Storie di bici e matematica. Vittoria Bussi è la prima donna a 50 km all’ora

Se un giorno potesse rinascere, Vittoria Bussi vorrebbe fare la critica culinaria itinerante. In questa, invece, le tocca essere una ricercatrice di matematica e da ieri sera la prima donna al mondo ad aver corso 50 km in bicicletta in un’ora. Anzi sono 50 km e 267 metri, 201 giri completi più un pezzetto del velodromo di Aguascalientes, duemila metri d’altitudine in Messico, dove pure Francesco Moser andò a prendersi a suo tempo il record. Un’altra donna italiana con il primato c’era stata nel 1972, si chiamava Maria Cressari, e anche lei andò a girare a Città del Messico, 41 km e 471 metri, tenne il record per cinque anni.

Aguascalientes è un posto dove preparano caramelle a forme di teschio e dove si va per frequentare un campus universitario assai apprezzato, oltre che per battere il record dell’ora, si capisce. Nel settembre del 2018, Vittoria Bussi si era spinta fino a 48 km e 7 metri. 

Alessandra Giardini su Bicisport racconta che si è preparata meticolosamente per mesi. Ha trovato sostegno su GoFundMe, piattaforma dove ha avviato una campagna di raccolta fondi con la sua storia. Il risultato? 12.000 euro. Abbastanza per intensificare la caccia al record. L’ex ciclista professionista ha messo a frutto le sue conoscenze di matematica superiore: ha un dottorato presso l’Università di Oxford”. «Come matematica – dice – posso anche contribuire agli studi sull’aerodinamica e sulla tecnologia»

 

L’ALTRA MATEMATICA | È buffo. Due anni fa l’oro olimpico su strada andò a una signora austriaca, Anna Kiesenhofer, arrivata al traguardo prima delle olandesi, uno dei motivi di stupore più grossi di tutti ai Giochi a Tokyo. Aveva vinto cinque corse nella sua carriera, quattro a casa sua, tre campionati nazionali a cronometro e uno in linea, sulla scena internazionale s’era intravista a malapena in un poco memorabile Tour de l’Ardeche, e pure allora aveva vinto in fuga, con 3 minuti e 53 secondi di vantaggio. A Tokyo batté signore come Annemiek Van Vleuten, Anna van der Breggen e Marianne Vos, dominatrici vere del ciclismo sulle strade di tutt’Europa. Solo che mentre quelle dominavano, Anna Kiesenhofer prendeva un master in matematica all’Università di Cambridge, conseguiva un dottorato in matematica applicata presso l’Università politecnica della Catalogna a Barcellona, faceva un’esperienza da ricercatrice presso il Politecnico di Losanna. Qualche settimana prima dell’Olimpiade, aveva condiviso dai suoi account sulle reti social uno studio sull’acclimatazione e l’adattamento del corpo al calore. Stava pensando a come avrebbe respirato sul Fuji e sul Mikuni Pass. «Ho 30 anni – disse – e ho iniziato a rendermi conto che tante delle persone che dicono di sapere, in realtà non sanno niente. Ho capito che non esistono scorciatoie, non ci sono miracoli. Questo è davvero il mio consiglio: non credere necessariamente al proprio allenatore. Voglio dire: bisogna fidarsi di qualcuno. Abbiamo bisogno di persone intorno a noi, non si può fare tutto da soli. Bisogna stare attenti a chi si concede fiducia».

 

È buffo. Una a Cambridge e l’altra a Oxford. L’austriaca una dilettante, la romana una ex professionista. Tutt’e due ricercatrici in matematica, tutt’e due con uno spiccato senso anti-establishment. Kiesenhofer raccontava di sentirsi orgogliosa di «essere più di un paio di gambe che spingono i pedali, sono anche la mente dietro la mia prestazione», Bussi ha confessato di aver trovato piena accoglienza ciclistica solo in nazionale, per il resto bah, per il resto disse che «una ricercatrice lavora per tentativi. Non lo nascondo: per me, talvolta, è anche imbarazzante. Lavoro con persone più giovani di me, ma dalle quali ho tutto da imparare. Ragazze che portano competenza e la leggerezza dei vent’anni».

Ne parlò in una bella intervista di qualche anno fa con Stefano Zago per Suiveur – un sito di ciclismo che purtroppo ha interrotto le pubblicazioni. Zago scrisse che Vittoria Bussi si sarà sicuramente ritrovata in quelle parole che Italo Calvino pone a conclusione de Le città invisibili

 

PAGINE     L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

 

Disse così perché nel 2009 era già in Inghilterra quando le telefonarono per comunicarle che suo padre era ricoverato in ospedale, in terapia intensiva, un’emorragia celebrale. Da quel giorno, da quella telefonata, un anno da pendolare tra Londra e Roma o qualunque altra città per stare accanto al padre rimasto semicosciente.

