
C’era un vecchio film di fine anni Ottanta nel quale l’avvocata delle cause perse era Cher. Erano i tempi in cui andava agli Oscar stregata dalla luna. Comunque. Stavolta le toccava difendere un homeless sordomuto, accusato di aver ucciso una segretaria. Cher ci sbatte la testa e viene aiutata a trovare delle prove a discarico da un membro della giuria, un simpatico filibustiere innamorato di lei, e alla fine va come piace a Hollywood.
Suspect si chiamava il film, e noi in Italia aggiungemmo al titolo originale Presunto colpevole. Ecco, a Gianluca Prestianni, difensore argentino accusato di aver dato della scimmia a Vinicius servirebbe un’avvocata come Cher, perché è finito mani e piedi dentro l’etichetta che i distributori italiani aggiunsero al titolo originale. Il caso è questo e nei giorni scorsi la stampa inglese ha sostenuto con molte ragionevoli opinioni che le parole di José Mourinho contenessero elementi tipici di una cultura calcistica che finisce per legittimare il razzismo [se ne parlava qui].
Ma il calcio è un posto strano, e la giustizia calcistica un posto ancora più strano. Così, stamattina si fa fatica a spiegare a qualunque studente di giurisprudenza che l’UEFA ha inflitto una sanzione a Prestianni solo perché si tratta di un presunto colpevole, e che la presunzione di innocenza non vale, svanita dietro il suo gesto di coprirsi la bocca con la maglia.
È ancora in corso un’indagine per stabilire se Prestianni abbia violato l’articolo 14 del regolamento disciplinare, ma nel frattempo ha vinto l’articolo 49 sulle misure provvisorie. Il presidente dell’organo disciplinare ha l’autorità di applicarlo ogni qualvolta sia ritenuto necessario “per garantire la corretta amministrazione della giustizia, la prevenzione di danni irreparabili o per motivi di sicurezza. Non è tenuto a sentire le parti”.
Il Benfica è fuori dalla grazia di Dio. Ha presentato un ricorso d’urgenza. Prestianni viaggerà con la squadra a Madrid, ma non è garantito che la risposta della UEFA arrivi in tempo. Anche stavolta José Mourinho ci metterà del suo, ma con il codice inverso. Lo farà tacendo. Nonostante la squalifica ricevuta all’andata non gli impedisse di parlare con la stampa, ha cancellato la conferenza di oggi al Bernabéu, la sua vecchia casa, una scelta che molti leggono come una protesta silenziosa contro il trattamento riservato al suo giocatore. Ci sono indiscrezioni secondo cui parlerà dopo la partita, dando fuoco alle navi di Nyon.
È un paradosso giuridico enorme. La UEFA usa una sanzione non come atto di giustizia, ma come misura di ordine pubblico. È una mossa per togliere il problema dal campo, impedendo un nuovo incrocio tra Vinícius e il suo presunto aggressore. È un modo di azzerare il rischio di risse, proteste plateali o abbandoni del campo in diretta mondiale. È il male politico minore, a discapito della presunzione di innocenza.
La UEFA si è aggrappata a un precedente del 2021 tra Kudela e Kamara. Anche allora non c’erano prove certe, ma bastò la testimonianza di un compagno di squadra. In questo caso, la dichiarazione di Kylian Mbappé [“gli ha dato della scimmia cinque volte”] è stata considerata una prova testimoniale sufficiente per la sospensione cautelare. Se l’indagine dovesse chiudersi con un’assoluzione per mancanza di prove – scenario probabile secondo fonti citate da El Mundo – Prestianni avrebbe comunque saltato la partita più importante della stagione del Benfica per un’accusa non provata. La sanzione provvisoria, in quel caso, diventerebbe un danno per il club portoghese.
In Portogallo si stanno domandando come sia stato possibile che Mbappé abbia sentito cinque insulti nel caos del Da Luz, se persino l’arbitro a due metri non ha sentito nulla. L’ambiente madrileno sostiene invece che la UEFA non potesse permettersi un altro caso Valencia: se Prestianni avesse giocato e fosse stato bersagliato dal pubblico del Bernabéu, il danno d’immagine per la Champions sarebbe stato incalcolabile.
La sospensione di Prestianni è “una misura ingiusta e il Benfica è chiaramente danneggiato” dice Bruno Cristiano, commentatore di A Bola. O Jogo ha messo insieme invece i pareri di alcuni esperti di diritto sportivo. Le opinioni sono discordi – ed è la prova della complessità del caso. Alexandre Miguel Mestre sostiene che, se nel corso di un’indagine la UEFA ha preso questa decisione, significa che vi sono indizi sufficienti o rilevanti. La nota dell’UEFA, d’altra parte, parla di comportamenti discriminatori, senza menzionare esplicitamente il razzismo.
