2014 | La finale tra i due papi dopo il Mineirazo

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     ▻ Il ritorno nella chiesa sconsacrata del Maracanã – La finale tra i due papi dopo il Mineirazo | Letture e temi: La frustrazione della generazione Lula – La partita Adidas vs Nike – Il duello Maradona vs Pelé. Negli spot all’intervallo – L’arrivo della gol line technology – Il pallone della finale 82 a casa dell’arbitro Coelho | I Mondiali dell’Italia: I divorziati in azzurro: come è cambiata la società – Il vecchio calcio italiano è finito con il morso di Suarez – Il caso Balotelli – Il Ct che tradì sé stesso | La finale: Il gol di Super Mario Götze e lo spettro che perseguita Messi Peter Pan

 

BRASILE 2014

Il ritorno nella chiesa sconsacrata del Maracanã 

La finale tra i due papi dopo il Mineirazo

 

    E va bene. Facciamo che sia vero. Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici. Prendiamo il Brasile del calcio. L’immenso Brasile, il gigantesco Brasile, l’inarrivabile Brasile. Anche a loro è capitato di rimettere piede dentro un gran teatro del pallone dove avevano guardato negli occhi la gioia, per scoprire che il tempo fa i suoi giri, passa e lascia il segno. Quindici anni dopo il Mondiale vinto in Svezia col 17enne Pelé, tornarono dentro lo stadio Råsunda di Solna, periferia di Stoccolma, con Zagallo in panchina, ancora da campioni, ma senza più O Rei. L’infelicità si manifestò sotto le mentite spoglie di Ronald Sandberg. Segnò lui un banalissimo gol per un fatale 1-0. Mancava ancora un anno al Mondiale di Germania 74 e gli svedesi si erano divertiti a girare un film in cui la loro salvezza era un  bambino di prima elementare di nome Fimpen, così bravo col pallone nel suo cortile a a Gröndal, da essere convocato in Nazionale. Prodezze, stupore, gloria. Ma lo sceneggiatore voleva farci sapere che – attenzione, bambini – non trascurate la scuola. Così il successo e la fama non gli permettono di vivere bene la sua infanzia, né di continuare gli studi, e come al solito la voce di Emanuela Folliero per il ciclo I Bellissimi invita a non andare oltre, per non rovinare il finale. L’attore bambino imparò la lezione. Non giocò mai più a calcio, si chiama Johan Bergman, non è parente e non è nemmeno più tornato sul luogo felice – un set. Adesso fa lo scenografo teatrale. 

Ventitré anni ancora trascorsero in Brasile prima di scoprire che si poteva essere infelici pure nello stadio della seconda Coppa Rimet vinta nel 62. Il Nacional di Santiago. In amichevole contro il Cile di Rubio e Caszely, il gol del solo Walter Casagrande non bastò a evitare la sconfitta. Esatto. Quel Casagrande, il centravanti del Corinthians, amico di Socrates, e di lì a poco in Italia con le maglie di Ascoli e Torino. Aveva esordito con la Seleçao un mese prima. Gli avevano detto della convocazione mentre si faceva uno spinello in camera. A quella partita in Cile è dedicata una pagina del libro di Enzo Palladini su di lui, All’inferno e ritorno [InContropiede]

 

  pagine | Appena messo piede in hotel, Casagrande fu costretto a buttarsi nel letto, colpito da un febbrone da cavallo, forse dovuto all’aria condizionata dell’aereo particolarmente violenta. Imbottito di aspirine, si mise a guardare un programma sportivo locale e ascoltò l’intervista di Oldemario Tougunhò, un famoso giornalista di Rio de Janeiro, che sparava a zero sulla Nazionale: “Questa Seleção fa schifo, si salvano solo Bebeto e Branco”. Entrambi giocavano in squadre di Rio. All’ora di cena, mezzo rimbambito dalla febbre e dalle medicine, Casagrande sentì bussare alla porta della camera. Erano Mario Sergio, Reinaldo e Oscar. Furiosi. Gli dissero che non ne potevano più della pressione esercitata dalla stampa, che in Brasile era uscito un articolo che raccontava di presunte avventure sessuali dei giocatori durante le trasferte. Risultato: i giocatori sposati quel giorno erano stati costretti a infinite spiegazioni telefoniche con le rispettive consorti. A tutto questo, Walter aggiunse quello che aveva ascoltato poco prima in TV e la rabbia superò il limite di guardia. La riunione fu allargata a tutta la squadra e venne ideato il cosiddetto “Manifesto di Santiago”, una serie di accorgimenti finalizzati a boicottare la stampa. Il Brasile si trovava sul territorio cileno, in un Cile ancora avvelenato dalla dittatura di Augusto Pinochet.

