Lo Slalom del 19 maggio | Cosa leggere, sapere e vedere

 

      

E non volevate nemmeno soffrire?

Antonio Conte

     

►  DUE PAREGGI hanno lasciato immutata la classifica della serie A: il Napoli conserva 1 punto di vantaggio sull’Inter a una giornata dalla fine. Colpo di scena in serie B: play-off congelati per l’indagine lampo sui conti del Brescia chiusa in 24 ore dalla procura federale su segnalazione della Covisoc: il club rischia penalizzazione e retrocessione. Così la Samp dovrebbe rientrare dalle vacanze e giocare lo spareggio

◇  Carlos Alcaraz ha vinto gli Internazionali d’Italia battendo in finale Jannik Sinner. Nessuno batteva in due set il numero 1 del mondo da due anni. Jasmine Paolini ha vinto anche il torneo di doppio in coppia con Sara Errani

◇  Max Verstappen ha vinto il GP di Imola davanti alle due McLaren. Quarto Hamilton con rimonta

◇  Al Giro d’Italia Diego Ulissi ha già perso la maglia rosa. A Siena l’ha presa il messicano Issac Del Toro, in una tappa vinta da Wout Van Aert

◇  Perugia ha vinto per la prima volta nella sua storia la Champions League battendo al tie-break in Polonia i polacchi dello Zawiercie [22 punti di Ben Tara]. L’Italia ha così difeso il titolo vinto da Trentino 2024 e ha fatto doppietta col titolo femminile di Conegliano

◇  La Virtus Bologna ha esordito nei play-off di basket con una vittoria su Venezia per 90-85

◇  Gara-7 di semifinale NBA a Ovest è stata vinta per 125-93 dagli Oklahoma Thunder sui Denver Nuggets. Nella sfida tra i due candidati al titolo di MVP ci sono stati 35 punti di Gilgeous-Alexander e 20 di Jokic. Il premio viaggia verso il canadese. Abbiamo la composizione delle finali di Conference [New York vs Indiana a Est, Minnesota vs Oklahoma a Ovest] e abbiamo la certezza di un ottavo nome diverso nell’albo d’oro negli ultimi otto anni. Non solo. Tre delle quattro finaliste di conference non hanno mai vinto un anello nella loro storia. L’unica che c’è riuscita è New York ma aaspetta di ripetersi dal 1973

 

  Leggi tutto nella versione web

#2 giorni alla finale di Europa League

   

Lo scudetto dell’imperfezione

Imperfette fino all’ultimo soffio di vita di questo campionato, Napoli e Inter si stanno impegnando per dimostrare che la vera grande occasione perduta di quest’anno si chiama Atalanta. Dopo l’eliminazione dalla Champions per mano del Bruges, Gasperini s’è alzato dal tavolo del triello con un doppio 0-0 in casa contro Cagliari e Venezia, perdendo tre partite di fila a marzo con Inter, Fiorentina e Lazio. Dove sarebbe oggi se avesse tenuto il passo successivo [16 punti in 6 partite, media 2,66] non è così difficile da calcolare. 

Quando alla batteria della serie A resta solo il 2 percento della carica, il Napoli è in testa con il numero più basso di punti dai tempi del Triplete di Mourinho e con il numero più basso di gol segnati da quando il campionato è tornato a 20 squadre, otto in meno dei 65 segnati dal Milan di Allegri. È nella condizione di non saper bene se ringraziare sé stesso per essersi fatto trovare al posto giusto nell’anno giusto oppure qualche inconsapevole amico sparso per l’Italia.  

Ma ognuno può vincere solo i campionati che gli tocca giocare. Questo è venuto così. L’ex interista Vieira aveva dato una spinta alla sua vecchia squadra la settimana scorsa, ieri il gioco s’è ripetuto nel verso opposto con Baroni – trentacinque anni fa autore del gol decisivo per il secondo scudetto napoletano [peraltro contro la Lazio]. Conte aveva lasciato in trasferta contro le romane quattro punti sanguinosi, subiti dall’88esimo minuto in poi, ma poi le romane sono andate a toglierne cinque all’Inter a San Siro con un gol di Soulé e due di Pedro – gli stessi fatti rispettivamente da Simeone e Neres.

È una bella partita tra chi non ha saputo sfruttare cosa, ma uno tra Conte e Inzaghi fra qualche giorno, con il premio tra le mani, potrà francamente infischiarsene. Con tre pali colpiti e un rigore cancellato, il Napoli ha lasciato ieri sera a Parma gli ultimi due punti di un totale di 14 contro squadre piazzate nella seconda metà della classifica. Dovranno essere davvero gli ultimi due – se il vecchio San Paolo non vorrà trasformare la festa in uno psicodramma. L’Inter contro la Lazio ha invece portato a 14 i punti dispersi da una situazione di vantaggio. 

In questa corsa bislacca fra chi non sa imporsi e chi non sa gestire, le vite parallele dei secondi tempi di ieri sono state una sfilata di facce, nevrosi e cartellini rossi che manco Plutarco saprebbe raccontare. Paolo Condò sul Corriere della sera scrive stamattina che fra Napoli e Inter c’è sempre un misero punticino, ma è rimasta anche una sola giornata, e questo dice che Conte ha fatto comunque un passo avanti verso il traguardo, e Inzaghi ha mancato un’occasione. Poveri quelli che alla prossima gara se li troveranno vicini di tribuna.

Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello sport-stadio, parla di un finale dal mal di testa e scrive: L’assenza delle coppe ha giovato notevolmente a un Napoli inferiore all’Inter sul piano tecnico: le ultime prestazioni della squadra di Conte sono state sofferte, grigie, confuse. Soltanto le motivazioni e la terapia Antonio hanno consentito a McTominay e compagni di continuare a frequentare le zone altissime della classifica.  A condizionare il finale dell’Inter hanno inciso le assenze per infortunio (penso soprattutto a Lautaro e Frattesi) e una forma di usura mentale che colpisce chi è condannato a disputare una sessantina di partite, le più importanti proprio all’ultimo.  Giovedì o al massimo venerdì il mal di testa sarà passato. Spero

Fuori dal triangolo Juventus-Inter-Milan – quel triangolo dove la cultura della vittoria è una norma, dove hanno sempre saputo come si fa – nessun’altra squadra italiana ha mai messo insieme due scudetti in tre anni. Non nel calcio industriale come lo conosciamo oggi. Per trovarne una nell’albo d’oro bisogna tornare al Grande Torino o al Bologna che tremare il mondo che fa: ovvero statistica, non un’analogia. Se saprà battere il Cagliari al San Paolo, la prima squadra fuori dal triangolo Juventus-Inter-Milan sarebbe dopo ottant’anni il Napoli. Siamo ancora sicuri che possiamo chiamarlo un miracolo?

Verstappen è veloce pure con la creatura a casa

Il Fattore Affidabilità nella nuova F.1

DI ROBERTO LIBERALE

  ① ARTEFICI  LA MINIERA D’ORO DI MAX

Il detto di Enzo Ferrari secondo cui «un pilota perde un secondo a giro a ogni figlio che gli nasce» per Verstappen non vale. Ma forse non vale più per nessuno, ora che il motorsport è diventato più sicuro rispetto al passato. Come ha scritto Marco Ciriello su Domani un paio di anni fa, i piloti papà non rallentano più come accadeva nell’epoca in cui ogni gara era davvero una sfida tra la vita e la morte.

Fatto sta che Max torna a vincere (per la 65esima volta), recupera 10 punti a Piastri e praticamente da solo mantiene la Red Bull al terzo posto in classifica costruttori. Verstappen è considerato pienamente in lizza per il mondiale soprattutto per la sua bravura, non di certo per le qualità della sua macchina. Ma finché riuscirà a fare ciò che vuole, imponendo la sua legge agli avversari, non potrà mai essere fuori dai giochi. 

Il sorpasso in partenza su Piastri era un colpo impossibile da prevedere. Ma quel che intravede Max in pista non è neanche pensabile da chi non ha le sue stesse qualità. Anche l’ingresso della Safety Car poteva essere un motivo di ansia, magari altri piloti si sarebbero persi nel rammarico dei secondi prima guadagnati e poi persi di colpo. Per Verstappen è stato tutto normalissimo ed una volta ripartito ha subito staccato le due McLaren, tanto da far segnare il giro più veloce a 5 giri dalla bandiera a scacchi, completando così una tripletta in pista fatta di vittoria, giro veloce e 63 giri su 63 al comando. Chiunque in futuro arriverà a mettere sotto contratto Max troverà una miniera d’oro. Almeno fino a quando non sarà lui a stancarsi delle corse.

 

  PANORAMI  MCLAREN, MODELLO SERENITA’

Pur mancando la vittoria, è arrivato il quinto doppio podio McLaren nel 2025, e una classifica costruttori nella quale, dopo appena sette gare, il team di Stella e Brown ha quasi doppiato la scuderia al secondo posto. Infatti, i punti sono 279 contro i 147 della Mercedes. Ma ancora una volta resta la sensazione che il team papaya non sfrutti mai in pieno il suo potenziale. Anche il fatto di non puntare con decisione su uno dei due piloti finisce per togliere punti ad entrambi, lasciando Verstappen troppo vicino a loro in classifica piloti. Ma tutto ciò sembra non mettere ansia alla scuderia, che invece vede sempre tutti i suoi componenti perennemente sorridenti, pronti a spiegare scelte e decisioni con grande disponibilità, chiarezza e senza cercare alibi.

Una piccola lezione per chi crede che la vittoria si insegua solo in un clima di tensione e che ogni mancata vittoria debba diventare un’occasione per mostrarsi tristi ed arrabbiati. Vedremo se tutto ciò è figlio di una infinita sicurezza nei propri mezzi o se davvero può essere una nuova chiave per il successo. Perché alla fine i risultati contano e più avanti nella stagione, quando i punti peseranno molto di più, riuscire a mantenere un clima rilassato nei box potrebbe essere molto più difficile.

 

  TRACCE  FERRARI, PIU DI COSI NON SI POTEVA FARE

Stavolta la Ferrari ha indovinato strategie e gomme. Al di là dei dubbi su alcune decisioni, con il quarto posto di Hamilton e il sesto di Leclerc ha ottenuto probabilmente il massimo possibile. Le posizioni in griglia delle due Rosse, dopo la pessima qualifica del sabato, erano molto penalizzanti. A quel punto l’unica strategia possibile era attaccare sin dall’inizio. Leclerc è partito a razzo fino a quando il suo muretto ha deciso che valesse la pena di provare l’azzardo di un cambio gomme molto anticipato, nel momento in cui Charles si è trovato imbottigliato in un trenino di auto senza sbocchi possibili. 

