L’Italia, l’Africa, l’Ecuador. Lo storico Tour del ciclismo globale

 RUOTE

È un Tour già storico. Parte per la prima volta in 112 anni dall’Italia, trova il primo vincitore di tappa dell’Africa nera e pesca il primo ecuadoriano in maglia gialla. Tutt’assieme. È così che volta la capa all’anti-cavallo e se ne torna in Francia, passa il confine e si prepara a scalare il Galibier, le Alpi vere le chiamava Mario Fossati. 

Quanto è bello, questo Tour de France che viene a elettrizzarci ogni sera con un piccolo brivido, viene a rinfrescarci con la sua bella storia, soprattutto in questo tempo soffocante. Anche quando non ci credevamo più – ha scritto l’immaginifico Alexandre Roos su L’Équipe – anche quando eravamo rassegnati all’inevitabilità di una giornata di transizione, 230 km di corteo interrotti solo dalla pedalata di Fabien Grellier, ripreso a 27 km dal traguardo

La doppia foratura di Mathieu van der Poel ha privato Philipsen del solito motoscafo che tira il collo del resto del mondo e gli spalanca la strada verso la gloria in volata sotto le ruote. Una caduta a 2.5 km dall’arrivo ha spettinato il gruppo un altro po’. In questo modo sono stati disinnescati i progetti di quelli che Roos chiama i boia degli sprint mentre restava un gruppetto di affamati, dal quale è sbucato l’eritreo Biniam Girmay, un piccolo terremoto in una giornata che credevamo senza sollievo.

Velo scrive che si usa troppo spesso l’aggettivo storico nello sport, ma stavolta, come no, si deve. La rivista Rouleur lo dice in un altro modo: La vittoria di Girmay trascende il ciclismo

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UN VIAGGIATORE IN ERITREA

“Questo piccolo paese, tra i più poveri del mondo, possiede un esercito di centomila giovani, relativamente colti, dei quali non sa che fare. Il paese non ha industrie, l’agricoltura è in abbandono, le città in rovina, le strade distrutte. Centomila soldati si svegliano ogni mattina senza saper che fare, e soprattutto senza niente da mangiare. Ma la sorte dei loro colleghi e fratelli in borghese non è molto diversa. Basta girare per Asmara all’ora di pranzo. I funzionari delle poche istituzioni esistenti in uno stato così giovane vanno a mangiare un boccone nei bar e nei ristoranti del quartiere. Ma le folle dei giovani non sanno dove andare: non lavorano, non hanno un soldo. Girano, guardano le vetrine, sostano agli angoli delle strade, siedendo sulle panchine oziosi e affamati

[di RYSZARD KAPUŚCIŃSKI]


Girmay è quel ragazzo che aveva sorpreso alla Gand-Wevelgem del 2022 e che nello stesso anno aveva vinto una tappa al Giro sparandosi il tappo della bottiglia dello spumante in un occhio. 

Il suo talento non è sfiorito con i primi mazzi di fiori, scrive L’Équipe, una benedizione per il ciclismo africano che ha bisogno di luce, i ponti con l’Europa e con il mondo professionistico sono ancora troppo rari e discontinui. Vedere Girmay alzare le braccia al Tour è il modo migliore per suscitare vocazioni, in uno sport che rimane in gran parte impermeabile a qualsiasi diversità

Qui Roos esagera, tanto impermeabile il vecchio ciclismo non è. Ma non lo è da tanto, diciamo da almeno quarant’anni, una finestra di tempo in cui al Tour de France non hanno più vinto i paesi che possiedono il record di trionfi, non ha più vinto la Francia [36 titoli fino al 1985] né il Belgio [18 titoli, ma l’ultimo nel 1976], mentre sono arrivati il primo americano, il primo irlandese, il primo danese, il primo tedesco, e negli ultimi 13 anni il primo australiano, i primi britannici, il primo colombiano e gli sloveni. 


ARTEFICI

BINIAM GIRMAY, LA PRIMA AFRICA CHE HA DOMATO LE FIANDRE

DI ALESSANDRA GIARDINI

Girmay la guerra la conosce bene: è nato ad Asmara, che qualcuno chiama ancora piccola Roma, e in qualcosa somiglia all’Italia dei primi anni Cinquanta. Sono stati gli italiani a portare le prime bici in Eritrea ma se state pensando che Mussolini ha fatto anche cose buone, beh, non è stato lui. Era il 1898 e le bici servivano per portare più velocemente la posta. Nel 1936 nacquero la federazione e le prime gare organizzate, ma agli eritrei colonizzati non era permesso partecipare. Nel 1939 il regime fascista pensò bene di rimuovere quel divieto, per far vedere agli africani la forza della razza italica. Però la prima corsa aperta a tutti la vinse uno di loro, e addio mito della superiorità dei colonizzatori. Alla fine della guerra, nel ‘46, il Giro di Eritrea fu la prima corsa a tappe dell’Africa. Il ciclismo era già diventato lo sport nazionale. Ancora oggi le strade sono piene di biciclette, non solo all’Asmara, e i ragazzi che cominciano a correre sono tantissimi, soprattutto nelle regioni centrali, quelle con il clima più dolce.  [TUTTO QUI]