La mattina dopo, Casagrande fu protagonista di una lite furiosa con il giornalista Roberto Cabrini di TV Globo. Cabrini gli proponeva un’intervista incrociata con Carlos Caszely, uno dei migliori calciatori cileni di tutti i tempi, fiero e coraggioso oppositore del regime. Casagrande rifiutò quell’intervista facendosi violenza, perché l’avrebbe fatta molto volentieri. Ma non poteva tradire la promessa fatta al gruppo” – di enzo palladini, Casagrande, all’inferno e ritorno [edizioni inContropiede – 

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E pure nel terzo stadio dove il Brasile era stato felice con una Coppa Rimet, l’Azteca di Città del Messico, passò il vento dell’angustia una volta trascorsi 29 anni. Nella finale della Confederations Cup adesso cancellata, il Messico vinse per 4-3: un altro 4-3 sullo stesso prato di Italia-Germania. Meno epocale, ma utile a ricordarci l’esattezza dell’antico monito di Cesare Pavese. Nel dubbio, allora, meglio non farsi mai più rivedere dopo il 2002 a Yokohama, nello stadio giapponese dove Ronaldo aveva alzato la Coppa diventata FIFA, e solo una volta il Brasile è tornato a Pasadena – sette anni dopo la finale del mondiale americano – per battere gli USA in amichevole. Roberto Baggio si stava rifacendo una vita a Brescia. 

 

E va bene. Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici. Ma nessuno ci ha mai fatto sapere come regolarci al contrario, con i luoghi dove invece abbiamo conosciuto il dolore. Non si sa se bisogna tornarci per elaborare, esorcizzare, oppure se bisogna tenersene alla larga, per non rivivere il trauma.

Nel Maracanã del famoso Maracanãzo, il Brasile ebbe la solenne idea di portarci di nuovo un Mondiale, nel 2014 come nel 1950. Era il tentativo di tornare dentro una chiesa sconsacrata per restituirle un vago profumo di santità. Il governo di Lula si era fatto assegnare Mondiali e Olimpiadi nel giro di un biennio. Nella storia c’erano pochissimi precedenti: il Messico del 68-70, la Germania del 72-74, gli USA del 94-96. 

|   Gianni Perrelli su L’Espresso spiegò: “La crescita impetuosa del Brasile durante gli otto anni del governo Lula (2002-2010) è lievitata soprattutto per la spinta delle enormi risorse energetiche. La scoperta del giacimento oceanico pré-sal, forse il più grande della Terra per le dimensioni delle riserve petrolifere, ha schiuso illimitate prospettive di ricchezza. Ma la difficoltà di estrazione del greggio, depositato a sette chilometri di profondità sotto una spessa cappa di sale, è un po’ la metafora di un gigante che a tutti i livelli fatica a esprimere in pieno le sue potenzialità. L’ascesa del Pil è crollata durante il quadriennio di Dilma Rousseff da oltre 7 per cento a poco più del 2 per il calo nelle esportazioni delle materie prime. Il Mondiale che dovrebbe fare da cassa di risonanza ai successi della sesta economia del pianeta parte un po’ in sordina: fra la corruzione che sottrae allo Stato ingenti capitali, tensioni della piazza che reclama migliori condizioni di vita, una stima di benefici inferiori a quelli tanto attesi da una manifestazione sulla quale sono stati investiti trenta miliardi di euro. E dal bacino petrolifero del pré-sal si estraggono meno di tre milioni di barili al giorno. Una quota al di sotto delle originarie tabelle di marcia”. 

|   A due mesi dai Mondiali, Gea Scancarello su Sport Week raccontava: “Mai quanto ora la chance è ghiotta: tra la Coppa del mondo e l’Olimpiade del 2016, il Brasile e Rio de Janeiro in particolare sono sotto gli occhi di tutti. I grandi eventi sportivi dovrebbero essere la prova concreta della democrazia dello sport, l’apoteosi dell’uguaglianza tra primo e ultimo mondo, la prevalenza delle persone e delle loro capacità sui contesti di appartenenza. Ma i mega investimenti nelle nuove infrastrutture, a partire dai 360 milioni di euro spesi per rifare la faccia dello stadio Maracanã, a Rio più che assottigliare le differenze le hanno acuite. Tra Mondiali e Giochi olimpici, il governo ha messo in conto spese per 16,4 miliardi di euro, ma i progetti per il Villaggio olimpico, nell’esclusivo quartiere di Barra, tradizionale riparo di calciatori, piloti e personaggi del jet set, escludono agli occhi dei critici la compenetrazione con il resto della metropoli. Secondo le stime fornite di malavoglia dal Comune stesso, poi, in vista del Mondiale solo a Rio almeno 65 mila persone sono state forzate a lasciare le proprie baracche per fare spazio ad alberghi e locali esclusivi, senza ricevere compensazioni sufficienti a procurarsi altre sistemazioni di una qualche dignità”. 

