Lo Slalom del 8 novembre | Cosa leggere, sapere e vedere

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  • VITE OLIMPICHE La solitudine dei velisti alla Vendée Globe: cosa resta della tradizione e come è cambiata la regata più folle del mondo L’italiano in gara La presenza femminile – Che cosa è successo quattro anni fa
  • EUROGOL I misteri del caso Mbappé Le Coppe del giovedì: la Lazio capolista in Europa League, il pareggio della Roma, la caduta della Fiorentina-B a Cipro
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  • TENNIS  La Sinnermania intorno al Masters, o forse il Masters intorno alla Sinnermania
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VENERdì 8 NOVEMBRE 2024
#2 giornI AL MASTERS DI TORINO

 

 

ACQUE

La solitudine dei velisti alla Vendée Globe

Ogni cosa è esagerata, qui nella Vandea dei tre milioni di anatre e delle 1.500 tonnellate di fegato grasso prodotto all’anno. Ogni cosa è esagerata, in questo pezzo di Francia così piatto per quanto è mossa la Bretagna, una terra consegnata dalla Storia alla conservazione, ma dove ha chiuso la sua carriera di ciclista Sagan il rivoluzionario. Sono esagerate pure le tre S di Solitario, Senza Scalo e Senza Assistenza che si accompagnano e anzi definiscono la regata più folle che esista al mondo, una specie di giro del mondo che come le Olimpiadi si può tenere solo una volta ogni quattro anni. Venticinquemila miglia, una sfida estrema senza eguali. È una rotta al limite della follia, questa della Vendée Globe: dalla Francia, giù per l’Oceano Atlantico, le Azzorre, il Capo di Buona Speranza, dritti verso la Nuova Zelanda, poi Capo Horn e il Punto Nemo, il punto più lontano (2800 km) da qualsiasi terraferma, dove gli uomini più vicini sono gli astronauti della stazione spaziale internazionale, e poi la risalita, fino al ritorno in Francia. 

Per dare l’idea di cosa sia, Formula Passion ha raccontato che nella storia fino ad oggi ci sono stati più astronauti nello spazio che marinai che hanno circumnavigato il globo in solitario su una barca a vela. La tecnologia aiuta in molti aspetti, ma gli skipper hanno bisogno di arte marinaresca, muscoli, fatica e sudore per governare queste barche.

ESSERE SOLI

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Se la Roubaix in bicicletta è l’inferno del Nord, la Vendée Globe in mare è un inferno e basta. Attraversa le onde alte come palazzi, passa accanto agli iceberg, lotta contro il vento a 80 nodi. È fatta per gli avventurieri e i poeti, come Simone Bianchetti, che scriveva rime e memorie (L’enigma religioso dell’estuario, Poemetti furiosi di un navigatore, I colori dell’Oceano) e che fu il primo italiano a finirla. La Vendée è fatta di muri d’acqua che si abbattono sulle prue e di barche che si piantano nell’acqua. È fatta di imprese disperate e gesti di speranza, come quando nel 2008 Yann Eliès si ruppe il femore al largo delle coste australiane e Marc Guillemot deviò per portargli assistenza, che andassero a quel paese i notai del regolamento. 

Vent’anni fa, quando la cultura digitale si era già manifestata, Carlo Marincovich su Repubblica scriveva: Il ricordo che si ha di questa regata nasce quasi sempre dalla cronaca nera. È affondato Tizio, ha disalberato Caio, è disperso Sempronio. Se non fosse per questo e tanti altri casi del genere (la Autissier alla quale portarono un albero di ricambio in aereo su un’isola deserta) la Vendee resterebbe un mistero: una regione della Francia e basta. Viviamo nell’era delle telecomunicazioni, di Internet e delle telecamere grandi come un dito ma di questa benedetta Vendee non sappiamo quasi niente. Hai voglia a cliccare su Internet come ti raccontano: trovi le classifiche, trovi le previsioni del tempo quasi sempre catastrofiche, trovi le biografie dei concorrenti e poi trovi quintali di roba sugli sponsor. Ma della vita di laggiù, di come stanno soffrendo ragazze e ragazzi, anziani e giovani votati tutti a questa sconfinata passione per la vela, niente. Manco una bella cartina per sapere almeno dove stanno soffrendo. Siamo rimasti ancora alla vecchia navigazione: longitudine, latitudine ma poi se nel cassetto della scrivania non hai una carta nautica delle isole Kerguelen, sei fritto

