Cercate la sponda del tabellone. L’ultimo consiglio per i tiri liberi

Lo stile della nonna è celebre. Un giorno Rick Barry va in lunetta e comincia a tirare i liberi a quel modo, con le gambe larghe, dal basso verso l’alto. Afferra il pallone con tutt’e due le mani, lo solleva da quei poco nobili paraggi e lo fa volare verso il canestro. Puff, funziona. Il 90% dei suoi tiri liberi in NBA li ha segnati così. Non solo. Ha provato a convinvcere fior di campioni che quella fosse la tecnica migliore. Wilt Chamberlain si esercitò di nascosto per un certo periodo e poi uscì allo scoperto, perfino nel giorno della partita-record, quando segnò 100 punti tutti insieme. Molti ascoltavano Barry e scuotevano la testa, deve essere matto, pensavano. Lo aveva pensato lui stesso di suo padre, quando quello gli suggerì di adottare la meccanica non proprio ortodossa, “tutt’altro che in linea col machismo del basket e per niente cool” come ha detto una volta Emiliano Poddi, autore di Le vittorie imperfette, la storia di Sasha Belov e Kevin Joyce ai Giochi di Monaco 72 e oltre. 

Ogni tanto per darsi un tono, quelli che fanno il tiro della nonna citano studi scientifici e analisi di ricercatori insigni. Madhusudhan Venkadesan, ingegnere meccanico dell’Università di Yale, è uno dei professoroni che giudicano questo stile un obbrobrio estetico ma una scelta logica. Nei tiri dall’alto l’oggetto lanciato tende ad avere una traiettoria più lineare, ogni errore di angolazione si amplifica. In quelli da sotto, più lenti, le piccole sbavature nell’angolo di rilascio hanno effetti minori. È fisica. Chi prendeva dal sette e mezzo in su, non ha dubbi su come si debba battere un libero. 

Il tiro della nonna è un mistero. Non lo sono le sue percentuali di riuscita, non la sua meccanica. È un mistero casomai il motivo che fa sbagliare a tanti campioni di pallacanestro il gesto in teoria più semplice, un tiro verso il canestro con il cronometro fermo e senza nessun avversario nei paraggi. Ci sei tu, la palla, la retina, e basta. In quel basta sono però rinchiusi fantasmi, pressione, nervi, aspettative, il ricordo degli errori passati e la paura di quelli futuri. 

Il tiro della nonna è sopravvissuto nell’interpretazione estemporanea di qualche contemporaneo, mentre sono intervenute nuove vie tortuose per aggirare questa trappola più improbabile della pallacanestro: perché si sbaglia un gesto così. Nel basket che vive in prevalenza sulla precisione nel tiro da lontano, quello da vicino ha bisogno di espedienti.

Qualche giorno fa se n’è occupato il Wall Street Journal raccontando di un nuovo metodo suggerito da Johnny McDowell, ora 52enne, ex giocatore con qualche esperienza in Corea dopo il college. Sostiene che non bisogna mirare al canestro ma al tabellone. “Una pratica inaudita nel basket americano – scrive il Wall Street Journal – dove i tiratori mirano universalmente a sentire il fruscio della retina. Ma quando l’estate scorsa sono circolati i video di stelle coreane che trasformano in serie i liberi a quel modo, la NBA si è interrogata sulla tecnica, producendo battute e meme in quantità per i più famosi tra i tiratori impacciati, Ben Simmons dei Brooklyn Netsm e Rudy Gobert dei Minnesota Timberwolves. Il tiro libero contro il tabellone è ormai un punto fermo del gioco in Corea, reso popolare da Moon Kyung-eun, un’icona del paese, e supportato dalle statistiche.

Rhett Allain, fisico della Southeastern Louisiana University, si è messo a studiare le proprietà che differenziano un tiro di basket riuscito da uno fallito. Ebbene, Allain sostiene che la tecnica scelta dai giocatori ha più a che fare con gli insegnamenti ricevuti che con lo studio sistematico di ciò che funziona. Ecco perché il tiro alla Moon fa fatica ad affermarsi. Mandare la palla contro il tabellone, spiega Allain, offre il grande vantaggio di aumentare l’angolo di tiro. McDowell ha detto al Wall Street Journal che vorrebbe spiegare ai più giovani la convenienza della soluzione coreana, «ma questi ragazzi non sono interessati». Sono cocciuti.

Se in NBA ci dovesse provare qualcuno da stanotte in poi, avremmo la prova del fatto che il Wall Street Journal gira negli spogliatoi. 

 
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