 

Oggi li ricordiamo come dei Mondiali colorati, pieni di allegria e folla dentro gli stadi, il clima più bello degli ultimi 40 anni, ma non era sulla gioia attesa che si concentravano i racconti della vigilia, quanto sulle proteste popolari.

|   Maurizio Chierici sul Fatto quotidiano sottolineava che la novità di questa Coppa del mondo è “un’America Latina in borghese, finalmente governi senza divise e polizia che contengono e non schiacciano le proteste. Che non si spengono: rabbia dei 45 milioni di senza niente, neanche l’acqua in casa. Non sopportano i capitali “sperperati” nello splendore dei 12 campi da gioco che galleggiano come astronavi. I paesi attorno danno una mano con i loro agenti travestiti da ultrà nella speranza che gli scontenti della sesta potenza industriale del mondo non rovinino la sagra dei gol”. 

Centocinquantamila agenti dell’esercito e della polizia schierati, 25 mila guardie private. Per scongiurare scioperi, il governo aveva concesso alla polizia federale un aumento di stipendio del 16 percento. Gli stadi di Brasile 2014 si riveleranno più costosi di quelli realizzati in Germania nel 2006 e in Sudafrica nel 2010 messi insieme, due miliardi e 600 milioni di euro, tre volte più del previsto. Lula aveva promesso che tutti i progetti sarebbero stati finanziati con fondi privati. Tutto era stato pagato dallo Stato. Le agenzie di rating stavano cominciando ad abbassare il voto del Brasile, come Fitch e S&P. 

|   Rocco Cotroneo sul Corriere della sera: “La Rousseff aveva una rielezione quasi scontata per ottobre. Ora non più. L’ultima tegola è un sondaggio effettuato proprio a San Paolo 4 giorni fa: qui, per la prima volta, perderebbe in un ballottaggio con entrambi i suoi principali rivali. Due mesi fa li staccava di 30 punti. Il 61 per cento dei paulisti non la voterebbero in nessun caso. Ha poco tempo per recuperare. E troverà il coraggio tra un mese di consegnare la coppa ai vincitori nel Maracanã?”. 

 

A dire il vero, non sappiamo se possiamo considerare il Maracanã 2014 come lo stesso della profanazione di Schiaffino, Ghiggia e Obdulio Varela. 

|   Marcos Alvito scrisse quell’estate su Limes che l’annuncio dato da Lula sette anni prima, pareva “la dimostrazione che il Brasile aveva raggiunto il Primo Mondo. La nostra paura, dimostratasi fondata – dice – era che la Coppa del Mondo fosse il cavallo di Troia di una deriva elitaria del calcio brasiliano. Grazie all’alleanza spuria tra i politici e gli imprenditori che finanziavano le loro campagne, il 2014 sarebbe stato un grande affare. Tranne che per noi, che avremmo pagato il conto, vedendo i nostri stadi trasformati in arene igienizzate e la gente più povera espulsa dagli spalti. Questo processo classista, in realtà, era cominciato già cinque anni prima, nel 2005, con la fine della Geral. Se la tribuna era per i ricchi e le curve per la classe media più o meno benestante, la Geral era lo spazio popolare per eccellenza, segnato da una cultura propria. Da lì quasi non si vedeva la partita, è vero, ma c’erano buone vibrazioni e manifestazioni veramente caratteristiche. È stata assassinata a sangue freddo, praticamente senza proteste, tra gli applausi di quelli che lodavano la necessaria «modernizzazione del calcio brasiliano». Il Maracanã, lo sapevamo bene, non sarebbe mai più stato lo stesso. Il Maraca dove mi hanno rubato il portafoglio nel 1983, dove sono stato quasi stritolato dalla folla per una partita contro il Paraguay nel 1977, dove è caduto un pezzo di cemento davanti ai miei occhi nel 1984, dove ho visto il mio Flamengo diventare campione brasiliano sei volte e campione carioca innumerevoli altre, dove ho comprato i biglietti falsi dai bagarini, dove sono scappato dalla polizia e dai suoi cavalli (di quelli che nitriscono), dove per poco non sono caduto dalla curva nel 1992, dove quando ero bambino andavo a vedere Babbo Natale che arrivava in elicottero, dove oltre a Zico ho visto Eusébio, Doval, Rivelino, Maradona, Bebeto, Románo, Renato Gaúcho e molti altri, dove mio figlio ha imparato a dire le parolacce e a essere fedele alla sua, alla nostra squadra, dove non potrò mai portare mia figlia, che è nata dopo. Quel Maraca, mai più”.

