Lo spaesato portiere del Milan intervistato da Gianni Mura

 

Lo spaesato portiere del Milan

L’ultimo a scendere nella hall dell’albergo di Canonica Lambro, prescelto dai rossoneri per il ritiro pre-Messina, è proprio Barluzzi, Attorno, campionario di varia umanità. Ragazzine cogli occhi sgranati per il Cesare Maldini – immortalato da Bianciardi negli annali letterari con frase scultorea – che sembra appena uscito da una sartoria di Bond Street; il Ferrario, un po’  Rive Gauche, è incupito alquanto perchè ancora non sa se domani ci sarà posto anche per lui. E il Barluzzi, appunto, che vien giù ciondolando dalle scale, all’apparenza intimidito. Non che abbia tutti i torti. Fuori dalla grande porta a vetri dell’ingresso ci sono nutriti manipoli di ragazzini che fotografano con gli occhi queste «primedonne» della palla, e ancora ti guardi in giro e vedi altra gente inerpicata su per la collina, in posizione dominante e privilegiata, e il Barluzzi, si capisce, è un po’ spaesato. Guarda fuori e dice che con una giornata così la cosa migliore sarebbe fare un bel giro per la campagna, da queste parti incredibilmente verde, dolce e ondulata, e lontano le Prealpi bianche e pulite.

Guardiamo il Barluzzi, impeccabile in giacca blu, pantaloni fumo di Londra e cravatta bordeaux, come Petronio comanda, e pensiamo che a scavare questo portierone taciturno verrebbe probabilmente fuori il razzapiave innamorato della terra. È estremamente conciso nelle risposte, quasi telegrafico. Tratteggia il suo curriculum vitae.

«Dal Belluno al Treviso. Poi Catania. Dovevo andare all’Alessandria: mancato accordo economico. Milan». 

 ➣  Milan dove è esploso… 

«Anche l’anno scorso ho giocato un po’ di partite, neanche tanto male». 

 ➣  Ma quest’anno si è imposto all’attenzione generale. 

«Merito della squadra. Quando si va bene, c’è gloria per tutti» .

 ➣  Lei che tipo di portiere è? Un freddo, come Sarti, o un Da Pozzo? 

«Freddo». 

 ➣  Si trova bene dietro la sua difesa? 

«Benissimo». 

 ➣  Un pensierino ai Campionati del Mondo?

«Mah, certo che mi piacerebbe esserci. Se si ricordano».

Poi la smobilitazione. Imbarcati tutti sul pullman, i giocatori, per andare al cinema a Monza. Tutti meno quattro, fra i quali Amarildo, che restano in albergo. Assedio ravvicinato, all’esterno. Ragazzini che fanno «Barluzzi, l’e ‘l Barluzzi». Fogli, taccuini, quaderni di scuola. È ancora spaesato. Dice: «Amarildo, fioi, adesso esce Amarildo». E lo dice, drittone, con accenti di profonda verità. I ragazzini lo mollano («dai, Yachin» lo chiama un compagno dal pullman che si sta già muovendo). Evidentemente sul mercato di Canonica le quotazioni di un Tavares de Silveira Amarildo son più elevate di un Mario Barluzzi. Lui se la svigna. Prima di salire ci dice, allarmato: «Non vorrà mica fare un pezzo? Si potevano dire delle altre cose, sa, in cinque minuti come si fa…».

Già.

[La Gazzetta dello sport, 28 febbraio 1965]

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