La mossa ha prodotto un duplice effetto. Leclerc si è trovato con la pista libera in aria pulita e allo stesso tempo le altre scuderie sono state costrette a reagire richiamando i propri piloti ai box. Tutto stava andando per il meglio fino alla fermata di Ocon in mezzo alla pista che ha costretto la direzione gara ad attivare la Virtual Safety Car. La decisione è diventata una sorta di “tana, liberi tutti”, con tutte le macchine non ancora andate ai box che hanno pescato il jolly di un pit-stop con meno secondi persi. 

Un colpo non fortunato per Leclerc che si ripeteva una ventina di giri dopo con la Safety Car vera e propria entrata in pista per consentire la rimozione della Mercedes di Antonelli. Alla fine, mentre tutti i piloti di testa tranne Piastri rientravano ai box per un ennesimo cambio gomme, Charles restava in pista per mancanza di gomme disponibili, al netto delle mescole rosse giudicate dal muretto troppo rischiose per reggere fino alla fine. 

Leclerc è stato quindi costretto a cedere il passo sia ad Albon, lasciato sfilare per evitare una penalizzazione dopo un corpo a corpo che aveva costretto Alex fuori pista, che a Hamilton, che aveva degli pneumatici molto più freschi. Un bilancio comunque più che accettabile per la scuderia di Maranello, considerate le premesse. E un Leclerc che, nonostante il sesto posto finale, è stato uno dei protagonisti più apprezzati del GP di Emilia-Romagna 2025.

 

  DISCUSSIONI  IL REGRESSO DELLE MERCEDES

Settima gara a punti per Russell, anche se per George il settimo posto finale è il peggior risultato stagionale. Invece Antonelli, ritirato, chiude la sua seconda gara senza punti. Nonostante il magro bottino di soli 6 punti, la Mercedes mantiene il secondo posto in classifica costruttori. Resta preoccupante però il regresso delle due monoposto di Brackley rispetto a quanto mostrato nelle qualifiche del sabato, almeno da parte di Russell. 

La Mercedes è una scuderia che punta molto sul futuro, tra la costante presenza di Russell con i migliori del gruppo e il percorso di crescita di Kimi Antonelli. Bisognerà però capire se Toto Wolff e il management Mercedes crederanno in questo percorso, rinnovando il contratto ad entrambi i piloti, o cederanno alla tentazione di inseguire un nuovo top driver, o meglio, quel Max Verstappen il cui futuro in Red Bull è sempre più incerto.

 

   PROSPETTIVE LA LENTA RISALITA DELLA WILLIAMS

Tra i team di seconda fascia la Williams ha ormai staccato il resto del gruppo, con entrambe le sue monoposto che a Imola sono andate per la terza volta consecutiva a punti. La seconda scuderia più titolata della storia, insieme alla McLaren, sta lentamente tornando nella nobiltà della Formula Uno. Ora che anche la McLaren è tornata ai fasti di un tempo, per sedere di nuovo nel salotto buono della F1 alla Williams manca solo la vittoria, che è assente dal suo palmares da tredici anni e una settimana (Pastor Maldonado in Spagna, 13 maggio 2012). Agli altri cinque team “minion” restano le briciole. A Imola è toccato alla sola Racing Bulls raccattare due punticini per muovere la classifica. Ma mai disperare per il futuro. Proprio la Williams è l’esempio di come certe situazioni si possano ribaltare. Appena tre anni fa la scuderia oggi guidata da James Vowles finì ultima in classifica costruttori e nel 2020 non mise insieme neanche un punto.

 

  IL TEMA   IL FATTORE AFFIDABILITÀ

Quinto ritiro per problemi meccanici in sette Gran Premi. A Imola è toccato a Ocon e Antonelli, dopo Alonso in Cina, e Bearman e Bortoleto a Miami. Le monoposto di Formula Uno sono sempre più affidabili e al quarto anno con lo stesso regolamento i progetti sono sufficientemente maturi per consentire alle auto di completare tutti i giri di ogni GP senza guasti. 

Non a caso nel 2022, primo anno di applicazione del regolamento attuale, nella stessa finestra temporale dei primi sette GP, i ritiri per noie meccaniche furono ben 13. L’accusa di presunta poca spettacolarità della Formula Uno attuale è anche indotta dal fatto che l’imprevisto tecnico è divenuto quasi impossibile. 

Tanto per fare un esempio, nella favolosa quanto imprevedibile Formula Uno di fine anni ’70, quasi un terzo delle monoposto non finiva la corsa per noie meccaniche. I numeri, paragonati ad oggi, fanno impressione. Il campionato 1977, per esempio, fu vinto da Niki Lauda su Ferrari quasi solo per l’affidabilità della Rossa. I ritiri totali di tutte le auto per problemi tecnici furono 117 in 17 Gran Premi, una media di quasi 7 a gara. Niki vinse solo 3 volte, una in meno di Andretti, ma arrivò a punti 12 volte su 15 (non gareggiò negli ultimi 2 GP stagionali). Solo una volta ebbe problemi con il motore Ferrari, la cui affidabilità era quasi mitologica nella Formula Uno di allora.

 

     ORIZZONTI BRAD PITT E IL FUTURO DI IMOLA

Il circuito di Imola potrebbe aver chiuso definitivamente il suo secondo ciclo di presenze nel calendario di Formula Uno. Dopo 32 Gran Premi, prima tra il 1980 e il 2006, e poi dal 2020 al 2025, sarà un altro pezzetto di storia che sarà archiviato, forse per sempre o forse no. Quello del Santerno è uno dei circuiti più tecnici su cui corrono le Formula Uno, ai piloti piace, la presenza del pubblico è stata sempre enorme, ma ciò non basta per garantirne l’inserimento nei calendari futuri. Tanti altri paesi e circuiti hanno fame di Gran Premi e sono soprattutto disposti a pagare molto di più per ospitarli. 