 

Nel dubbio, il Brasile non ci mise piede per tutto il mese. Il Cile ci batté la Spagna campione e la fece fuori, la Francia pareggiò 0-0 con l’Ecuador, l’Argentina vinse 2-1 contro la Bosnia, al Belgio bastò un gol di Origi contro la Russia a due minuti dalla fine, la Colombia eliminò l’Uruguay e la Germania la Francia. Il Brasile al Maracanã non giocò perché non ci arrivò. Era lo stadio della finale, ma si fermò una partita prima, e fu di nuovo dramma, e fu dolore, in un altra città, Belo Horizonte, in un altro stadio. Sette gol presi dalla Germania. Quest’altra somma afflizione l’abbiamo chiamata il Mineirazo. 

 

Il Mineirazo

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La frustrazione della generazione Lula

di aldo cazzullo, Corriere della sera, 10 luglio 2014

 

“Da un mese la metropoli viveva come in un incantesimo, sospesa in un mondo senza tempo: molte scuole chiuse nonostante sia inverno, cortei multinazionali e multietnici sulla spiagge, feste a ogni ora, soprattutto dopo le stentate vittorie della Seleçao. Martedì sono arrivati prima un segno celeste, sotto forma di un acquazzone tropicale, poi le sette picconate tedesche del Mineirao, a riportare i brasiliani alla realtà, e a sprofondarli nella depressione. Il Mondiale è finito, riguarda europei e argentini. I giornali hanno titoli definitivi: «Una sconfitta per sempre»; «Una partita che non finirà mai»; «Disonore perenne»; «l’11 settembre del nostro calcio». Ma la reazione non è rabbia e orgoglio; semmai, disillusione e rassegnazione.

Le favelas ammainano i vessilli nazionali con il motto — «ordem e progresso» — palesemente contraddetto dalla confusione e dal degrado circostanti. Anche i taxi hanno tolto le bandierine dal cofano. E a Copacabana sono sparite le magliette verdeoro. La spiaggia è semideserta. Ovunque alghe e altri segni della mareggiata. L’unica partitella la giocano argentini benestanti con la maglietta della nazionale di polo. Il tono medio del Paese appare semmai la frustrazione, il fatalismo, il senso di inadeguatezza, la vergogna di sé. È un sentimento presente da sempre nella mappa emotiva del Brasile; ma un decennio di impetuoso sviluppo economico l’aveva rimosso. Presto verranno occasioni di rivincita, non solo nel calcio: il futuro appartiene a popoli giovani e meticci come questo. Ma per la generazione Lula, cresciuta insieme con il proprio Paese, divenuta adulta in una nazione che si scopriva ottimista, il «Mineirazo» è stato la ricaduta in un passato che i vecchi conoscono fin troppo bene. Andandosene il Brasile va sempre da dove è venuto”. 

 

Le ricadute economiche

di marco bellinazzo, Il Sole 24 Ore, 10 luglio 2014

 

“Secondo uno studio Euler Hermes (Allianz), inoltre, i Mondiali porteranno una crescita aggiuntiva del Pil di appena lo +0,2% quest’anno e nei due anni successivi dello 0,1, con un limitato sviluppo dei livelli di occupazione nel lungo periodo, un’inflazione in salita tra il 2009 e il 2016 del 2,5% e un’inversione del trend attesa dal 2020. Adesso anche una parte di questo potenziale surplus di circa 4/5 miliardi di euro potrebbe prosciugarsi.

Se nel periodo 2009-2014, per le infrastrutture sono stati spesi circa 8,6 miliardi di euro (pari allo 0,5% del Pil) nel periodo 2010-2016 in occasione di Giochi Olimpici saranno impegnati altri 4 miliardi di euro (0,2% del Pil). L’ultima speranza per i mercati e per il Brasile, perciò, resta Rio 2016. A patto che il Paese si faccia trovare pronto almeno per l’appuntamento con le Olimpiadi”.

 

  Letture e temi

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La partita Adidas vs Nike

di arturo zampaglione, Affari & finanza, 26 maggio 2014

 