Anche Lúcio Miguel Correia ritiene che la sospensione provvisoria derivi da una valutazione preliminare che indicherebbe una futura condanna. «Questa sospensione provvisoria ha a che fare con il fatto che l’istruttoria della UEFA ha raccolto prove sufficienti per garantire un alto indice di probabilità di una futura sanzione».
Si tratterebbe dunque di «un’anticipazione di una pena che quasi certamente verrà inflitta». Un provvedimento preso per non subire l’accusa di immobilismo. «La UEFA si è basata su una prova circostanziale, che non è ciò che richiediamo in Portogallo. Non è necessario fornire una prova piena e definitiva di chi abbia detto cosa», ha spiegato, aggiungendo che sia il rapporto dell’arbitro sia le prove testimoniali hanno un peso determinante.
Gonçalo Almeida mette l’accento sulle ragioni di sicurezza. «Questo tipo di misura provvisoria è previsto dal regolamento disciplinare della UEFA. Tenendo conto della risonanza mondiale di questa situazione, la UEFA potrebbe aver optato per questa sospensione provvisoria per ragioni di protezione dei protagonisti e del pubblico. Ma non significa che stiano già prevedendo una decisione di condanna».
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La lettura di Valdano
Nella sua rubrica di sabato scorso su El Pais, del caso Vincius-Prestianni si era occupato Jorge Valdano, non dal versante giuridico, ma con il suo tipico sguardo di psicologia sociale. Ha scritto: “Un presunto insulto razzista – non ne ho dubbi, ma nemmeno prove – nascosto dietro una maglia ha messo a nudo tutte le contraddizioni del calcio. L’intera squadra del Benfica si è schierata dietro la maglia di Prestianni semplicemente perché è uno di loro. Dall’allenatore al presidente, tutti hanno agito per senso di appartenenza: hanno pensato come la tribù a cui appartengono, difendendo la propria identità e i propri interessi. Io non ho alcun interesse personale in questa storia, ma trovo difficile scriverne per puro orgoglio argentino. Prestianni è uno dei miei per la peggior forma di complicità: il nazionalismo. È questo il grilletto malsano che spesso usa il calcio, dopotutto, è la nostra patria”.
Noi sappiamo che in realtà c’è di mezzo anche l’altra patria di Valdano, che è il Real. Ma non è questo il punto. Non è il caso. Valdano cita nel suo intervento due libri. Il primo: di Gustave Le Bon, The Crowd: A Study of the Popular Mind”, nel quale si occupa di come le persone scendano diversi gradini della scala della civiltà in situazioni di emergenza. Il secondo: di Rutger Bregman, Deserving of Being Human, dove si raccolgono prove inconfutabili dello spirito generoso e compassionevole dell’umanità.
“E se avessero ragione entrambi? Per essere d’accordo con Le Bon – si legge su El Pais – basta andare a una partita e affollare gli spalti con migliaia di persone che amano la stessa squadra e si abbandonano a un’emozione che facilmente si scatena. Per capire Bregman, basta accompagnare uno di loro fuori dallo stadio e vederlo agire nella sua vita quotidiana, dove la ragione tempera gli eccessi passionali. Siamo fatti di queste due materie. Negli ultimi anni la nostra sensibilità verso temi come il razzismo è aumentata, ma ancora una volta il calcio dimostra che è tardi per tutte le rivoluzioni”.
Valdano regala del memorabile sarcasmo su Infantino [“Fortunatamente ha espresso la sua tristezza e il suo sgomento e ha colto l’occasione per pronunciare un discorso forte: “No al razzismo! No a qualsiasi forma di discriminazione!”. Considerata questa dimostrazione di responsabilità civica, è rassicurante sapere che Infantino non assegnerà a Prestianni un premio per la pace”] e dice che il Benfica ha perso l’occasione di passare alla storia “riconoscendo le malefatte del suo giocatore e contribuendo alla sua formazione e a quella di tutti i calciatori. Ogni volta che il calcio sceglie di proteggere i propri interessi a discapito dei valori – la sua chiusura – rimane indietro rispetto alla società che rappresenta. La vera soluzione non è legale, è culturale. Quando un club dà priorità alla sconfitta rispetto alla decenza, il calcio fa un balzo in avanti. Fino ad allora, continueremo a pensare con le maglie addosso… o con le maglie che ci coprono la bocca”.