Il caso dei controlli di genere
Anche i Mondiali femminili di pallavolo si sono fatti la mansarda. Insieme con lo slittamento dagli anni pari [ultimo torneo: 2022] agli anni dispari è stato disposto l’allargamento da 24 a 32 squadre. All’ultimo torneo c’era una sola squadra debuttante [la Colombia], in Thailandia da domani ce ne sono quattro: la Slovenia, la Slovacchia, la Svezia delle sorelle Haak e il Vietnam.
Il Vietnam è finito dentro un gigantesco polverone mediatico internazionale perché ai Mondiali Under-21 della settimana scorsa due giocatrici sono state trovate e dichiarate “non conformi”. Loro sono state escluse dal torneo e la squadra è stata penalizzata con una serie di sconfitte a tavolino. La federazione internazionale non ha fornito altri dettagli, così su questa storia ci sono in giro solo speculazioni o posizioni per partito preso [i media di destra si sono spinti a parlare di “squadra maschile”]. Non è chiaro in realtà se si tratta di iperandrogenismo [il caso di Caster Semenya], se si tratti di persone reduci da un percorso di transizione di genere [il caso di Lia Thomas] o se si tratti di falsificazione d’identità.
La questione si è sovrapposta alla stretta data dalla federazione di atletica leggera alla partecipazione transgender. Per essere in pista e in pedana ai prossimi Mondiali di Tokyo bisognerà prendere una sorta di patente di femminilità [se ne parlava qui], una decisione del tutto in linea con i provvedimenti che sta adottando l’amministrazione americana, non solo in vista dei Giochi di Los Angeles ma anche in ambito scolastico. Coe ne aveva parlato tempo addietro in un’intervista [era qui].
Anche la World Boxing ha anticipato a maggio l’adozione di test genetici obbligatori sulle ragazze che vanno sul ring [qui lo spiegava il Post] e ieri è stata una giornata di annunci e smentite intorno a Imane Khelif, la pugile contro cui Angela Carini non volle battersi a Parigi, e poi medaglia d’oro [Slalom ne parlava qui]. Il suo manager ha parlato di ritiro, lei ha smentito, e potrebbero essere vere entrambe le cose, magari si tratta di una carriera messa in pausa: non è chiaro. Marco Bonarrigo sul Corriere della sera stamattina scrive che “ora detrattori dell’algerina sosterranno che Imane si è dileguata per sottrarsi al test genetico che ne avrebbe rivelato la reale identità e che comunque — coperta di gloria e denaro — non si sarebbe mai più sporcata i guantoni sul ring. Resta l’idea che i diktat federali — elaborati senza confronto con la comunità scientifica internazionale e senza attenzione ai tantissimi casi particolari — non possono risolvere un argomento così delicato senza creare discriminazioni, in un senso o nell’altro”.
Cosa c’entra con i Mondiali di pallavolo? C’entra perché Nguyen Thi Bich Tuyen, giocatrice convocata per il torneo in Thailandia che inizia domani, ha presentato allo staff la richiesta di lasciare la Nazionale. Il magazine iVolley riferisce una dichiarazione del c.t. Nguyen Tuan Kiet: «Abbiamo informato la Federazione vietnamita di pallavolo. Tutta la squadra e io siamo rimasti scioccati dalla decisione di Tuyen. Tuttavia, si è ritirata per motivi personali, quindi tutta la squadra rispetta la sua decisione. Finora ho costruito la squadra basandomi sul gioco collettivo. La presenza di Bich Tuyen è molto utile per il know-how della squadra, ma lo staff tecnico ha anche predisposto un piano in caso di sua assenza, in modo che non influisca troppo sul know-how. Tutta la squadra sta seguendo il programma e gli obiettivi prefissati».
6. Gli allenatori italiani ai Mondiali di pallavolo: Giovanni Guidetti con il Canada, Giulio Cesare Bregoli con la Germania, Nicola Negro con il Messico, Stefano Lavarini con la Polonia, Alessandro Orefice con la Svezia, Daniele Santarelli con la Turchia.
1. Se lo sguardo approssimativo gettato alle rose delle squadre non è stato così approssimativo, c’è una sola allenatrice donna ai Mondiali femminili di pallavolo: Antonina Zetova per la Bulgaria.
pensieri e parole
Katerina Antropova: l’Italia, la Russia e la guerra
Che Italia è la sua? Velasco dice che ci lamentiamo un po’ troppo…
«È un Paese di grandi opportunità e di tante risorse. Significa che puoi avere un percorso in crescendo, come nella pallavolo dove non è un caso se si ottengono tanti grandi risultati».
Un posto dove in qualche modo si può emergere?
«È importante anche avere la sicurezza di riuscire a dare tante risposte in tanti ambiti e portare tante soddisfazioni a questo Paese».
La Russia, invece, è un Paese in guerra.
«Non è certo un periodo facile, anche perché io ho tutta la mia famiglia in Russia e quest’anno non riuscirò a tornare a San Pietroburgo: con una sola settimana di stop non sarà possibile».
Che cosa significa per una giovane donna come lei vivere in un mondo in cui si incrociano missili e droni?
«Trovo assurdo che nel 2025, con tanti esempi del passato alle spalle, si continui a pensare di poter risolvere dei problemi facendo le guerre. Magari, il mio punto di vista è un po’ infantile ma per me resta un mistero tutto questo». – intervista di angelo di marino, La Stampa