Alexandre Pasteur in Francia è una specie di fusione tra Adriano De Zan e Paolo Rosi. Quando a France Télévisions gli danno un microfono tra le mani, dentro ci soffia parole di ciclismo o di atletica leggera. L’efebico Viren oppure una volata in cui vince Gavazzi davanti a Man-tovani, Rosola, Bon-tempi, eppoivediamo Urs Freuler. Pasteur è un tipo in vista, ecco. Così L’Équipe dedica stamattina una pagina al suo 2024 particolarmente impegnativo, dal Giro delle Fiandre nella domenica di Pasqua fino ai Giochi di Parigi.
Ha 53 anni e dice di avere «un po’ paura di fallire fisicamente. Il Tour e le sue centoventi ore di trasmissione lasciano il segno». Ma a Pasteur non piace tanto che Jonas Vingegaard se ne stia sulle sue per tutta la stagione e che si faccia vedere solo a luglio in Francia, non è bello – dice – che eviti Tadej Pogacar fino all’estate. «Non si scontrano mai. Pogacar va alle gare di una settimana, alle classiche, Vingegaard no, lo trovo un peccato, addirittura straziante. Uno della sua classe potrebbe brillare in una Liegi-Bastogne-Liegi, invece preferisce riservarsi i grandi obiettivi e in particolare il Tour de France. Purtroppo, o per nostra fortuna, dovremo aspettare Firenze per vederli dal vivo. Le prime due tappe in Italia saranno bellissime e molto dure. I favoriti, come lo scorso anno nei Paesi Baschi, verranno svelati fin dai primi giorni. Per noi telecronisti è l’ideale, scatena subito le ostilità. L’attesa in Italia è già incredibile. L’arrivo a Nizza infrange le regole. Una cronometro finale non la vedevamo dal 1989. Questo ci farà uscire dalla routine dell’ultima tappa sugli Champs-Élysées, dove non succede molto prima dello sprint».
Pasteur non ha trovato particolarmente riuscito l’esperimento di seguire il ciclismo con i droni. «Arrivare a cinque metri dai corridori permette di capire la loro velocità di movimento, è bello, ma ho trovato l’effetto meno eclatante che nello sci alpino». Eh sì, perché Pasteur è pure un pochino Alfredo Pigna. Ha commentato per France Télévisions i Mondiali 2023 di Courchevel-Méribel. Dice di aver superato «l’età in cui si può sentire la pressione» e ai Giochi di Parigi si lascerà «trasportare dall’evento come ho sempre fatto.Ascolto molto i miei colleghi e imparo da loro. Non me ne sto da solo sul mio pianeta, nella mia torre d’avorio. E cerco anche di variare il mio vocabolario per non cadere nei cliché e negli stereotipi. Se sono ancora qui dopo tutti questi anni è perché devo riuscire a rinnovarmi».
Per raccontare l’atletica ai Giochi, dovrà rinunciare alle gare di ciclismo su strada, ma va bene così, anche se il Tour è il suo grande amore, «penso al Tour più volte al giorno. La mia preparazione dell’anno ruota principalmente attorno al Tour. Faccio ricognizioni sui percorsi delle tappe, quelle che non conosco. Il Tour mi mangia il cervello, ma in positivo».