“Il vero duello dei Mondiali 2014 sarà tra due potentati economici: Adidas e Nike. Le due multinazionali di abbigliamento e attrezzature sportive, infatti – la prima tedesca, l’altra americana – non hanno badato a spese per vincere la “coppa economica” del campionato: in termini di immagine pubblica, sponsorizzazioni e soprattutto di ricadute commerciali. E la Puma, l’altra tedesca, è pronta a giocare il suo ruolo di comprimario alla grandissima. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze. La Adidas, che dal 1970 sponsorizza la Fifa, la Federazione internazionale presieduta da Joseph Blatter che da Zurigo governa il gioco del calcio, avrà sicuramente in Brasile un ruolo più visibile, non fosse altro perché suo sarà il pallone con cui si giocheranno Brasile-Croazia e le altre partite, mentre in tutti gli stadi, dal nuovo Maracanã di Rio de Janeiro al Beira-Rio di Porto Alegre o all’Estadio Nacional di Brasilia, saranno in bella mostra le tre strisce bianche del logo del gruppo. La Nike sta recuperando velocemente il tempo perso. Tanto per cominciare sponsorizza più squadre dei Mondiali 2014 della Adidas: dieci squadre rispetto a nove, comprese le nazionali di Brasile, Inghilterra e Francia (il colosso tedesco ha invece la Germania, l’Argentina e la Spagna, mentre l’Italia di Cesare Prandelli e altre sette squadre sono con la Puma). Facendo poi leva sulla sua forza economica e sul mercato americano, Nike cresce a ritmi più veloci della Adidas nel settore specifico del calcio. Il paradosso è proprio questo: da un lato gli Stati Uniti sembrano quasi immuni dal virus del pallone, preferendo altri sport come il baseball, il basket o l’hockey; dall’altro il “soccer”, come viene chiamato, fa passi da gigante nelle nuove generazioni d’oltreatlantico, anche femminili”

 

Il duello Maradona vs Pelé. Negli spot all’intervallo

di gabriele romagnoli, Repubblica, 23 giugno 2014

 

“L’intervallo delle partite in tv, il momento dei consigli per gli acquisti è un film dell’orrore. Protagonisti: quel che resta di Maradona e Pelè. Prima scena: due brasiliani guardano una partita, dalla poltrona emerge una testa ridente, uno spirito maledetto, un argentino, Dieguito, mano de Dios y cabeza del diablo. Corrono a venderla on line e ci salvano tutti. Ma non dalla seconda scena: supermercato affollato, offerte straordinarie, direi regali, infatti s’avanza un’altra poltrona, che è un trono, e sopra siede O Rei, Pelè. Con tanto di corona e manto: sembra uno di quei pazzi despoti africani, Bokassa, Amin Dada, Mobutu, 3×2, fate voi.

Si ammazzano così anche le leggende. Forse i due più grandi calciatori di tutti i tempi ridotti a macchiette quotidiane.  Attenti a quei due. Sono stati immensi in campo. Sono terribili fuori. È una cosa tristissima raccontarli oggi, tra pubblicità degli shampoo anti forfora e pronostici che nemmeno la zia Maria. Pelè e Maradona sono stati la storia del calcio, ma occorreva venire fin qui per scoprire che questo vale per noi occidentali, è un’altra forma di orientalismo o sudismo, chiamatelo come volete, una soggezione intellettuale da Gianni Minà 2.0 che ci spinge ad ascoltare ancora gli idoli caduti”.

 

L’arrivo della gol line technology

di giulia zonca, La Stampa, 10 giugno 2014

 

“Frank Lampard resterà l’ultimo giocatore della storia che ha segnato una rete fantasma ai Mondiali. La prova del Maracanã non ammette errori e gli uomini della linea del gol si affidano sereni alla perfezione delle telecamere. Una fede assoluta. Del resto il test lo hanno fatto nello stadio di Rio e qui di fantasmi ce ne sono già abbastanza, la tecnologia arriva a scacciare il demone dell’errore che ha sconvolto la Germania nella finale del 1966 e poi devastato l’Inghilterra 4 anni fa agli ottavi con una sequenza ormai entrata nei libri di storia. La sfida era sempre la stessa, Germania-Inghilterra, e il gol sempre più controverso e sempre più evidente

… Ora ci sono 14 telecamere extra montate in ogni stadio Mondiale, 7 per porta, e ognuna traccia la palla in alta definizione, copre gli spostamenti ogni 5 millimetri, 550 immagini al minuto e pure a colori: quando viene superata la linea arriva un messaggio all’arbitro e guai a chiedere se può esistere un baco nel cervellone che coordina qualsiasi minimo movimento. Adesso c’è un suono, un messaggio, un sms dalla cabina di regia che in realtà esisteva già prima e ha già deciso la finale di un Mondiale solo che era più spartana e del tutto sottotraccia. Chi ha visto la plurimmortalata testata di Zidane a Materazzi nel 2006 non stava in mezzo al campo di Berlino. Ma quella era una toppa, questa è «la perfezione» o almeno la vendono così”

 

Arrendetevi, non si torna indietro

di roberto pizzato, Ultimo Uomo, 21 luglio 2014

 

