Il derby milanese di Champions che segna due destini

  Il quinto derby della stagione è il più inappellabile di tutti. Vale un posto in finale di Coppa dei Campioni a Istanbul, contro il Real Madrid o il Manchester City. Vale un assegno che sarà una specie di bombola d’ossigeno per le situazioni finanziarie complesse tra le pareti dei due club di Milano. Vale un bilancio tecnico sereno a fine stagione o l’apertura di un processo: toccheranno uno o l’altro a Stefano Pioli e Simone Inzaghi. L’Inter parte col vantaggio di due gol ottenuto all’andata. 

 

  Dove eravamo finiti, ce lo ricorda Paolo Tomaselli sul Corriere della sera. “La primavera inzaghiana era cominciata con tuoni e fulmini, sconfitte e pareggi assurdi, errori fantozziani davanti al portiere. Dopo quel 3-3 del 19 aprile contro il Benfica che ha portato l’Inter in semifinale sono arrivate sette vittorie consecutive e la porta si è improvvisamente allargata. Il centrocampo, motore di tutto, ha ritrovato energia e idee e ogni cosa ha ripreso a girare a velocità superiore: grazie al trio Barella, Calhanoglu, Mkhitaryan, l’Inter quando alza i giri è dura da fermare e non ha certo intenzione di rallentare proprio ora: Inzaghi conferma così la stessa formazione di otto giorni fa, con Dzeko accanto a Lautaro, non solo per il bellissimo gol dell’andata, ma per tutto il lavoro pregiato di raccordo nel quale il bosniaco, a differenza dello scalpitante Lukaku, è un maestro”.

Siamo in uno di quei momenti che Tomaselli definisce “da spartiacque” e l’Inter ci arriva in un momento favorevole, ma pure delicato, “persino più dell’eventuale finale nella quale l’Inter sarebbe sfavorita in ogni caso: anche qui non c’è molto da girarci attorno, arrivare a Istanbul sarebbe già un successo, qualcosa di difficilmente ipotizzabile ad agosto quando l’Inter fu inserita nel sorteggio con Bayern e Barcellona”.

 

  Luigi Garlando sulla Gazzetta parla di destini, ricorda che l’Inter ha vissuto il 5 maggio 2002 e il Milan Istanbul 2005, dunque “sanno che anche i destini più annunciati possono essere stracciati e riscritti. Un derby, poi, per antonomasia, è la terra dell’imprevedibile e dei pronostici impossibili”. Garlando fa notare che “questa vigilia è stata profondamente diversa da quella dell’andata. L’ambiente nerazzurro ha tutta un’altra leggerezza, dopo le 7 vittorie messe in fila, con 21 gol fatti e 3 subiti e, soprattutto, dopo i tre derby vinti nella stagione, senza subire gol, che consentono all’Inter di scendere in campo con una sensazione di superiorità che può intimidire. Si è verificato un curioso doppio scambio di ruoli. Fino a non troppo tempo fa, il Milan era la squadra del gioco e l’Inter quella dei giocatori. Pioli ha vinto uno scudetto a sorpresa, grazie a una manovra collettiva, educata per tre anni, che ha migliorato il valore dei singoli. L’Inter recente è stata identificata spesso con la qualità dei suoi solisti, a cominciare dalla Lu-La che ha griffato lo scudetto di Conte. Oggi il Milan deve aggrapparsi alle sue stelle (Leao, Theo) perché ha perso la forza del gioco: non riesce più a essere corto, compatto, aggressivo; non riesce più a raccogliersi attorno alla palla e a riempire l’area altrui. Le due ultime partite senza segnare gol lo hanno certificato. Oggi gioca meglio l’Inter”.

 

  Il dilemma degli ultimi dieci giorni è allora risolto. Carlos Passerini sul Corriere della sera dice: “Leao c’è. E ha il sorriso dei giorni migliori. Sbuca dallo spogliatoio di Milanello alle cinque della sera: scherza, scatta, calcia. Segno che il dolore all’adduttore che lo ha costretto a saltare il derby d’andata è davvero alle spalle, anche se è chiaro a tutti che condizione e tenuta atletica saranno inevitabilmente limitate. Mercoledì scorso è mancato moltissimo, senza di lui il Milan perde qualità e fantasia  Il portoghese a giorni metterà nero su bianco il rinnovo fino al 2028, con uno stipendio da 7 milioni di euro”. Ma è vero pure che “Leao non basta, serve il Diavolo” dice il Corriere della sera.

  Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio dice allora che “stasera rischiano tutt’e due, Inzaghi e Pioli, anche se questo non può essere il senso di una semifinale di Champions League. Rischiano perché non hanno soddisfatto tutte le attese, ma solo una parte. La discussione sta nella dimensione di questa parte. Abbondante, sufficiente o ristretta? Dipende dai punti di vista. in questo calcio bulimico tutto si dimentica in fretta. Troppo in fretta”.

 

Il vantaggio di non avere per soprannome la Carogna

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Al giornalismo sportivo italiano, la scena della squadra con lo scudetto sul petto a capo chino davanti agli ultrà, non ha fatto granché impressione. Non ha meritato neppure l’attenzione di un editoriale. Tuttosport aveva una domanda ieri in prima pagina: “Scaroni, ma che dici?”. Sulla Gazzetta c’è traccia di un’opinione stamattina in tre parole nel pezzo di Garlando, quando parla di “sconcertante teatrino finale” allo stadio di La Spezia. Ma non conosciamo il parere di nessun direttore. 