La Formula Uno attuale ha un appeal incredibile, e forse ne avrà ancor di più dopo l’uscita a fine giugno di quello che è stato definito da Lewis Hamilton “il film sulle corse più autentico di sempre”. Parliamo di F1, il kolossal diretto e prodotto da Joseph Kosinski, coprodotto proprio da Sir Lewis e interpretato da Brad Pitt, insieme a tutti i protagonisti reali del paddock, dai piloti ai team principal, fino ai meccanici. 

Il romanticismo per una Formula Uno che non c’è più lascerà presto spazio ad un nuovo mondo delle corse, forse più asettico, ma sicuramente più moderno ed adatto ai tempi dei social media e della connessione totale. Se ciò sarà un bene lo capiremo solo in futuro.

 

    

Che cosa si dice in giro

 

▥  L’UOMO CHE BATTE LA MACCHINA   Umberto Zapelloni, Il Giornale: Max è stato bravo e fortunato. Bravo, anzi fenomenale al via quando ha sorpreso Piastri con una staccata pazzesca alla chicane. Una manovra che da sola vale il prezzo del biglietto come si diceva quando Ronaldo, quello vero, ieri ai box Ferrari, faceva uno dei suoi numeri. Poi però è stato baciato anche dalla fortuna quando la Virtual Safety car gli ha permesso di cambiare gomme perdendo una decina di secondi in meno di Norris che si era fermato un giro prima. L’uomo Max ha ancora una volta battuto la macchina.

▥  SPEGNI E RIACCENDI  Fulvio Solms, Corriere dello sport-stadio: Irresistibile ieri è stato Max, con una Red Bull che ha funzionato pure lei con l’interruttore nuovamente in posizione di accensione, come la Ferrari. Esattamente il contrario – accendi/spegni – di quanto è successo alla Mercedes e all’Aston Martin. È uno strano Mondiale.

▥  QUEI BRAVI RAGAZZI  Giorgio Terruzzi, Corriere della sera: È lui, alla faccia dei guai Red Bull, il candidato più credibile per la conquista del Mondiale. Verstappen, ma sì, uno che ha tre o quattro colpi da kappaò in repertorio, mentre sia Lando, sia Oscar sembrano un po’ in affanno quando si tratta di chiudere il match. Bravi, circondati da luoghi comuni triti e ritriti — Norris incerto, emotivo, veloce; Piastri glaciale, cinico, implacabile — molto perbene, presi in trappola da un equilibrio sul quale Max soffia e specula; aggredisce e arraffa. Urge togliere di mezzo una perfetta educazione che pure fa parte dell’intero team. E forse, Andrea Stella, dovrà scegliere controvoglia ma quanto prima chi dei due dovrà fare il capogita e chi il portatore di viveri.

▥  IL MAL DI QUALIFICA DELLA FERRARI  Daniele Sparisci, Corriere della sera: Orgoglio e reazione, era il minimo sindacale. Ma i problemi della Ferrari restano, tanti e misteriosi. Il più evidente, e urgente, è il ritardo in qualifica. La SF-25 era stata progettata per superare il limite della precedente monoposto (più efficace in gara): non solo ha ereditato la carenza, ma l’ha persino amplificata

▥  LA ROSSA E LE GOMME  Stefano Mancini, La Stampa: La Ferrari deve concentrarsi su un problema inspiegabile: le gomme morbide nuove funzionano peggio rispetto a quelle vecchie. È successo a Miami e a Gedda. In qualifica, dove conta la prestazione sul giro singolo, il problema si nota e può portare a risultati più o meno disastrosi, vedi il sabato di Imola. In gara l’effetto sfuma e penalizza di meno la prestazione.

▥  UNA MACCHINA BIZZOSA E MISTERIOSA  Alessandra Retico, Repubblica: Domenica quasi poetica quella della Ferrari a Imola dopo un sabato di fantasmi e crudeltà. Dopo una qualifica che ha messo a nudo, ancora una volta, i limiti di una macchina bizzosa e misteriosa, assai voltafaccia, la reazione d’orgoglio della squadra. Funziona (quasi) tutto e anche la rossa pallida nel giro secco si rianima nel ritmo in una gara dalle strategie ben studiate ma anche flessibili, ricca di sorpassi, combattuta dai piloti come fosse l’ultima

▥  COME I GOVERNI  Arianna Ravelli, La Gazzetta dello sport: In Ferrari il calcolo dei dadi più non torna per dirla con il poeta, i problemi restano, eccome, e appellarsi al cuore visto a Imola potrebbe contribuire a nasconderli. Sono stati fatti errori gravi e fornire spiegazioni raffazzonate, dando la colpa a chi c’era prima come si fa con i governi precedenti (Vasseur giovedì ha detto che questa macchina al 90% era stata già fatta a luglio come a deviare le responsabilità sull’ex dt Cardile, ma la macchina del 2024 che è arrivata a lottare per il titolo costruttori all’ultima gara era di paternità di Cardile molto più di questa) aiuta poco. Ci sarà il coraggio di spostare le energie e gli investimenti sul 2026 o ci si incaponirà nella ricerca di soluzioni magari efficaci – si parla di una nuova sospensione posteriore – ma che rischiano di essere palliative in termini di classifica?

