Che ci fa Leclerc su un caccia vestito da pilota in guerra

FORMULA UNO

 

  C’è gente in giro che in mezzo ai plastici delle battaglie, con i soldatini schierati, ci sguazza. Pure sui giornali, forse l’avrete visto, è sempre pieno di mappe, mappette, arsenali, carri, fucili, disegnetti coi missili. In genere è opera di gente dai cinquant’anni in su. Primo: perché occupano militarmente i posti di lavoro. Secondo: perché tanto le guerre mica vanno a farle loro. Loro con i soldatini ci giocano. 

Questa febbre diffusa deve aver contagiato pure la redazione di L’Équipe, dove si sono chiesti come reagirebbe il corpo di un pilota di Formula 1 a bordo di un aereo da caccia. Strana curiosità. Ce ne potevano essere tante altre. Invece no. Questa. Non si sono limitati a domandarselo. Hanno chiesto a Charles Leclerc se pure lui per caso avesse di questi pensieri, e va’ a sapere che gli passa per la testa a Charles Leclerc.

Invece di starsene qualche ora in più al simulatore, che magari ci scappa una vittoria, il monegasco ha lasciato per due giorni la Ferrari ed è salito a bordo di un caccia dell’aeronautica francese. È successo trentasei ore dopo il GP di Singapore. Lo hanno anche vestito di tutto punto, sul serio, sembra Top Gun, no, non il ciclista, sembra Tom Cruise in quel film. Evidentemente Leclerc sottovaluta il potere della teoria dell’alterazione di un comportamento: più è estrema l’alterazione, più finisce per causare quegli eventi. È la profezia che si autoadempie.

Parentesi. Una volta un calciatore di Serie A si stava allenando a tirare palloni verso la porta da centrocampo. Lo scopo del gioco era colpire la traversa. Uno dello staff tecnico gli disse di smetterla subito, perché il cervello memorizza certi schemi meccanici e visivi: avrebbe finito per tirare contro la traversa anche durante la partita. Chiusa parentesi. 

Comunque L’Équipe ha gioiosamente accompagnato Leclerc nella cabina di pilotaggio, in volo tra Saint-Dizier e Orange, e niente, David Fioux racconta che dall’aereo cisterna che lo scortava, i passeggeri hanno sentito qualcosa come una detonazione. Un boom acuto e potente che copriva il suono del motore dell’A400M per una frazione di secondo. Charles Leclerc non ha sentito nulla, perché questa è la routine dei piloti di caccia che infrangono la barriera del suono senza rendersene conto, se non guardando il tachimetro. Il mezzo si chiama Rafale, viaggia a 1.224 km orari, ed è il più potente aereo da combattimento dell’aeronautica francese, capace di collegare Lille a Marsiglia in 28 minuti e di sparare 42 proiettili al secondo, ci informa L’Équipe

L’ideona pare che sia venuta in origine a un certo tenente Sebastien e al capitano Valentin, due giovani ufficiali appassionati di F1 che hanno sempre desiderato far volare un pilota, per il loro amore per lo sport e la scoperta scientifica.

Ecco. La scoperta scientifica.

Chissà se al tenente e al capitano qualche volta è venuta la curiosità di sapere come reagisce un corpo sotto 42 proiettili al secondo. Di certo, nel magico mondo della comunicazione, a nessuno è venuto in mente che in mezzo alle guerre vere, con gente che sotto i caccia o i droni o quello che è sta morendo sul serio, vestire Charles Leclerc da Top Gun non fosse proprio una cosa di buon gusto. Neppure in Ferrari deve essere venuto in mente a qualcuno. Strano, perché se nelle scuderie chiedi un’intervista a un pilota, fanno prima un mucchio di storie per capire se è compatibile con il piano comunicazione, a alla fine casomai te lo danno per quindici minuti – non per due giorni – ma non puoi domandare questo e quello.

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