“Spesso si pensa alla tecnologia come a qualcosa di meccanico, scientifico, in contrapposizione al talento, che invece trova la via spianata da un suo uso sapiente. Per una specie di conservatorismo intellettuale la si ritiene appannaggio di un’elite, dimenticando che nell’era del digitale essa ha un carattere necessariamente globale. L’organizzazione dei processi di lavoro e i suoi riflessi sulle performance in campo, non sono più una prerogativa di alcune realtà, storicamente quelle europee. Al di là del talento puro, tutti i parametri sui quali si può lavorare sono stati portati al massimo. Il livello medio delle squadre, sia come preparazione atletica che tattica, è migliorato, perché sono più organizzate, e non sempre le peggiori coincidono con quelle che hanno meno risorse. Forse è l’inizio di una rivoluzione che potrà scardinare l’insensato conservatorismo in materia di regole e di tecnologia che ha regnato sinora, una concezione del calcio che più che romantica si è dimostrata antistorica. È iniziato un processo che ha cambiato il modo di parlare di calcio, di interagire tra i vari componenti del sistema e ne ha globalizzato i contenuti, la conoscenza. I suoi detrattori dovranno arrendersi perché schierarsi contro la tecnologia non ha senso: non si può combatterla, esiste e continuerà a progredire, contribuendo con un apporto sempre più significativo alle performance sportive, all’intrattenimento e al business. Se il calcio è una fede, il conflitto tra tecnologia e passione non esiste, perché la scienza risponde a una domanda diversa dalla religione”.

 

Il pallone della finale 82 a casa dell’arbitro Coelho

intervista di concita de gregorio, Repubblica, 3 luglio 2014

 

«Quando mi designarono, il giovedì, il vostro presidente Pertini chiamò Havelange. Era arrabbiatissimo, urlava. Diceva che mettere un brasiliano ad arbitrare la finale era una provocazione, che io mi sarei di certo vendicato del fatto che l’Italia aveva eliminato il Brasile. Per me quello è stato il giorno che vale la vita intera. Ogni minuto ne ricordo ogni istante. Se vuole le racconto perché ho alzato il pallone».

 ➣  Davvero volentieri.

«Però mi deve aiutare. Deve immaginare un bambino di quelli di Copacabana, che vede giocare qui sulla sabbia, scalzi. Lo deve pensare a sei anni, poi a otto, a dieci. A sedici gli chiedono di arbitrare i tornei della spiaggia. Lui cresce sognando di avere un paio di scarpini, un giorno, e di entrare al Maracanã. Passano gli anni, arrivano le scarpe e anche il Maracanã. Già un miracolo, ma lui ora fantastica i Mondiali. Arrivano, nel ‘78, in Argentina. E quel bambino che ormai è un uomo, ma è sempre un bambino, sogna la finale. Allora arriva quel giovedì, nell’82. Lo chiamano, gli dicono tocca a te. È il primo non europeo, il primo sudamericano ad essere designato. Io non so se lei riesce a capire. Quel ragazzino ero io. Avevo ancora sei anni, al Bernabeu. Responsabilità, peso della Storia. E il miglior Brasile del tempo — Zico, Falcão, Socrates — eliminato, e tutti i bimbi di Copacabana a guardare — a guardarmi — in tv. Fischio un rigore. Cabrini lo sbaglia. Nel secondo tempo l’Italia ha un’energia fisica formidabile. Si sente l’onda della forza. Attenzione, vigilanza. Passa il tempo, finisce. Ho già i polmoni pieni d’aria per fischiare la fine. Penso: voglio tenere questo pallone nelle mani. Lo voglio toccare. È un istinto, un impulso. Una cosa infantile. Non posso uscire dal campo senza averlo preso. Allora m’infilo fra due italiani, non ricordo chi, e mentre fischio, mentre esce il fiato, lo sollevo tra le mani. È un trofeo. È della mia terra, del mio popolo. Di tutti i ragazzini della spiaggia senza scarpe, del Brasile. È nostro, che siamo arrivati in cima al mondo venendo nudi, dal mare. E dell’Italia, certo. Ma anche nostro. Capisce?».

 ➣   Dov’è ora quel pallone?

«A casa mia. Eccolo, guardi. Me l’hanno firmato tutti. E io ho aggiunto il nome di ciascuno accanto a ogni firma. Conthi, vede? Forse il migliore».

 ➣  Senz’acca, se posso permettermi.

«Da noi serve l’acca. È per la pronuncia. Bello il pallone no?».

 ➣  Cos’è il talento per un arbitro?

