’è stato un cambio di guida all’interno della proprietà. L’arrivo di Giuntoli ha avuto un’esposizione mediatica che per un dirigente la memoria accosta solo a Moggi e Allodi. È stato presentato come l’altro Cristiano. Ma Giuntoli alla Juve era anche la prova di un rimpicciolimento non confessabile in tutto e per tutto. Per la prima volta nella storia, esisteva un mercato italiano con due gioielli scalabili – Osimhen e Kvaratskhelia – eppure la Juventus non aveva la forza di dargli la caccia. Non potendo prendere Kvaratskhelia, il teatro delle idee ha presentato la Juventus come il club che prendeva l’uomo che ha preso Kvaratskhelia. Un po’ come il fratello di Parascandalo in Così parlò Bellavista.
Nel dibattito sul lavoro dell’Allegri-bis, in estate circondato da un ottimismo fuori scala per il fatto che la Juventus non giocasse le coppe europee, tutte queste premesse sono sparite, sommerse dall’ideologia calcistica, dal duello permanente tra il partito degli amichetti-a-favore e il partito dei nemichetti-contro: un duello che in sostanza significa restare innamorati ognuno della propria idea, e difenderla, difenderla a prescindere, spesso contro ogni evidenza. Da una parte e dall’altra.
Nel caso della Juventus, di questa Juventus, l’evidenza è fatta invece di polvere, di una consistenza da ritrovare, un’identità da riscrivere. Non è così povera come la vorrebbero quelli che difendono Allegri, non piò essere più così disinvolta nelle sue spese. Con qualche ragione, Massimiliano Nerozzi sul Corriere della sera ha scritto alcune settimane fa che “forse, la Juve non è quella squadra «senza qualità» che non pochi dipingono. Dopodiché, si può pure spacciare il cast del Bologna per il remake dei Galacticos, dimenticando l’ovvia regola. i pronostici si fanno all’inizio, i giudizi [anche sul lavoro degli allenatori] alla fine. Va da sé, se lo scudetto sarebbe stato da impresa e il secondo posto da grande stagione, il quarto è il minimo sindacale. Perché oltre alla meta, c’è il viaggio”. Qualche settimana fa Marco Tardelli ha scritto su La Stampa che “arrivato nel momento peggiore della società, Allegri ha dovuto sobbarcarsi tutto il lavoro. Squalifiche per doping, scommesse, infortuni, punti tolti, di tutto di più. Nonostante questo gli è stato chiesto di raggiungere la Champions e lo sta facendo. È anche in finale di Coppa Italia. Non piace come fa giocare la squadra, lo capisco, ma non raccontatemi che nel momento in cui è tornato non era l’uomo giusto per la Juve”.

Che cosa si dice in giro
| Stamattina su Repubblica Emanuele Gamba sintetizza allora in modo preciso che è giusto così, “è giusto che Allegri lasci in ricordo una vittoria perfettamente allegriana, di stile purissimo, davvero molto sua nei tempi, nei modi e nelle reazioni: pure quel modo sguaiato di perdere il controllo ha fatto capire che il tempo è scaduto e un’epoca s’è chiusa, anche se da qui in avanti lui continuerà in qualche modo a esserci ancora, nel continuo paragone che si farà. Nei due precedenti anni d’assenza i confronti li aveva stravinti, vedremo da domani in poi“.
| Antonio Barillà su La Stampa la chiama “la più contraddittoria delle stagioni, vissuta per metà con il sogno dello scudetto e per metà con una risicata media salvezza. Tornato a Torino nel maggio 2021, spinto dall’amore per il club dove aveva vinto cinque scudetti, ha rottamato fuoriclasse e lanciato giovanotti per dare una mano a sistemare i conti, ha tenuto la barra dritta nella tempesta del board dimissionario e delle classifiche riscritte, ha già rispettato l’obiettivo Champions, però è scivolato nella fossa delle critiche e c’è Thiago Motta dietro l’uscio”. Questa Coppa Italia gli pare il pretesto per “un addio meno triste e un monito contro le critiche eccessive, peccato per la scenata finale che pure riassume l’amore per la Juve: espulsione per proteste e spogliarello rabbioso. Tornerà sul prato a fine gara, bersagliato dai gavettoni e lanciato in aria dai suoi ragazzi dopo aver, però, allontanato con un gesto perentorio il capo dell’area tecnica Giuntoli”.
