Non esiste nulla di definitivo figuriamoci gli addii
Pier Vittorio Tondelli
Simon Yates è uscito dal gruppo
Noi diciamo shock, lui lo chiama orgoglio. Noi diciamo: improvvisamente, lui parla di un tempo giusto. Noi parliamo di rinuncia, lui di un capitolo che si chiude senza strappi. Dove cerchiamo rumore nell’addio al ciclismo di Simon Yates, lui ci fa trovare una parola ancora troppo rara. Pace. Se ne va da uomo risolto. Non c’è nulla di altri addii drammatici. Nel messaggio consegnato ai suiveur e ai divaneur dal sito della sua ormai ex squadra, Yates rifiuta sia l’epica della resa sia quella della nostalgia. Non smette perché non ce la fa più, ma perché ha finito il lavoro. Smette perché succede. Capita.
Sette mesi fa aveva la maglia rosa. È l’ultimo vincitore del Giro d’Italia, e forse stamattina l’albo d’oro ha una ragione di più per rimpiangere di non aver visto ricamato il nome di Isaac Del Toro. Alla riga 2017 avrebbe avuto un’alba e non un tramonto.
Tom Cary sul Telegraph dice che “se quella vittoria abbia spento qualcosa in Yates, se gli sia mancata forma o motivazione nella nuova pre-stagione, resta poco chiaro. I gemelli Yates sono notoriamente imperscrutabili e modesti, si lasciano andare a poche dichiarazioni nelle interviste e confessano con entusiasmo di detestarle. L’annuncio del ritiro di Yates è stato un capolavoro di prosa generica che avrebbe potuto essere scritta da un’intelligenza artificiale”.
Yates dice che ci pensava da tanto. Sono parole che servono a sgombrare il campo da ogni idea di stanchezza fulminea. Una scelta che nasce da una lunga sedimentazione. Ci sono vite segnate e indirizzate dal ciclismo, ma quelle vite non sono fatte solo di ciclismo. È una distinzione sottile che Yates ci propone con le parole del suo congedo, ma decisive. Riconosce quanto lo sport lo abbia formato senza farsi inghiottire da esso. È più simile all’uscita di scena di Pinot che di Dumoulin. Quando parla delle vittorie e delle giornate dure, Yates le mette sullo stesso piano. Le difficoltà non sono state degli incidenti, ma una parte del valore del percorso e dell’esperienza fatta. Una visione adulta dello sport, che rifiuta la gerarchia emotiva tra successo e fallimento. Yates sente di aver chiuso in modo coerente, senza rimpianti, senza scappare da una versione incompiuta di sé.
William Fotheringham, ex forma ciclistica del Guardian, ha detto che la dimostrazione di coraggio e astuzia al Giro, sul Colle delle Finestre, “passerà agli annali come una delle rapine più improbabili a cui questo sport abbia mai assistito”. Il suo ultimo successo da professionista resta quello nella tappa in Alvernia al Tour de France.
Il Telegraph dice che “la Visma avrà un bel da fare per colmare il vuoto che ha appena lasciato”. Se ne va dopo 36 corse vinte, tra cui sei tappe del Giro d’Italia, tre tappe del Tour de France, la Tirreno-Adriatico e il Giro del Trentino. Anche il Times lo chiama uno shock. Lui la chiama pace.
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Il capolavoro di Van Aert nel Giro ribaltato da Yates
Quando Wout Van Aert si è infilato di buon mattino nel gruppo in fuga già a 150 km dal traguardo, sulle ammiraglie della UAE e della EF evidentemente non c’era nessuno che avesse memoria di come certe volte si corre nelle grandi tappe di montagna per far saltare la classifica. Eppure non è una strategia passata sotto silenzio. Chi vuole spettinare la corsa, manda in avanscoperta un grande corridore. Il suo compito è farsi trovare già davanti lungo la salita, quando arriverà il capitano. La UAE e la EF non solo non hanno mandato nessuno in fuga, ma la fuga di Van Aert non l’hanno neppure capita. Troppo impegnati a ridere dei suoi secondi posti, lo abbiamo trascurato.