Qualche anno fa Isabelle Joshke ha detto a Stern di aver dormito 2 ore a notte. In genere gli skipper non vanno mai oltre le cinque di sonno nell’arco di una giornata, ma suddivise in una serie di brevi pisolini di 20-30 minuti. Nei momenti più tirati della gara, ci sono velisti che studiano il ciclo del sonno degli avversari per muoversi mentre dormono. Due anni fa Alex Thomson alla Route du Rhum, a poche miglia dall’arrivo, quando era al largo delle coste dell’isola di Guadalupe, finì contro gli scogli buttando la vittoria perché non sentì la sveglia. La sveglia – per modo di dire – era un orologio che trasmetteva scariche elettriche al polso. Non avvertì nemmeno quelle.

Chi parte da Les Sables-d’Olonne, promette di non farsi aiutare in qualunque pezzo di mare capiti di aver alzato le vele. La faccenda un tempo era più rigorosa, ora capita che ti chiami Clarisse Crémer e ti fai mandare degli screenshot da tuo marito Tanguy Le Turquais. I due sono finiti quattro anni fa sotto indagine, prima che non fosse riscontrata per nessuno dei due alcuna cattiva condotta.  Fu il caso che all’ultima edizione costrinse questa regata nata nel 1989 a fare i conti con la nozione di assistenza: chi siamo, dove andiamo, a che ora si mangia. Con l’ampliamento delle possibilità di comunicazione a disposizione dei navigatori di tutto il mondo, si sono aperti nuovi ragionamenti sugli aiuti da remoto. Lo skipper svizzero Oliver Heer, iscritto a questa edizione con Tut gut, è stato sua volta sospettato di aver chiesto assistenza, nel suo caso psicologica, durante la Transat CIC della primavera scorsa. Aveva chiamato il suo mental coach in un periodo di difficoltà, forse potrebbe dirsi di pericolo. Anche lui è stato scagionato, ma dice L’Équipe che senza assistenza è ormai diventato solo uno slogan di marketing. Esiste la teoria delle regole, esiste la realtà del mare. «Basta non esagerare» avverte Tanguy, aprendo uno squarcio di soggettività in un patto che un tempo era prima di tutto morale. 

Succedono anche piccoli miracoli commoventi, come quella volta che dopo circa 22.000 km in mare, cinque barche si incontrarono tutte insieme nell’Oceano Indiano, evento più improbabile che raro. 

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  EUROGOL 

I misteri del caso Mbappé

 

  Sembra Donald Trump. Le foto che i giornali e i siti francesi stanno scegliendo in queste ore hanno quasi tutte queste ombre intorno al profilo di Kylian Mbappé, passato da figlio a figliastro della nazione, il capitano della Nazionale che in Nazionale non ci va più, non ci va mai. Stavolta «voleva venire», così ha detto il cittì Didier Deschamps che lo ha lasciato fuori dalla lista dei convocati, stavolta voleva venire e lui gli ha spiegato che no, non era il caso, guarda che è meglio così. Lo ha ripetuto più di una volta nel corso di una conferenza stampa per la quale subito è stato messo in croce. Chi lo ha trovato vago, chi lo ha trovato confuso, chi lo ha trovato reticente. L’Équipe è tra i media che hanno messo in prima pagina Kiki circondato dal buio e stamattina rilancia: La domanda da farsi sull’esclusione è: meglio per chi?.