«Reazione rapida, senso dello spazio e intuito, leadership. Buon senso, un arbitro non può aspettare che gli dicano com’è andata da bordo campo. Oggi sono insicuri, hanno paura. Lo spray è un modo per supplire al fatto che non hanno l’autorevolezza per imporre la distanza di 9.15, i giocatori avanzano. Allora che faremo presto, quando i giocatori protesteranno: gli spruzzeremo in faccia lo spray al peperoncino? È sbagliato, serve leadership. Poi certo si sbaglia, magari un morso non si vede e allora va bene la prova tv ma non dimentichiamo che il calcio è giocato da uomini e deve essere arbitrato da uomini».

 

Il Mondiale dell’Italia

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I divorziati in azzurro: la società è mutata

di emanuela audisio, Repubblica, 6 giugno 2014

 

“Per la prima volta il calcio azzurro manda ai Mondiali una squadra con: due separati (Buffon e Pirlo), un divorziato (De Rossi), un ragazzo padre (Balotelli), due oriundi (Motta e Paletta), tre giocatori emigrati all’estero (Sirigu, Motta e Verratti). Daniele De Rossi: «Le cose cambiano, nella vita, nella società, nello sport. Se la nazionale di calcio è lo specchio di quello che siamo, giusto sia così, senza troppi commenti morali. Forse ai tempi di Bearzot un divorziato non sarebbe stato considerato una brava persona, io a un allenatore che oggi mi facesse un commento del genere riderei in faccia. Anzi gli direi pure: fatti ricoverare»”

 

Il vecchio calcio italiano è finito

di mario sconcerti, Corriere della sera, 2 giugno 2014

 

“Qualunque cosa abbia fatto l’arbitro, chiunque sia Suarez, che ha comunque confermato di dover continuare le sue sedute con lo psicologo, questa contro l’Uruguay non è solo una partita persa, è il crollo del calcio italiano. Avevamo avuto molti segnali. Non siamo solo eliminati, cambia profondamente il nostro status di vecchia potenza. In Sudafrica poteva esserci stata l’eutanasia di una generazione carica di gloria, ma uscire per la seconda volta al primo turno è un limite sconosciuto alla nostra storia. È su questo che dobbiamo riflettere, non sulle piccole fasi di una partita lungo la quale, di nuovo, non abbiamo fatto un tiro in porta. Questa è la crisi di tutto: di Prandelli, certamente, che non ha mai trovato una squadra, è arrivato senza attaccanti in rosa fino a dover chiudere il mondiale con Chiellini centravanti. Ma ridurre tutto all’allenatore sarebbe come non voler vedere il buio nella notte. La nazionale è il risultato di un’intera organizzazione. Perdere quasi senza gareggiare per due Mondiali di fila significa non aver organizzato niente, aver travolto una macchina industriale che ha sempre funzionato.Ora non ci sono più alibi. Il vecchio calcio italiano è finito. Bisogna tornare ad avere interessi comuni, non a tentare soltanto di ingannarsi sugli arbitri e sul mercato. Il livello è troppo basso per tutti. E ormai insopportabile”. 

 

Il caso Balotelli

di paolo ziliani, il Fatto quotidiano, 26 giugno 2014

 

“Domanda n. 1: chi ha portato Balotelli ai Mondiali? Forse Rajola ha messo la pistola alla tempia del ct? No. Balotelli è stato scelto da Prandelli. Che si fidava del ragazzo al punto da escludere Pepito Rossi, uno che il gol al Costa Rica l’avrebbe segnato anche con la gamba ingessata. E allora: chi ha commesso l’errore più grave? Balotelli, che in fin dei conti ha fatto il Balotelli (una bella partita e due no, due cartellini gialli, una tenuta nervosa colabrodo) o Prandelli che ha puntato su di lui? Ci sono stati ct che hanno fatto scelte azzardate correndo i rischi del caso: come Bearzot, che a Spagna ’82 puntò su Paolo Rossi, reduce da due anni di stop per il calcio-scommesse, escludendo un iradiddìo come Pruzzo. Gli andò bene. Bearzot operava però nelle sue scelte una doppia lettura: tecnica e umana. E l’uomo veniva prima.

Domanda n.2: che lettura ha fatto Prandelli dell’uomo Balotelli? Di sicuro ha preso una cantonata: perché Mourinho avrà anche esagerato dicendo che Mario “ha un solo neurone in sua testa”, ma la verità è che il rossonero è l’inaffidabilità fatta giocatore. Ve lo immaginate Bearzot che cementa il gruppo coccolando, sotto gli occhi di Zoff e di Scirea, un bulletto che appena mette piede in ritiro proclama: “Sarà il mio Mondiale”, poi segna un gol all’Inghilterra e dice: “Ne segnerò altri, ma in cambio voglio un bacio dalla Regina”? Bearzot uno così non l’avrebbe voluto nemmeno come cameriere a Coverciano”. 