▥  L’ABBONAMENTO ALLA PAZIENZA  Leo Turrini, Il Resto del Carlino: Con garbo, farò notare che i ferraristi alla pazienza ci sono abituati: chiaro che se a febbraio si promettono mari e monti e a maggio i sogni già sono tornati nel cassetto la perplessità dilaga. E se in Scuderia servono competenze aggiuntive per tornare a vincere, le si vada a prendere. Grazie.

   

Una maglia rosa venuta dal Messico

La sesta maglia rosa diversa in nove giorni è un ragazzino venuto dal Messico per allargare ancora un po’ la mappa del ciclismo, quello sport che un tempo stava più o meno dentro il perimetro Italia-Belgio-Francia-Spagna e che negli ultimi quindici anni ha visto arrivare alla maglia iridata per la prima volta la la Danimarca, la Norvegia, la Slovacchia, il Portogallo, la Polonia, l’Australia. 

Issac Del Toro viene da Ensenada, la regione della Baja California affacciata sul Pacifico, anzi la Cenicienta del Pacifico, una Cenerentola. È un posto con un passato leggendario, una città creata in mezzo alle miniere della zona, frenata nel suo sviluppo dalla Revolución e trasformata grazie al proibizionismo americano. Quelli che cercavano alcol e divertimento, attraversavano il confine e andavano là, nel lusso dell’Hotel Riviera, inaugurato nell’ottobre del 1930 con la Xavier Cugat e il pugile Jack Dempsey. Durante la seconda guerra mondiale diventò un sito militare, ebbe un suo nuovo splendore negli anni Cinquanta e nel 1964 venne statalizzato, chiuso e demolito. Qualcuno sostiene che lì dentro sia stata inventata la Margarita, ma probabilmente è una leggenda. 

Chi è Del Toro

Il ragazzo Isaac racconta di passare le sue giornate a guardare video di ciclismo. Pensa che certe situazioni del passato si possano ripetere. Corre per la squadra di Pogačar, ed è un indizio. Doveva fare il gregario di Ayuso e stamattina ha 1:13 di vantaggio su di lui in classifica. Certi Giri d’Italia si sono vinti di recente con molto meno. 

Alessandra Giardini sulla Gazzetta dello sport scrive Del Toro ha cominciato a pedalare perché sua madre voleva dei figli atletici. Aveva sette anni quando cominciò ad allenarsi come un atleta vero, e a seguire una dieta da corridore. Era ancora alle elementari quando partì per le prime gare: strada e mountain bike. Non era veloce, così si impegnava ogni giorno per migliorare il suo punto debole. Si fece portare su alcune delle salite più epiche del Messico, la sterrata che sale sui 4.631 metri del Nevado de Toluca e la strada di montagna che attraversa il parco Desierto de Los Leones, alla periferia di Città del Messico, e arriva a 3.065 metri sul livello del mare.  Quando ha compiuto quindici anni, Isaac ha dovuto prendere la decisione più importante della sua vita. Aveva già capito che rimanendo in Messico non sarebbe mai diventato un ciclista professionista. Gli parlarono di un annuncio della AR Monex, continental messicana con sede a San Marino. Quando gli dissero che aveva superato le selezioni, Isaac seppe immediatamente che la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Lasciò tutto, famiglia, scuola e amici, e si trasferì in Europa. [per intero qui]

Isaac ha vinto il Tour de l’Avenir. Ci sono stati solo sette corridori nella storia che poi hanno mantenuto la promessa al vero Tour de France. Felice Gimondi fu il primo ad annunciarsi all’Avenir e prendere la maglia gialla fra gli adulti. Fece tutto nel giro di un anno. Nel ‘64 era il più bravo dei piccini, nel ‘65 si lasciò alle spalle i grandi. Joop Zooetemelk è quello che ha impiegato più tempo a colmare il divario [1969-1980], dopo sono venuti Greg LeMond [1982-1986], Miguel Indurain [1986-1991], Egan Bernal [2017-2019] e Tadej Pogačar [2018-2020]. A quell’edizione del 2018 corse pure Jonas Vingegaard, ma non lasciò alcuna traccia. Faceva parte della nazionale danese velocissima nella cronosquadre di Orleans, ma quel giorno il fenomeno sembrava Mikkel Bjerg. Il Belgio si aspetta che arrivi presto l’avvenire di Cian Uijtdebroeks [edizione 2022] giacché un trionfo al Tour manca dai tempi di van Impe [1976]. Ma noi adesso cominceremo a guardare che combina il giovane messicano al Giro, con la sua condotta aggressiva e spregiudicata

Il Messico e la cultura della bicicletta

Le prime biciclette in Messico si chiamavano celeriferos e quando arrivarono dall’Europa portarono stupore. Erano uno strano congegno dinanzi al quale i cani abbaiavano e i cavalli si impennavano. Le persone più timorose si nascondevano e gli scandalizzati, credendo si trattasse di un aggeggio partorito dal diavolo, tiravano pietre sul suo cammino. I versi del poema Las Bicicletas sottolineano l’impatto e l’accettazione: Di tutte le mode arrivate da Parigi e da New York, ce n’è una che spicca, una che spicca. Son quelle biciclette che vanno da Plateros a Colón, e per loro ho dimenticato il mio cavallo e la mia sella

A poco a poco avrebbe rimpiazzato il mulo e l’asino, diventando il mezzo di trasporto ufficiale per i poliziotti e i postini, l’idraulico e l’esattore delle tasse. La vecchia immagine del venditore ambulante di latte che pedala con il suo bidone da un litro è ancora diffusa in molti paesi della provincia, dove esistono tricicli che hanno una specie di piattaforma nella parte anteriore. Consente di trasportare oggetti più grandi e pesanti, come grossi pezzi di ghiaccio e la macchina per tritarlo, così da vendere in strada pure bibite fresche insieme con hot dog e tacos. 

