
Prima o poi doveva arrivare il momento in cui una divinità del calcio, Eupalla avrebbe detto Brera, si sarebbe presa gioco degli eccessi della sua creatura e dei suoi interpreti. Ha deciso di farlo a Napoli, dove col mondo ci giocano i bambini [questo invece è Dalla], e come in Sicilia, in Libia o in Tunisia, il mondo è avere solo un pallone dargli un calcio, farlo volar via.
Era una magnifica storia di riscatto, ascesa sociale e pallone, quella di Victor Osimhen, e vederla compiersi proprio a Napoli con uno scudetto atteso oltre trent’anni, il primo scudetto della storia senza Maradona, pareva un segno, un segno di qualcosa. È finita che sugli uomini ha preso il sopravvento l’industria, seguendo una parabola inattesa. Il suo club per non perderlo a zero gli aveva fatto firmare un contratto sapendo che sarebbe stato interrotto prima della scadenza, Il suo agente aveva accettato di normarlo includendo una clausola di uscita da 130 mln, immaginando certamente di trovare o di portare un’offerta simile. I nuovi ricchi hanno scompaginato tutti gli schemi, il PSG sfilandosi di fronte alla valutazione del club, il Chelsea dinanzi alle richieste del giocatore, l’Al-Ahli dinanzi a quelle del Napoli, una catena figlia di una sopravvalutazione economica [e forse tecnica] senza logica, messa nera su bianco quando il picco di gloria era già passato da sette mesi. Una catena di decisioni che adesso produce una realtà francamente assurda: Osimhen fuori rosa.
L’errore strategico più grande stamattina sembra ancora avere il certificato di residenza nel campo di Osimhen, responsabile di non aver accettato di perdere 2 milioni di stipendio per andare a giocare in Inghilterra, dove c’è il calcio vero, la Premier League, le coppe europee, il Pallone d’oro, un calcio più vero e ambizioso di quello dell’amato PSG. Presto potrebbe rovesciarsi lo specchio e l’errore potrebbe averlo commesso De Laurentiis col suo bluff, nell’irrigidirsi sui 5 milioni in più richiesti ai sauditi [85 e non 80]: un errore che non pagherà ancora fino al giugno del 2026, la data in cui potrebbe veder andar via il nigeriano senza indennizzo, sempre che non cominci ora una battaglia legale di qualche tipo.
Tra le righe di quanto scrive stamattina L’Équipe nell’analisi del commento del PSG c’è un altro pezzo di verità: “Fedele al piano iniziale, il PSG orfano delle sue stelle ha accentuato un progetto di acquisti focalizzati sui giovani. Abbastanza per essere ambiziosi su tutti i fronti? Non è certo. Luis Enrique, che ha rifiutato le questioni che non si adattano alla sua visione [Victor Osimhen] è il garante di questo sviluppo”.
È meno paradossale di quanto sembri, ma Osimhen non ha abbastanza amatori. Non a queste cifre, non ai 130 milioni della clausola, e la clausola è stata fissata e firmata insieme dal Napoli e dall’agente Calenda, come contrappeso ai 10 milioni di ingaggio riconosciuti al giocatore. Il mercato, addirittura, non riconosce al giocatore neppure una valutazione di 85 mln, uno sconto cioè del 35% sulla cifra di uscita. Una cifra prevista non per l’Osimhen da scudetto, ma per quello della stagione successiva, l’Osimhen svalutato da mesi di vado-vengo-sbuffo, un Osimhen che non ha trovato amatori neppure con il cartellino del saldo. A parte tutte queste strategie di mercato, offerta e richiesta, la scena si è complicata: secondo Gianluca Di Marzio qualche sera fa a Sky, in ritiro a Dimaro non è scattata la scintilla tra il centravanti e Conte.
Monica Colombo sul Corriere della sera parla di giocatore prigioniero del suo stipendio e scrive: “Osimhen, furioso, ha avuto una discussione feroce con i dirigenti del Napoli , adesso alle prese con una bomba a orologeria. Il club non reintegrerà in rosa Osimhen, che gli imputa anche di essersi rifiutato in passato di giocare per il Napoli. In bilico anche il rapporto tra il giocatore e il suo agente. Andrà via? Restano aperti il mercato turco e saudita”.