Quello che le milanesi non dicono

Un anno fa il Napoli vinse il campionato con 16 punti sulla Lazio seconda, 26 sull’Atalanta quinta, 37 sul Torino decimo, 20 sulla squadra che aveva lo scudetto sulla maglia. Alle due del pomeriggio di oggi, mentre i pullman scoperti accendono i motori, il vantaggio dell’Inter è di 19 sulla seconda, 31 sulla quinta, 43 sulla decima, 40 sulla squadra campione in carica per qualche altra settimana.

Se il campionato del Napoli era parso straordinario, questo dell’Inter può dirsi addirittura eccessivo. Per non essere da meno della squadra, anche il presidente si è allineato – come dicono oggi amministratori delegati e capi del marketing nelle riunioni, anzi nelle call. De Laurentiis non era a Udine la sera del titolo ma prese il centro della scena durante la festa al San Paolo. Zhang non era né al derby della seconda stella né alla festa che parte da San Siro. Ha voluto pure lui surclassare il passato e stravincere il confronto con un anno fa. Massimo Moratti ha detto oggi al Giornale: «Non credo faccia apposta a stare via, fosse per lui sarebbe qui». 

E allora da chi dipende? Chi custodisce così bene questo mistero? Milano deve essere piena di Conte Zii membri di Consigli segreti, come ai tempi di Manzoni. 

L’evidenza – ha scritto Paolo Condò su Repubblica – ci dice che Steven Zhang non ha risolto i suoi problemi in Cina, ma che il suo management riesce a farne benissimo a meno”.

In effetti questo scudetto è la più colossale smentita all’idea che una proprietà lontana faccia il male della squadra. Zhang appare nelle dirette Instagram e nelle videochiamate, ma fuori dai confini del suo paese non si vede da un po’.

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    Sorprende, e non poco, che l’imprenditoria più in vista d’Italia si sia rassegnata a consegnare i suoi due club di calcio alla nebbia, sparita ormai finanche dai cliché meteorologici sulla città. Il proprietario del Milan per esempio non si sa davvero chi sia. Secondo la ricostruzione di Luigi Ferrarella sul Corriere della sera, il documento che ha messo in moto l’inchiesta della procura di Milano è una bozza inviata da una manager del fondo RedBird, Elizabeth Owen, al direttore amministrativo del Milan, Aldo Savi, definito nel titolo la talpa,

Ed è stato appunto Savi, convocato come teste dagli inquirenti, a darne una interpretazione problematica sulla reale proprietà dei rossoneri. È una circostanza destinata a imbarazzare sia il Milan e RedBird e Elliott (direttamente per ovvie ragioni), sia però indirettamente anche i loro acerrimi avversari del fondo Blue Skye dei raider (e già nel cda del Milan) Salvatore Cerchione e Gianluca D’Avanzo, prima soci di minoranza con Elliott nell’acquisto del Milan dal cinese Yonghong Li, e poi (dopo la vendita del club da Elliott a RedBird) protagonisti contro Elliott di un contenzioso civile e penale senza esclusione di colpi. Se infatti nel Milan ci sono tuttora dirigenti vicini a Elliott (a cominciare da Furlani e dal presidente Paolo Scaroni), Savi era invece entrato nel Milan nel 2018 come consulente del fondo Blue Skye, e, assunto nel Milan nel 2019, vi è rimasto anche dopo la frattura tra Blue Skye e il resto del mondo Milan.

Ed è come odierno direttore amministrativo dei rossoneri, uomo dei conti del club e braccio destro del direttore finanziario Stefano Cocirio e del direttore commerciale Roberto Masi, che Savi, una volta interpellato dalla GdF sulla bozza per il tour arabo dei dirigenti rossoneri, l’ha definita «strana» perché a suo avviso prospettava ai potenziali acquirenti non l’eventuale cessione di azioni del Milan detenute da RedBird, ma la cessione di un pezzo del debito di RedBird verso Elliott, senza che in apparenza Elliott fosse interpellato.

In più Savi ha riportato agli inquirenti la propria impressione che sulla gestione quotidiana del Milan pesi ancora la «forte influenza» di Elliott attraverso non solo ex uomini Elliott come Scaroni, Furlani e Cocirio, ma anche come il capo dell’area sport Hendrik Almstadt, per Savi «strettissimo collaboratore di Gordon Singer», e la portavoce di Elliott in Italia, Marcella Verini, oggi anche di RedBird.

 

   Il proprietario dell’Inter invece c’è, ma non si vede. Nei palazzi del calcio italiano interessa a qualcuno la solidità del secondo club con più scudetti d’Italia? O un giorno arriveremo a sentire la voce del presidente federale che in mezzo al caos chiede la tutela del suo brand – come è accaduto per il primo?

Qualche giorno fa il Corriere della sera ha parlato con Francesco Bertolino di gol di Zhang, una mossa strabiliante a poche settimane di distanza dalla voci che lo davano in uscita. Fuori Oaktree, dentro Pimco, ha scritto il Corriere, parlando di una trattativa con un nuovo fondo Usa per un finanziamento di tre anni da quattrocento milioni. «Il fondo più accreditato» riferiscono fonti vicine alla proprietà – diceva il Corriere, in attesa di vagliare con più calma eventuali offerte di acquisto o di investimento per la società nerazzurra. I conti potranno ricevere un’ulteriore spinta in avanti dalla sicura partecipazione alla prossima Superchampions e dall’eventuale costruzione dello stadio. A quel punto, forse, anche il debito con Pimco diventerà sostenibile

Pimco è un gigante, spiegava il Corriere, che gestisce quasi 1.800 miliardi, somma vicina al Pil italiano. Spostandoli sul mercato, può fare la fortuna di un Paese o accelerare la rovina del suo debito pubblico. Nel 2008 è stato uno dei pochissimi fondi di investimento a schivare la crisi finanziaria, guadagnando enorme fama e altrettanto denaro. Oltre che probabile prossimo creditore dell’Inter, Pacific Investment Management Co, in arte Pimco, è uno dei più grandi gestori del risparmio al mondo

In federazione deve essere tutto in regola. Insomma: daje.

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