Negli ultimi sei anni l’uso delle biciclette in Messico è cresciuto del 71 per cento. È nato un centro comunitario che si chiama Bicicultura. Amarilis Horta Tricallotis è stata l’animatrice: docente presso un’università privata, ha un dottorato di ricerca in filosofia, è una traduttrice dall’ungherese, redattrice letteraria e responsabile culturale, attivista per la bicicletta. Gira le città dell’America Latina predicando i concetti di mobilità sostenibile. Dice che la cultura della bicicletta in Messico è un movimento di liberazione [una sua intervista a Magìs]

Bentornato Wout

Ma soprattutto. Dopo quattro secondi-posti e tre piazzamenti da quarto nelle Classiche, l’incantevole Wout Van Paperinaert è tornato a vincere una corsa. L’ultima era stata il 27 agosto a Balona, Vuelta di Spagna, sette giorni prima del ritiro a Lagos de Covadonga e la chiusura della stagione. Forse il più muriano dei corridori d’oggi s’è ritrovato nella polvere delle strade bianche di Siena. 

Stefano Zago su Al Vento racconta la scena: Le mani, lentamente, disvelano il volto e lì sopra, sulla pelle, tenuto assieme dal sudore, c’è il bollo della polvere. Quell’uomo, nella polvere, è tornato a riveder le stelle e ora ha gli occhi chiusi, mentre i muscoli del viso suggeriscono un pianto che non vuole arrivare. Wout van Aert ha conquistato la nona tappa del Giro d’Italia, ha abbracciato il caos e, a Siena, in piazza del Campo, si è buttato a terra, a riprendere fiato. I cinque settori di sterrato, da Gubbio a Siena, hanno concesso più volte questa possibilità, in un rimescolarsi da girone dell’Inferno dantesco di possibilità e strategie. Fino a mandare a quel paese le seconde e a prendersi l’anarchia

Giovanni Battistuzzi su Giro di Ruota dice che ha vinto di testardaggine e di resistenza, per una volta mettendo da parte la sua baldanzosa generosità in favore di un modo di correre furbo e placido. Wout van Aert si è accasciato sul selciato di piazza del Campo di Siena. Si è lasciato andare alla sfinitezza. La salita di via Santa Caterina questo provoca. Respiro affannato, occhi chiusi, mani sul volto. Quando si è alzato era contento. Ma di una contentezza stramba. Una contentezza vaga come certe teorie. Il suo volto era turbato da domande senza risposta, di quelle che non è il caso di farsi in certi momenti. Perché non è il caso di rovinarsi la libidine della gioia di un ritorno. C’erano ombre che scurivano la felicità. Quasi se la sua mente continuasse a inseguire pensieri ai quali non riusciva nemmeno a prendere la scia tanto erano veloci

Battistuzzi si pone allora la domanda delle domande: Come mai Wout van Aert non è riuscito in carriera a vincere una grande classica del Nord? La risposta è andata in mondovisione da Siena al Giro d’Italia. C’è troppa testa in Wout van Aert. Ci sono troppe domande a cui vorrebbe dare risposta. Troppe domande a cui non riesce a trovare risposte. La testa di Wout van Aert è un complesso jazz con troppi strumenti che a volte cozzano tra loro. Intelligenza, dicono. A volte a menar pedali servirebbe però anche l’intelligenza di lasciar andare le cose.

Oh, finalmente, sospira Cristiano Gatti su Tuttobici: Così si fa. Questo si intendeva. Adesso, se Dio vuole, possiamo chiamarlo Giro d’Italia. Senza vergogne e senza imbarazzi. D’altra parte, se non si danno una mossa da soli, basta mettere la ghiaia sotto le ruote e la polvere in faccia per vederli saltare come grilli. Strade bianche e strade rosa, dopo otto tappe di nulla, finalmente una tappa. La Tappa. Rivedere le cadute e le forature (leggi quel poveraccio di Roglic), rivedere il duello tra Del Toro e Van Aert sulla rampa finale nel cuore di Siena (pulsazioni a duemila, voto undici), e alla fine guardare la nuova classifica, tutto questo rivedere porta a una sola conclusione, anzi alla più solare conferma: al giorno d’oggi, una Strade Bianche può incidere e lasciare il segno molto più di tanti passi alpini.

   

Carlito’s Way

L’era di Aaaadriaaaa-no non è ancora finita. A metà tra la piacioneria e il disincanto, nel salotto per certi versi surreale della Domenica Sportiva in RAI, Panatta ieri notte pareva beato per aver conservato il suo nome di ultimo maschio italiano presente nell’albo d’oro del torneo. La scalata di Jannik Sinner al Foro è sfiorita con due set point mancati sul 6-5, dopo una striscia di 26 vittorie consecutive e 26 set di fila vinti contro i primi-10 al mondo. I numeri 1 al mondo che hanno vinto gli Internazionali d’Italia restano quattro: Lendl, Courier, Sampras e Nadal. 

Nella finale romana più giovane degli ultimi quindici anni [43 anni in due], Carlitos ha esteso il suo record sulla terra a 27 vittorie in 29 partite. Contiene un titolo Slam a Parigi e una medaglia d’argento sulla medesima argilla e i medesimi campi. Se tutto questo basterà anche fra qualche settimana per prendersi il quinto Slam della sua fresca carriera: si vedrà. 