Meglio per Mbappé? L’altra volta sì. Al giro scorso star fuori dalla Nazionale era stato meglio per lui. Lo aveva deciso il Real, un po’ come in estate aveva deciso di non dargli l’autorizzazione per giocare anche le Olimpiadi dopo gli Europei. Al giro scorso aveva usato tutti gli argomenti di cui dispone per far sapere a Deschamps che Mbappé doveva riposare, veniva da un infortunio a un polpaccio, anche la Nazionale adesso no. Solo che al Real hanno mostrato di avere una strana concezione del riposo. Hanno mandato in campo Mbappé sia nella partita precedente le convocazioni, sia in quella successiva. I medici avevano chiesto tre settimane di stop, dentro lo spogliatoio le hanno tagliate da tre a uno. Non era abbastanza, così hanno pure autorizzato Mbappé a passare il so tempo libero un momento in Svezia, alla famosa festa in discoteca di Stoccolma dalla quale è rientrato con una denuncia e una incriminazione per stupro. 

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  SPAGNA

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La crisi di Mbappé ha certamente un’appendice in Spagna, ma l’elefante nella stanza del Real Madrid si chiama Toni Kroos. Lo ha scritto Santiago Segurola su AS parlando di un peggioramento entrato in una fase allarmante e confermato dalla sconfitta contro il Milan. Il Real di Ancelotti, scrive, è diventato una squadra che non spaventa più nessuno. Segurola considera che nel Milan non mancano buoni giocatori e uno ha impressionato, Nico Reijnders, tuttocampista che ha tagliato le linee del Real Madrid come una lama. Tuttavia l’editorialista spagnolo considera che nel Real cresce la nostalgia per l’addio del tedesco. Lo stadio si è svuotato negli ultimi minuti come si svuotano le partite di un fallimento senza speranza. Era da tempo che non si ricordava uno scollamento così palpabile tra il pubblico e la squadra. Non c’è stata nemmeno la combustione della rabbia. Qualche fischio qua e là, la bocciatura di Tchouameni e poco altro.

Eppure, non sono trascorsi che tre mesi dall’inizio della stagione, una stagione che si preannunciava felice con l’acquisto di Mbappé, il calciatore che ha coronato il progetto del club a livello economico, commerciale e rappresentativo. Il Real Madrid era una squadra unita, sempre disposta al sacrificio collettivo. È passato dalla parte opposta. Ha sempre meno spirito. È una metastasi di problemi che non permette più a Carlo Ancelotti di pronunciare le frasi che usava a inizio stagione. Le imperfezioni hanno cominciato a diffondersi nel tessuto della squadra e sono diventate un problema difficile da risolvere. Le ultime sconfitte sono arrivate contro due squadre che vengono da una crisi lunga, ma che simbolicamente sono state le principali avversarie del Real Madrid, una in Spagna [Barça] e un’altra in Europa [Milan]. Aggiungono ulteriore dolore al risultato e aumentano quel sentimento di perplessità che si è impossessato dei tifosi del Real Madrid.

Segurola scrive che all’annuncio del ritiro di Kroos, il deficit del Real Madrid a centrocampo era chiaro, avendo manifestato di recente poco interesse per gli strateghi. Negli ultimi anni ha preferito i prodigi fisici. Kroos e Modric sono stati gli ultimi Mohicani di un modello di centrocampista che in molti ambienti calcistici suscita sospetti. The Athletic a maggio titolava così un suo pezzo: Perché i numeri dimostrano che il Real Madrid sta meglio senza Kroos. Segurola si prende la pizzicata e stamattina replica: Dicano quel che vogliono i dati, ma Ancelotti e i tifosi del Real vorrebbero rivedere Kroos in campo. Al Bernabéu ucciderebbero pur di riaverlo in squadra, di questi tempi.

  Le Coppe del giovedì

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La Lazio è il Liverpool dell’Europa League. Se ne sta in testa alla classifica dopo quattro giornate a punteggio pieno, unica fra trentasei dopo il 2-1 al Porto di ieri sera. Ha due punti di vantaggio su cinque inseguitrici, due battono bandiera dell’élite europea [l’Athletic Bilbao e l’Eintracht Francoforte], tre sono partorite dal magico mondo dei Minions ma con diversi quarti di nobiltà nel loro passato [il Galatasaray della Turchia, l’Ajax dell’Olanda, l’Anderlecht del Belgio]. In due le hanno perse tutte, vengono da terre tormentate, gli israeliani del Maccabi Tel-Aviv e la Dynamo Kiev. Se il torneo fosse finito ieri sera, sarebbero cadute una spagnola [la Real Sociedad] e una francese [il Nizza]. 