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In un podcast L’Équipe si domanda in effetti se Girmay sia una sorpresa o una conferma. Gli scompensi casomai non sono nazionali, sono economici, come effettivamente Roos sottolinea quando dice che nell’era della cannibalizzazione da parte di poche superpotenze, in un momento in cui si pensava che la Grande Boucle stesse perdendo la sua vocazione di far convivere i “piccoli” accanto ai grandi, ora torna in luce il proletariato, le masse che spesso sono invitate per fare numero, invisibili nell’orgia di un manipolo di golosi. Ma ancora insiste: È questa l’occasione per rimettere sul tavolo la questione della globalizzazione del ciclismo, obiettivo perseguito dall’UCI senza che i risultati siano palpabili. I serbatoi dei giovani si trovano dove non ci sono soldi, in Africa, in America Latina, mentre dove potrebbero esserci soldi emergono pochi talenti, nel Golfo, in Cina, nel Sud-Est asiatico. Richard Carapaz è un’altra eccezione che viene da questo paradosso.

Un anno fa il povero Carapaz si arrese per una caduta prima della partenza della seconda tappa, si fratturò la rotula sinistra, così quando l’altra settimana è andato a terra al Giro di Svizzera, quando gli hanno messo dei punti di sutura intorno alla bocca e al naso, si è chiesto se il Tour de France non fosse per lui maledetto. Risposta: no. Eccolo in maglia gialla, sebbene sia stato Tadej Pogacar a lasciargliela, come spiega qui L’Équipe nel dettaglio, così da non dover dedicare troppo tempo a fine tappa a tanti obblighi. Si è rialzato presto e scrive Roos non vediamo perché dovrebbe impegnarsi per ricominciare con gli obblighi da questo martedì. È saltata così l’idea che avrebbe usato le tre tappe italiane per ammazzare subito il Tour, per mettere la testa di Jonas Vingegaard sott’acqua fin dall’inizio, il suo piano è fallito, e dopo il Giro dovrà pensare anche a monitorare le sue riserve


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IL LUNGO PEDALARE DELL’AFRICA FINO A GIRMAY

L’Africa delle biciclette prima di Girmay era “un ciclismo altro, non saprei dire quanto eroico. Ma le divise improvvisate, la penuria di tubolari, il mangiare e dormire come capita, le strade sterrate (rosse qui, non bianche), la passione di fondo sono collegati, se non imparentati”. Così scriveva Gianni Mura nella prefazione a La corsa più pazza del mondo. Storie di ciclismo in Burkina Faso e in Mali – libro di Marco Pastonesi, uscito qualche anno fa. 

Una galleria di storie e di mondi. Quella del nigerino Djibril Hassane che due giorni prima del Giro del Burkina Faso spacca la bici e corre con quella dell’allenatore, molto più scomoda, molto più alta. Quella del burkinabè Desirè Kaborè, che dopo una volata vinta, sullo sterrato, tira i freni e si accorge di non averli. Così punta i piedi a terra, evita un paio di bambini che attraversano la strada e si schianta contro una macchina parcheggiata. Che per fortuna era l’ambulanza. [TUTTO QUI]

 


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  CAMEI 

I VELOCISTI INVISIBILI

Dalle pagelle di Alessandra Giardini per Bicisport [ci si abbona qui], emergono le figure di due sprinter attesi e rimasti nell’ombra, invisibili. La prima maglia gialla Romain Bardet aveva avvertito i divaneur [sarebbero i suiveur che seguono dal divano]: «Possono tutti fare un pisolino, ci vediamo alle 16,30». Hanno continuato il pisolino pure Mark Cavendish e Dylan Groenewegen. L’Alegiardini  ha dato 5 a tutt’e due. Molto lontano dal traguardo fora e perde tempo per cambiare bici. Si infuria con la telecamera che lo segue. Unico momento in cui lo si vede: allo sprint proprio no ha scritto del britannico, mentre su Dylan Groenewegen leggiamo che indossa un nuovo modello di occhiali, che abbraccia il naso. Favorirebbero l’aerodinamica. «Spero che mi aiutino altrimenti mi sentirò un idiota tutto il giorno», scherza a Plaisence. A occhio, non ha funzionato.

Groenewegen è uno dei due signori protagonisti della storia che stava dentro questa foto qui

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