Stefano Semeraro su La Stampa fa notare che da Alcaraz, artista geniale e discontinuo, ci si aspetta prima o poi un calo, ma le finali di prestigio sono casa sua: ne ha vinte undici su dodici fra Slam e Masters 1000, ciccando solo Cincinnati e la finale olimpica dello scorso anno

▬▬▬▬▬        ▬▬▬▬▬

Lui sa fare più cose di me

JANNIK SINNER

La partita

Vincenzo Santopadre su La Stampa dice che Jannik deve essere contento di questo torneo. L’ha vissuto bene, con le giuste aspettative, ne esce integro fisicamente sapendo di aver giocato bene e di avere ancora margini di miglioramento in vista di Parigi. Io pensavo che sarebbe potuto arrivare in fondo, ma una finale a Roma dopo tre mesi di stop non era affatto scontata. E in nessun modo deve essere considerata una bocciatura.  

L’ex coach di Berrettini non vede come sia possibile ritrovarsi di fronte a una finale diversa, nella prima settimana di giugno alla Avenue Gordon Bennet, XVI arrondissement di Parigi: Sia Alcaraz sia Sinner erano arrivati qui con dei punti interrogativi, ma si sono giocati la finale dimostrando ancora una volta tutta la loro superiorità sul resto della concorrenza. A maggior ragione, sulla distanza lunga dei tre set su cinque, a Parigi non vedo chi possa impensierirli

Steve Tignor sul magazine online Tennis ha scritto che l’undicesima edizione di Sinner-Alcaraz non ha visto gli scambi supersonici e prolungati che ci aspettiamo da questi due. Questo incontro è stato un mix di punti brevi e slam-bang, con tattiche simili a quelle degli scacchi. Alcaraz ha vinto mandando Sinner fuori campo con il suo servizio, usando spin e potenza dritto – senza rischiare – per metterlo in difficoltà. Ci sono stati pochissimi scambi selvaggi da fondocampo. Il suo punto di forza è stata la difesa. Ha tenuto Sinner a sette vincenti in totale, e solo dal lato del dritto.

Una lettura della partita che coincide con quella di Alejandro Crizia su El Pais, dove si legge di dimostrazione di potenza di Alcaraz. Non è l’Olanda, è Roma. Tribuna colorate – racconta El Pais – con tanti tifosi vestiti di arancione che applaudono il loro fidanzato, il rosso, la loro divinità, il robot di ritorno che misura ogni singolo tiro, proprio come Alcaraz. Non c’è stato il Sinner che detta il gioco dal fondo, non c’è stato Alcaraz che gareggia a petto nudo. Carlos ha giocato in modo misurato e calmo, senza entrare in quella heat zone che tanto gli piace, ma mettendo molto buon senso. I fuochi d’artificio sono stati risparmiati per un altro giorno. Intelligenza, si chiama. Anziché puntare al corpo a corpo, ha rallentato la palla, in modo che Sinner non trovasse quel ritmo che tanto gli piace. C’è stato calcolo da entrambe le parti, tutto è stato molto misurato, molto anestetizzato; perché il Roland-Garros si avvicina, tra appena una settimana, e la grande partita a scacchi è già iniziata. Settanta minuti di poker al Foro Italico, per la precisione.

Così El Pais definisce Sinner una mitragliatrice senza proiettili

Gli autogol

È stato un torneo tutt’altro che perfetto, a partire dal  ritorno degli italopitechi sugli spalti [Slalom, 15 maggio]. C’è dell’altro. Pam Shriver, finalista agli US Open 1978, tre volte in semifinale a Melbourne e altrettante a Wimbledon, oggi coach di Donna Vekic, è rimasta sorpresa e stizzita per le ombre calate sul campo alle cinque della sera. Hanno reso complicata la visione della palla in tv. In una delle partite del tour (non major) più attese di quest’anno o di qualsiasi altro anno, avere quest’ombra in campo è il massimo che possiamo fare? Se sì, che perdita per il tennis. Cosa possiamo fare?.  Paul McNamee, sublime interprete del doppio anni Ottanta [4 Slam] parla di autogol dell’organizzazione e allega foto

Paolo Brusorio su La Stampa spalanca considerazioni non ancora troppo affrontate su noi e i nostri campioni, il tifo e le opinioni, le cronache e le fanfare, gli editoriali e i violini suonati dal vento. 

Nel tennis non si inventa niente, nessuno ti dà uno strappo se la benzina finisce prima del previsto. Un concetto difficile da capire – sottolinea Brusorio – per un pubblico più curvaiolo che competente che solo alla fine ha fatto pace con la sportività, ma che per l’intero incontro è stato incapace di apprezzare le finezze tecniche di Alcaraz. Dettaglio fino a un certo punto se è vero che pure la telecronaca Rai ha fatto di tutto e di più (come da vecchio slogan) pur di non ammettere quel divario che in campo Carlitos aveva scavato. Per sorvolare su altre chicche fuori sincrono. Una che ha fatto il giro social? «Ecco inquadrati i cantanti dei Maneskin». Il presidente della Fitp Binaghi auspica (eufemismo) il ritorno del tennis in chiaro, ma c’è molto da lavorare sulla qualità delle telecronache anche solo per avvicinarsi al livello della concorrenza pay”.

Emanuela Audisio considera che Jan è sembrato un pugile a corto di fiato, di soluzioni e di morale. Tre mesi di desuetudine alle partite hanno contato, ma Alcaraz era stato l’ultimo a batterlo sette mesi fa e ora è il primo a sconfiggerlo. Non è cambiato niente. Sinner non ha perso da un giocatore discreto, ma da uno eccezionale, che sulla terra sa essere un killer elegante.

