Un valzer, una quadriglia o un cotillon. Quanto sarà difficile non sbagliare l’allenatore

Il Valzer. È un grande classico. No, non della musica sinfonica. Il Valzer è un grande classico del mercatese, la lingua con cui si raccontano le trattative e i trasferimenti dei calciatori da una squadra all’altra. Il Valzer è nei titoli dei giornali dagli anni Settanta, forse anche Sessanta. C’è stato il periodo in cui andava il Valzer degli attaccanti, il periodo del Valzer dei portieri, adesso suona il Valzer degli allenatori. Se ci fosse stato un notaio a vigilare sul mercatese, forse avrebbe eccepito fin dall’inizio. Quando si innescano tali mischioni – uno va qua, l’altro va di là – anziché di Valzer bisognerebbe forse parlare di Quadriglia. Ma ormai è andata: che Valzer sia.

La prospettiva di avere un profondo ricambio sulle panchine dell’anno prossimo sta affascinando mezza Europa. Stamattina il Corriere dello Sport-Stadio dedica il titolo di apertura del giornale al fatto che sono tutti in gioco, tutti a rischio. Ci sono le facce di nove allenatori della serie A e la parola rivoluzione. Nella sua analisi Alberto Polverosi accenna a una graduatoria possibile tra conferme e sorprese, così il giornale romano parla di Mau oltre il sarrismo e di DDR sprint, di Max che supera le aspettative [ehm] e di Gasp che le conferma. C’è la nuova impresa di Nicola a Empoli, c’è l’Inzaghi style, c’è l’ascesa perentoria di Thiago Motta.

 

Sarebbe interessante sapere se pure in Argentina si regolano così, oppure se da loro il Valzer degli allenatori è un Tango, più adatto a dire di un addio e di un rimpianto. Gli inglesi per esempio si regolano in un altro modo. Il Valzer degli allenatori è pure sul Guardian, ma lo storico

Jonathan Wilson lo chiama musical chairs. Lo avrete fatto, almeno una volta. Nelle feste di Carnevale andava molto. È quel gioco nel quale ci sono al centro della stanza un numero di sedie inferiore alle persone che ci girano attorno. Quando la musica si ferma, bisogna precipitarsi a occuparle. C’è sempre uno che rimane in piedi. Esiste pure una variante. Si lascia la musica in sottofondo e il maestro della festa grida al microfono: cotillon. Abbiamo avuto infanzie difficili e adolescenze ancora più complesse.

Comunque. Questo andare e venire dalle panchine d’Europa, questo prendersi e lasciarsi, in Inghilterra adesso pare un cotillon, non una quadriglia, figuriamoci un valzer. Wilson si sofferma soprattutto su destini e scelte di quattro squadre: il Liverpool, il Bayern, il Barcellona e il Napoli. Non solo. Wilson ci avverte. Dice che dopo gli Europei saremo pieni di allenatori cacciati dalle loro nazionali. Giusto. Chi ci aveva pensato. Il contratto di Julian Nagelsmann con la Germania scade alla fine del torneo, quello di Gareth Southgate con l’Inghilterra a dicembre. Diamine, allora sarà davvero un via-vai senza precedenti.

 

A Wilson la situazione del Bayern non pare così grave. È una squadra di giocatori avanti negli anni, i suoi bisogni sono chiari, una profonda revisione e lo farà con stile, probabilmente con Xabi Alonso, sempre che non si illanguidisca nel paese dei filosofi  ma pure del romanticismo, decidendo di restare al Bayer Leverkusen dopo aver vinto il campionato. 

Se il clima di Liverpool è più disteso e quello di Barcellona più teso, al Guardian la situazione del Napoli pare così complessa che sembra inutile cercare un precedente

Wilson va dritto. Dice che i problemi del Napoli erano prevedibili. È un club – si legge sul Guardian – che vive in costante agitazione nel caos e il compito di chiunque avesse sostituto Luciano Spalletti, sarebbe stato monumentale. Rudi Garcia era una scelta inspiegabile, il ritorno di Walter Mazzarri a novembre è apparso disperato. Averlo sostituito con Francesco Calzona non è stata una mossa ortodossa. Ulteriori cambiamenti arriveranno in estate, tra i più significativi la partenza quasi certa di Victor Osimhen.

Il Valzer più temuto è quello del Gattopardo, dove tutto cambia per non cambiare mai.

 

  JUVENTUS-FROSINONE

A proposito di Allegri e aspettative. A Ultimo Uomo non sembra che la pensino come al Corriere dello Sport-Stadio. In un’analisi dalla schiettezza rara, Emanuele Atturo si domanda: Siamo sicuri che Allegri stia facendo il massimo con la Juventus?

La tesi di Atturo è che Allegri sia riuscito a manovrare ela comunicazione sulla lotta scudetto. È riuscito a far passare il messaggio secondo cui l’Inter sarebbe una corazzata colossale, una squadra inscalfibile, fuori scala per la Serie A, mentre la Juventus una squadra giovane, inesperta e costruita con poche risorse. È una narrazione ideologica, che enfatizza alcuni aspetti per trascurarne di proposito altri. Come è ideologica e parziale anche la narrazione opposta, quella secondo cui l’Inter avrebbe una squadra fatta di scarti del calcio mondiale, presi a parametro zero e valorizzati da Inzaghi. In questa conflittualità un po’ infantile, che inquina il dibattito, cosa resta di vero? Credere ad Allegri significa, suo malgrado, credere a una certa visione del calcio, di come dovrebbero essere fatte le cose. È una presa di posizione ideologica chiara. Ci sono degli effetti dei discorsi di Allegri, un impianto dialettico, che vanno oltre quello che lui stesso dice, e che hanno a che fare con la guerra santa che, sotterranea, agita sempre la cultura calcistica italiana. Nel calcio italiano è sempre molto difficile riconoscere i meriti ai più forti; ci si affretta a trovare il modo per avvelenare e sporcare il successo. Un problema che la Juventus dovrebbe conoscere bene. [Il pezzo è per abbonati e si legge per intero qui]

 

  CAGLIARI-NAPOLI

Si gioca nel giorno in cui la Sardegna va alle urne per leggere il presidente della Regione. Concetto Vecchio su Repubblica racconta di una vigilia sulla tomba di Gigi Riva [ci si sente come degli intrusi], un luogo dove dolore privato e pubblico si mescolano, una meta per un pellegrinaggio. Perché queste persone continuano a venire qui? Nella Sardegna che oggi va al voto (seggi aperti dalle 6,30 alle 22, lo spoglio domani) orfana di grandi leader politici, senza più punti di riferimento, nel deserto sociale che è la società deprivata dai partiti di massa, questa fila religiosa ci dice che abbiamo bisogno di protezione e di eroi popolari in cui credere

Il Napoli non si fa mancare una quota di nervosismo. Il Mattino racconta che l’insofferenza mostrata da Kvaratskhelia al momento della sostituzione contro il Barcellona non è piaciuta a Calzona. Potrebbe pure scattare la panchina. In senso figurato. Non è che la panchina scatta veramente. 

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