Bussi raccontò: «Mi reputo atea, non credo, ma sono convinta che la tragica vicenda di mio padre mi abbia lasciato uno dei più grossi insegnamenti che un padre può donare a una figlia. Mi ha fatto capire quanto è importante la vita. Lui amava la vita e la malattia non gli ha dato la possibilità di vivere. Io da quel giorno è come se vivessi per due, anche per lui. Ho abbandonato le scelte a lungo termine, ho scelto di fare ciò che avrei voluto fare da sempre, senza rimpianti o rimorsi. Io voglio godermi la vita. Ho un’energia diversa, come se avessi due persone dentro di me». Tre anni dopo il papà è morto. Vittoria si rimise a praticare atletica e triathlon. 

«I miei genitori sono sempre stati iperprotettivi: hanno lasciato le rotelle alla mia bici sino ad un’età imbarazzante. Davvero io non sapevo fare cose estremamente semplici per chi va in bici: non sapevo neppure saltare da un marciapiede. Fa sorridere dirlo, ma avevo quasi paura a stare in bici. Bene, da quando ho riprovato a prendere in mano la bici ho scoperto che mi dava un’adrenalina assurda. Tutti mi dicevano: hai il motore, ma in bicicletta non sai starci. Forse proprio da lì è nata l’idea del Record dell’Ora: in fondo, in quel caso bisogna solo pedalare. Serve attenzione estrema dal primo all’ultimo minuto, capacità di stare a tutta, di non sprecare energie inutili. Per chi poi, come me, affronta l’esperienza “in solitaria”, è reso tutto più difficile dalla burocrazia che, lo sottolineo, non aiuta nella maniera più assoluta». Adesso dice che la federazione non l’ha aiutata, e comunque basta, è arrivato il momento di scendere dalla bici. «Era la mia last dance. Ora arriva la vita vera – le sue parole a Cosimo Cito su Repubblica – mi metterò a fare altro. Ma abbiamo spostato la barriera del possibile un po’ più in là. Non è poco, è tantissimo»

 

Ha conosciuto anche la paura che tanti ciclisti in strada vivono. Quattro anni fa, è stata investita mentre si allenava a Torino. Scrisse una lettera aperta sui social network, rivolta a quella signora alla guida: «C’è troppa confusione sulle strade: bisognerebbe tornare a fare educazione civica nelle scuole. Aumentare il volume dei manuali di scuola guida, per chi deve ancora prendere la patente, inserendo nuove tematiche, mostrando le varie interazioni tra auto, ciclisti e pedoni. Un esempio di spot? Un pilota di Formula Uno che guida a duecento chilometri all’ora, incontra un ciclista, rallenta, supera correttamente e riparte. Noi italiani – disse – ci alziamo la mattina pensando a come fregare lo Stato. Le leggi ci sono, ma poi vengono rispettate solo nello stretto frangente in cui si rischia una multa o una penalità. Allora all’estero, quando rispettano la legge, sono scemi? Chiediamocelo». 

Chiediamoci pure se esiste una relazione tra la matematica e la bici. A Claudio Ghisalberti per la Gazzetta, Bussi una volta ha detto che esiste, eccome: «Forte. La matematica mi ha aiutato tantissimo a preparare il Record. Gli studi di aerodinamica e di potenza, la galleria del vento, le traiettorie… sono matematica. I materiali, per esempio. Non c’è uno migliore dell’altro perché la loro risposta non è sempre la stessa. Ogni sistema corpo/bici è un sistema a sé. Per esempio la Endura mi ha preparato un guanto con tre dita che altri atleti non riescono a usare. Di certo in queste due specialità non c’è nulla di comodo, contano solo i numeri». Della matematica si è innamorata grazie a una professoressa del liceo classico Vivona di Roma, lo stesso del coetaneo Alessio Figalli, vincitore della medaglia Fields, il «Nobel» della matematica” [Marco Bonarrigo, Corriere della sera].

Sei anni fa, agli studenti impegnati nella seconda prova per gli esami di maturità venne posto un quesito che chiedeva se fosse possibile pedalare su una bicicletta con le ruote quadrate. Risposta: Sì, è possibile. Ma su quale superficie? I requisiti necessari stanno nel profilo della pedana su cui scorrono le ruote. Ai maturandi venne chiesto allora se la funzione matematica indicata nel testo d’esame fosse quella corretta. Il MoMath di New York mette a disposizione dei visitatori un modello per un test sul campo, un piano circolare ondulato. Kiesenhofer e Bussi la risposta la conoscono già. 

 

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