Anche Audisio fa notare allora che non è un Supereroe, ma un ragazzo di 23 anni che guarda un po’ soffre anche di vesciche ai piedi, idolatrarlo come il tennista divino può fargli solo male. Raccontarlo come un Robocop anche. Carlitos lo ha spettinato, gli ha impedito con un’apnea di parabole di compiere il miracolo: tramutare la terra in oro. E ha sgonfiato l’ottimismo nazionale che vede lo sport solo come una serie di repliche vincenti, quando forse aveva ragione Anton Cechov nel dire che «un ottimista è un pessimista male informato». Sinner non è un sogno svanito, una speranza perduta, Alcaraz non lo ha ridimensionato, lo ha solo battuto e gli ha tolto quel piccolo senso di immortalità che stava diventando fastidioso. È una sconfitta, non un’offesa.

C’è in giro la tentazione di raccontare Alcaraz come un passante sulla scena di Sinner. È un abuso che gli amanti del tennis non si possono permettere. Scappa perfino dalla penna di Adriano Panatta sul Corriere della sera di stamattina, dove scrive: Resto convinto che Sinner vincerà più di Alcaraz nelle loro rispettive carriere, perché è più continuo, mentre lo spagnolo sembra diventarlo solo quando gioca contro l’italiano”.  

Mmm. Alcaraz è stato il più giovane nº 1 nella storia del tennis [19 anni e 4 mesi], il più giovane di sempre ad aver vinto tre Slam su tre diverse superfici, il più giovane ad aver vinto almeno un titolo ATP su ogni superficie. Paolo Bertolucci su X riconosce: La miglior versione di Alcaraz da Wimbledon 2024 vince meritatamente Roma. Bagaglio tecnico e fisico impressionante

Cosa sarà

Federica Cocchi sulla Gazzetta riferisce che il team Sinner ha deciso di cancellarsi dal torneo di Amburgo, dove tra i big sarà in campo soltanto Sascha Zverev. Anche Alcaraz ha scelto di non giocare tornei nella settimana che porta allo Slam. Sinner tornerà subito a Montecarlo, nessuna sosta tra le sue montagne, di vacanze forzate ne ha avute fin troppe e non vuole più perdere un minuto.

  POST-IT  Sarà un’impressione e non si vogliono trarre giudizi affrettati su un possibile cambio di mood intorno a Jannik Sinner che troppo ci aveva abituati alla vittoria. Fatto sta che ieri dopo la finale sono apparsi qui e là titoli del tipo: “Battuto l’altoatesino”. *** “Questa per Sinner è una sconfitta che brucia, Ma per il momento eviterei le pomate” (Unfair Play)” – di antonio dipollina, Repubblica

 

Donna Felicità

Klaus Davì su Libero fa notare che la partita di Jasmine Paolini ha tenuto una media di 2,8 milioni di spettatori col 24.1% di share. L’apporto dei device è stato di circa 40mila utenti connessi con picchi sopra il 35% di share per l’inizio della trasmissione. Determinanti – scrive – il consenso dei teenager, oltre il 40%, dei laureati, tra il 35% e il 40%, e delle donne, salite al 25%. Ottimo exploit quindi visto che si è trattato della partita di tennis femminile più vista negli ultimi 15 anni sui canali Rai.

 

La ragazza che non volle dire come si chiamava

  Sul traguardo di Benevento, al quarto giorno di Giro d’Italia 1965, c’è una quarta maglia rosa diversa. Albano Negro la sfila a Galbo e il giovane Mura torna al suo lavoro nel dopo-corsa con la rubrica Il processino. Attacca così:

“Michele Dancelli sembra proprio instancablle: in tutte le tappe del presente Giro c’è stato il suo zampino. Nella Rocca di Cambio-Benevento è stato battuto sulla linea del traguardo dal solito Durante, ma gli resta la soddisfazione di essere stato tra i promotori dell’episodio risolutore. L’impegno che Dancelli profonde senza risparmio in ogni frazione è tale da legittimare questa domanda: Dancelli corre puntando alla vittoria di tappa o alla classifica? E in caso di risposta affermativa alla seconda delle due alternative, è giudizioso questo suo modo di condurre la gara?

Mura sente i pareri di Mugnaini, Bitossi, Sambi. Andreoli, Aldo Moser, Zanin, un paio di direttori sportivi e qualche spettatore in strada,  tra cui un postelegrafonico e alcuni studenti dell’istituto tecnico Alberti, del liceo scientifico e del liceo classico, equamente diviso – scrive – in adorniani e tacconiani.

Per Dancelli invece tifa una graziosa ragazza – scrive il diciannovenne Mura – ma il nome non ce l’ha voluto dire

 

     

Slalom ha un canale Whatsapp, dal quale diffonde non più di due aggiornamenti quotidiani, probabilmente un riepilogo serale con rassegna mattutina e nuovi sviluppi. Non vi impressionate. È una cosa riservata, per pochi intimi. Siamo un centinaio, niente di che. Nessuno disturba, non ci sono riunioni di condominio, mai un messaggio prima delle 8.30, mai uno dopo le 20.30. 

Chi volesse unirsi, può farlo seguendo questo link 

Lo Slalom apparirà su whatsapp nella lista Canali insieme a tutti gli altri a cui vi siete iscritti, nella sezione Aggiornamenti. A cosa serva non si sa, però pare che fa molto fico. 

           

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.