In Conference League non c’è nessuna capolista solitaria e dominante, in testa viaggiano in sei con 9 punti, e solo un paio appartengono alla crema della crema, i favoritissimi inglesi del Chelsea e i tedeschi dell’Heidenheim. 

 

  Dopo il pareggio della Roma in Belgio, Ivan Zazzaroni direttore del Corriere dello sport-stadio interviene sulle scelte di Juric e dice: Io Ivan non lo capisco. Io Ivan non lo capisco più, e detta così può anche far sorridere. Non capisco ad esempio perché, a pochi minuti dall’inizio della partita col St.Gilloise, parli di ricerca della positività sapendo di aver rinunciato (un’altra volta) a Dybala che la positività la esprime soltanto con la presenza, oltre che con un talento unico e irrinunciabile. L’informazione che l’allenatore trasmette più o meno indirettamente è preoccupante, soprattutto se poi aggiunge: «Sappiamo che Paulo va gestito». Di nuovo? Significa che non può fare due o tre partite di seguito? O forse non sta bene e non ce lo fanno sapere? E allora perché lo porta in panchina? Ha soltanto mezz’ora di autonomia? Scelta tecnica? Non posso nemmeno pensarlo. Ritiene fondamentale la sfida col Bologna e lo vuole perfetto? Mah. Che sia davvero l’aria di Trigoria?.

 

  Simone Renza su Sportellate: Intensità, rapidità, pressing, recupero palla, capacità di tenuta mentale e tattica, questa Lazio non si può più definire un underdog: dodici punti, quattro vittorie, due gol concessi e primo posto. Il Porto era un bellissimo esame. Il gol al novantunesimo non è quasi mai un caso

 

   Una sconfitta in terra di Cipro in altri tempi sarebbe stata bollata come una vergogna storica. Oggi siamo nel calcio delle conoscenze diffuse e la Fiorentina può cadere sul campo dell’Apoel, contro quella che Alex Frosio sulla Gazzetta dello sport ha definito squadra esperta, dicevano, per non definirla vecchia. Abituata al possesso nel campionato cipriota e pochissimo a rincorrere. La strategia iniziale della Viola è dunque corretta: il pallone lo teniamo noi, voi ci venite dietro. Ma la circolazione è da subito lenta.

Il turnover di Palladino ha fatto il resto. Federico Castiglioni su Sportellate fa notare il gap che divide prime e seconde scelte di casa gigliata. Gap ribadito anche stasera, una differenza soprattutto di concentrazione e intensità di gioco, prima ancora che di natura tecnica

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  I CONTI DELLA JUVENTUS 

Sul Corriere dello sport-stadio, la firma economica Alessandro F. Giudice commenta il rosso da 199 milioni in casa Juventus e giocando con le parole dello slogan storico della casa madre dice che “pareggiarlo è l’unica cosa che conta”. Scrive Giudice: “ Lo squilibrio costi-ricavi resta tuttavia pesante e il ritorno in Europa, riconquistata grazie ai risultati della scorsa stagione, non basta da solo a riequilibrare i conti della Juve che avrebbe chiuso in perdita anche senza la squalifica. La Juve non è più il giocattolo di famiglia, ma un’azienda collocata nel perimetro di un gruppo quotato, su cui la crisi dell’auto potrebbe pesare, rendendo meno accettabile l’impiego di altre centinaia di milioni nel calcio.  È una politica nuova: niente spese folli per trentenni ma ringiovanire la rosa per fare plusvalenze da calciatori ancora in crescita e stipendi tali da agevolarne la cessione senza ingessare il club. Basta operazioni-Vlahovic insomma, niente ingaggi che nessuno vorrà mai accollarsi. Le perdite attuali sono figlie di un quinquennio senza misura.  Per crescere, la Juve dovrà produrre ricavi (come tutti) perché difficilmente arriverà il solito assegno dell’azionista. Si volterà pagina e ciò chiamerà a una rivoluzione culturale anche i tifosi che dovranno accettare la “normalizzazione” della Juventus. Sarà un fatto positivo per tutto il calcio italiano che ne beneficerà anche in termini di equilibrio competitivo