| Daniele Dallera sul Corriere della sera parla di “mani sicuramente floscie e moscie che non lo hanno protetto, come avrebbero dovuto, considerata la sua carriera”. Scrive che “con Allegri si è andati oltre, accusando e criticando solo lui, salvando e tutelando un complesso tecnico spesso stonato, perché senza grande talento. Il fuoco amico come sempre è quello più pericoloso, perché sottile, sorprendente, a volte non occorre nemmeno sparare, è sufficiente non costruire le giuste difese lasciando scoperto e solo chi se la gioca fino in fondo con mestiere, conoscendolo in ogni aspetto”.
| Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, baluardo costante in difesa del lavoro di Allegri, stamattina scrive che “adesso Max può andare. Ha portato a casa tutto quello che doveva e poteva. Anche il fegato spappolato”. Parla di “pazienza con la quale ha dovuto sopportare tre anni disgraziatissimi”, scrive che “gli è rimasto addosso solo il dna Juve, quello che vincere è l’unica cosa che conta” e avverte chi verrà: “E adesso per far dimenticare Allegri bisognerà far meglio di Allegri che non è più attualità, ma storia. E non invidio chi dovrà assumersi la responsabilità di mandarlo via”. Non sembra un’apertura di credito.
| Paolo Condò su Repubblica giudica la partita di ieri e dice che “Allegri è riuscito a mandare in campo la Juve del girone d’andata: una squadra organizzata e compatta dietro, che ha tolto ogni profondità all’Atalanta ed è stata ferrea nella chiusura di ogni strada verso Perin, e infine rapida nel rovesciare il campo con i suoi corridori. Paradossalmente non è stata cinica, che pure in autunno era il suo abito normale: tra un rigore non concesso a Vlahovic, un’altra rete del serbo viziata da un fuorigioco men che minimo e un paio di contropiede che si potevano cesellare meglio, l’1-0 è poco”. Ma dal commento di Condò emerge la reponsabilità dell?Atalanta, alla terza sconfitta in finale in otto anni, nonostante avesse di fronte una squadra reduce da un 1-1 contro una Salernitana naufraga e retrocessa, una Juventus da 2 vittorie nelle ultime 15 giornate. Personalità, questo le è mancato e le manca, dice Repubblica.
| Paolo Brusorio su La Stampa parla di “lezione tattica all’Atalanta sulla bocca di tutta Europa per qualità e quindi spettacolo” e fa notare che “prima di capire che cosa c’è nel futuro della Juventus, è utile apprezzare, a conti fatti, che cosa porta in dote il presente a chi verrà. Se verrà qualcuno di nuovo. I soldi della Champions e del Mondiale per club, un trofeo dopo tre anni di piatti vuoti e un capitale umano che, anche per necessità, è diventato virtù. I giovani che ha lanciato Allegri negli ultimi due anni avranno un effetto sui prossimi bilanci che restino o che vengano ceduti per fare cassa. Poi certo, se hai Vlahovic in attacco (questo, però) e Bremer in difesa (quello di sempre) i conti tornano più in fretta”.
| È differente dalle altre la lettura di Luigi Garlando sulla Gazzetta. Ha calcolato in 1092 i giorni di distanza dalla scorsa vittoria della Juventus, scrive di un popolo che riassapora “quella cosa dolce, quasi dimenticata, che è la vittoria” e parla di un “Allegri, da mesi sulla graticola” che “ha sfogato la tensione con uno spogliarello isterico. La Coppa Italia non cambia il giudizio su un triennio deludente, ma se dovrà lasciare, lo ha fatto dopo aver vinto come piace a lui, di nervi e di corto muso, L’Atalanta veniva da prestazioni travolgenti, all’Olimpico è sparita di colpo. Le è successo spesso in questi anni d’oro. Sul più bello s’inabissa come un delfino. E le è successo spesso di prendere gol così, all’inizio del match, per leggerezza e linee alte. Ma la Dea va presa così, nel suo fascino rientra anche l’imperfezione. Allegri che sclera con la camicia fuori dai pantaloni, si toglie la cravatta, la getta via. Ha vinto come piace a lui. L’arbitro lo caccia. E la Juve?”.
Esisteva negli Anni Settanta a Napoli un duo comico, i Sadici Piangenti, diventato un piccolo fenomeno cittadino. Le radio locali mandavano i loro sketch a ripetizione. Uno dei numeri di maggior successo era questo dialogo tra San Ciro e il Padreterno, nel quale il santo rimprovera a Iddio una preferenza per sant’Ambrogio. A un certo punto il discorso scivola sul calcio, e il povero Ciro si lamenta perché il Napoli ha speso due miliardi di lire di allora per comprare Savoldi. E poi? Due miliardi per una Coppa Italia. Non c’entra niente, ma ieri sera sono tornati in mente i Sadici Piangenti.