 

Il Ct che tradì sé stesso

di gabriele romagnoli, Repubblica, 25 giugno 2014

 

“Si è battuto da solo, tradendosi, rinnegando le proprie convinzioni. È ritornato se stesso soltanto con il gesto onorevole delle dimissioni, non doverose. Quando una persona perbene, con idee e ideali si assume una responsabilità non ha scelta: deve vincere o morire seguendo il proprio pensiero, serenamente, senza dubbi né defezioni. Se non lo fa, l’alternativa diventerà: sopravvivere o morire. Ieri Cesare Prandelli ha puntato a sopravvivere ed è morto, calcisticamente, pugnalandosi nell’intervallo. La scelta esemplare, l’ultima di una serie di autocritiche non richieste, l’ha compiuta tra il primo e il secondo tempo di quella che sarà la sua ultima partita da ct. Toglie giustamente Balotelli, versione Mariotto imbizzarrito, per evitargli l’espulsione, ma anziché mettere una seconda punta che affianchi Immobile, confermando lo schema di partenza, manda dentro Parolo, un centrocampista. La disposizione diventa un 3-6-1, una specie di pappone che non si sposta manco a calci, appunto. È vero che con il pareggio si passa, ma se giochi per lo 0 a 0 finisce che un gol lo prendi. Cesare Prandelli era arrivato predicando e realizzando altro. Dandoci, a torto o a ragione, una nazionale diversa: l’Italia che gioca. All’estero ci guardavano stupiti, come se ci fossimo presentati con i bilanci non truccati e un leader che sa le lingue. Era, sembrava, troppo poco italiano per essere vero. E funzionava perfino: agli Europei ci condusse oltre le aspettative, fino alla finale con la Spagna. Nessuno gli ha rimproverato di averla persa 4 a 0, perché fu se stesso fino all’ultimo, con uomini stanchi ma comprensibilmente, con un tentativo di gioco che aveva identità e futuro. Si è qualificato senza problemi per i mondiali, poi, sulla strada per il Brasile, ha perduto la rotta, la consapevolezza di sé, il coraggio. Ha provato a essere furbo, ma non è nella sua natura. Prudente, ma non era opportuno. Forse mal consigliato, ma accettare i consigli è un altro imperdonabile errore: un ct è un sovrano assoluto, regna, combatte, trionfa o decade senza ombre accanto al trono”.

 

La finale

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La partita dei due papi

di andrea marcenaro, Il Foglio, 11 luglio 2014

 

“Intorno alle ore 22 di domenica prossima, quando avrà luogo la partita del secolo al Maracanã, Joseph Ratzinger farà il suo ingresso a Santa Marta e troverà sulla soglia dell’appartamento l’argentino Francesco, felice di accoglierlo per assistere insieme alla sfida. Allora si siederanno vicini, accenderanno il televisore e si faranno reciprocamente gli auguri. Passeranno dieci minuti, ne passeranno venti, quand’ecco, al terzo fallo su Klose non fischiato, che il Papa emerito si rivolgerà al Titolare e gli sussurrerà fraternamente: “Non giudica una volta, non giudica due, non giudica tre, non credi anche tu, Ciccio, che un arbitro così sia un po’ cornuto?”. 

 

Il gol di Super Mario

di giulia zonca, La Stampa, 14 luglio 2014

 

“Super Mario Götze, ovvero come diventare eroe a soli 22 anni. L’apoteosi. Un trucco, una vittoria storica con una faccia da bambino. Travolto dai compagni che lo hanno fatto rotolare per il campo neanche fosse una mascotte, altro che Neymar, posterboy di una squadra di burro. Götze è un concentrato di energia tirato fuori quando l’ossigeno ormai stava per finire”. 

 

Lo spettro che perseguita Messi Peter Pan

di aldo cazzullo, Corriere della sera, 14 luglio 2014

 

“Il più grande calciatore d’inizio secolo resterà un eterno incompiuto, ma non è più Peter Pan, un eterno ragazzo. La delusione più grande della sua carriera coincide con la fine della sua giovinezza. Sogni che si realizzano, altri che sfumano. Un figlio, una finale Mondiale perduta. Un volto serio, ormai non più da bambino. Il volto da bambino l’aveva l’altro, Götze, il tedesco che ha segnato. Lui ha avuto un’occasione a tempo scaduto; ma la punizione l’ha tirata in curva. Nella notte in cui diventa adulto Messi non riesce a liberarsi dello spettro dell’altro numero 10, che il Mondiale l’aveva vinto quasi da solo, con una squadra più debole di questa. L’uomo Messi avrà ancora un’occasione tra quattro anni. Ma già stasera, per l’ex ragazzo Leo, è troppo tardi”.

 

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A cura di Angelo Carotenuto.

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