 

TENNIS

La Sinnermania intorno al Masters

O forse il Masters intorno alla Sinnermania

  A due giorni dall’inizio del Masters di Torino, il Corriere della sera ha intervistato Darren Cahill, il super coach di Jannik Sinner. A Gaia Piccardi, l’australiano dice che nella vicenda del Clostebol «si è comportato in un modo che non dimostra affatto i suoi 23 anni». Sa di essere innocente, non ha fatto nulla di male, è stato un errore dello staff senza la sua responsabilità: eccetera. Cahill racconta che il team ha saputo della positività prima di Montecarlo. «La priorità, subito, è stata capire cosa fosse successo. E lì è emerso l’errore non intenzionale di Umberto e Giacomo. A quel punto è partito il procedimento con Itia e Sport Resolutions. Deve capire che è servito del tempo per ricostruire, nel frattempo abbiamo ritenuto di mantenere il team unito. Sono passati due o tre mesi. Dopo Wimbledon, Ferrara e Naldi non hanno più lavorato con noi. Ci sentivamo su una nave diretta verso un iceberg: dovevamo capire come navigargli intorno. Ma non c’è rancore per Umberto e Giacomo».

Cahill considera che il più grande talento di Sinner sia «l’abilità di processare informazioni e trasformarle in azioni. La capacità di imparare in fretta. Ci sono giocatori conservativi, che non amano cambiare il proprio tennis per la paura di fare passi indietro. Jannik è l’opposto: non teme di perdere un paio di match nel tentativo di implementare il suo gioco. In questo ambiente è raro, mi creda. Il suo superpotere è non aver timore di migliorarsi. Oggi sa giocare in 5-6 modi diversi, sa chiudere il punto col servizio, a rete, giocando sulla riga e dietro la riga, sa usare il drop shot, lo slice, il back. Non sa solo picchiare forte: lo sa fare con intelligenza». [Tutta l’intervista è QUI]

Stefano Semeraro su la Stampa considera che “la Sinnermania è un fenomeno ormai mondiale, legittima il sospetto che in Italia il suo profeta sia diventato persino più importante della religione che predica, quella del tennis. E che il culto della racchetta punti a superare quello del pallone. Notizia: Torino – scrive la Stampa – è in attesa di sapere se arriverà la sospirata «estensione», si parla di altri due anni di Finals all’Inalpi, prima di cederle a Milano”. Nel suo commento, Paolo Brusorio parla di “un Cencelli del tennis utile a premiare l’Italia e le sensibilità di Atp e Nitto (il naming sponsor) che spingono per il cambio di sede. Ma una o due edizioni in più garantirebbero a questa terra una medaglia mai come ora meritata. E da lucidare per sempre.

  LA VITTORIA DI MILANO IN EUROLEGA

Fernando Minana su El Pais spiega così la sconfitta del Real, ancora senza vittorie fuori casa. Non sono le due squadre più in sintonia con l’Eurolega. Sia Milano sia il Real Madrid sono squadre con tanti dubbi e troppe paure. Ettore Messina ha creato una difesa molto serrata per evitare che le ali trovassero facilmente Tavares. Fuori Facundo Campazzo non è più il playmaker demone che tutti temevano. È come se avesse perso un po’ di velocità e parte della sua chiaroveggenza. Il quintetto non muove la palla con la velocità o la fluidità dei bei tempi. E senza né la base né la torre, Madrid è molto meno Madrid.

Juan Gutiérrez su AS ha visto in codesta partita la sfida tra due squadre storiche che avevano bisogno di vincere per uscire dal pantano e vede invece nel Real una pianificazione incompleta della rosa, la partenza di giocatori chiave non sufficientemente sostituiti, la catena di infortuni, la mancanza di mira nel tiro da fuori, le lacune difensive, l’ansia delle serie negative. Tutti difetti trascinati che il Real Madrid di questa stagione si trascina

 

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