Le cronache non sono irrilevanti. A Paolo Scaroni che ha trovato il confronto simpatico, Davide Milosa sul Il Fatto quotidiano ricorda “che quegli ultras si portano dietro pagine di precedenti: dall’estorsione, al tentato omicidio, dalla rissa alla rapina, alle lesioni. Ma tutto va bene, ci pensa l’euroderby a nascondere lo sporco sotto al tappeto”.

È il vantaggio di non avere per soprannome la Carogna. 

Scrive il Fatto che anche il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini pare sulla stessa linea di Scaroni. Tanto da commentare in relazione a una fascicolo aperto dalla Procura federale: “Che si aprano fascicoli di inchiesta sulla discussione fra giocatori di calcio e tifosi… penso e spero che ci siano cose più importanti di cui occuparsi”. 

“Non sorprende – sottolinea Milosa – detto da uno che nel 2018 alla festa per i 50 anni della curva abbracciò il capo Luca Lucci fresco di patteggiamento per droga e futuro condannato a sette anni sempre per droga. Sabato il capo non c’era, perché ai domiciliari in attesa della Cassazione. C’era invece il fratello Francesco, tatuato e rasato, colui che ha arringato i campioni rossoneri. Sulle spalle Lucci ha una condanna definitiva a 3 anni per una tentativo di estorsione da 100mila euro portata avanti con la moglie. “Uccido te e i tuoi figli”, andava dicendo Lucci per intimorire. Pizzicato quasi in flagranza e con la moglie che in tasca aveva 2mila euro della vittima”. 

Però dei bei soprannomi ci sarebbero anche in quella curva. 

“Accanto a Lucci che urla in faccia ai vari Giroud e Theo Hernandez – continua il Fatto quotidiano – c’è Shrek, al secolo Alessandro Sticco, precedenti per rapina, rissa e aggressioni avvenute “anche con spranghe di ferro”, a dimostrazione, secondo la Cassazione, del “suo stabile inserimento nelle frange violente del tifo calcistico”. Non lontano, giubbotto arancione, lo storico Barone, al secolo Giancarlo Capelli che nel 2007 fu indagato per una tentata estorsione alla società Milan. Al termine del processo fu assolto. Poco più in là rispetto a Lucci nelle prime file, Fabiano Capuzzo, condannato in primo grado per droga e assolto in appello. Capuzzo dal 2009 ha accumulato condanne definitive per tentato omicidio, rissa, lesioni, porto illegale d’armi”.

 

Alessandro Ferri sul Foglio ha scritto: “Comunque la si pensi, quell’immagine non è bella: vedere dei giocatori che devono rimontare una semifinale di Champions League attaccati e costretti a rimanere impassibili dinanzi alla rabbia (giustificata da una prova terribile, va detto) di alcuni tifosi non è mai bello, ma la questione è meno netta di come sembra.

Il fastidio dei tifosi è comprensibile, specie alla vigilia del ritorno con l’Inter. Quello che invece è più difficile da capire è la dinamica del mondo ultras per cui è normale avere un “confronto” in quei termini e quelle modalità. I tifosi hanno il diritto di esprimere il dissenso quando le cose non vanno, ci mancherebbe: il rapporto biunivoco tra campo e fuori campo può solo giovare alle prestazioni di una squadra, se gestito bene. Quello che invece proprio non va è un dialogo che non è un dialogo, perché una delle due parti è in posizione di evidente superiorità (numerica, prossemica, emozionale) rispetto all’altra”.

Stamattina ne parla Michele Serra su Repubblica.

“Lo spettacolo dei giocatori del Milan, e ancora di più del loro allenatore Stefano Pioli (persona specchiata, ed è un’aggravante), umilmente “a rapporto” dagli ultras dopo la sconfitta di La Spezia, è terrificante. Le società di calcio sono ufficialmente ostaggio degli ultras. Gli ultras, a loro volta, e con poche eccezioni, sono ostaggio di malavitosi e pregiudicati a vario titolo. Oppure, e sarebbe anche peggio, ne sono seguaci convinti. Lo si scrive da almeno vent’anni con patetica perseveranza. La situazione, se possibile, con gli anni si è aggravata: gli ultras sono, a pieno titolo, non solo un soggetto “politico” di primo piano nella vita del calcio italiano. Sono spesso anche un attore economico molto attivo, gestiscono biglietti e parcheggi, taglieggiano di fatto le società con il ricatto costante dei “disordini”, o dei cori razzisti, con conseguenti squalifiche del campo. Uno schifo, e ormai uno schifo organico di questo povero Paese. E gli altri tifosi? Che pagano il biglietto senza chiedere — ovviamente — niente in cambio che non sia vedere una partita? Non contano nulla”. 

Serra ricorda allora il tentativo di azionariato popolare fatto negli ultimi anni intorno all’Inter, guidato da Carlo Cottarelli. Scrive: “Se gli aspiranti azionisti dell’Inter cominciassero a spaccare vetrine e minacciare disordini, e se Cottarelli si vestisse con giubbotto nero, si rapasse a zero e si tatuasse qualche teschio, forse l’Inter lo prenderebbe sul serio”. 

 

Anche all’estero la scena ha fatto impressione, esagerati che sono. Nicky Bandini sul Guardian ha scritto: “Non c’erano microfoni televisivi abbastanza vicini per ascoltare, ma le teste chine e le espressioni solenni lo hanno fatto sembrare un atto di sottomissione: studenti disobbedienti rimproverati da un maestro”.

Sandro Tonali ha detto: «La Curva ci è stata sempre vicino e ieri ci hanno voluto mostrare la loro vicinanza per questa partita». In effetti erano proprio vicini. Se avessero voluto, potevano pure toccarli. 

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